|

|
Osvaldo
Golijov è un compositore di successo.
Non per il suo ricco catalogo, ma perché ha azzeccato un
pezzo - la Pasión según San Marcos - che è
diventato una hit internazionale. Per scriverlo, per mescolare diverse
suggestioni musicali, ha raccontato di aver messo sopra due lettori
cd la Music for 18 musicians di Steve Reich e alcuni canti devozionali
brasiliani, provando ad ascoltare che cosa veniva fuori dalla sovrapposizione.
Poi, giocando a mixare, ha annotato il risultato e quella è
diventata la sua musica.
Intanto, da un paio di anni, ogni sera a RadioTreSuite alle 20 va
in onda il Teatrogiornale. Se l'è inventato Roberto Cavosi
e funziona così: la mattina gli autori spulciano i quotidiani,
scelgono una notizia e ci scrivono sopra una breve pièce
teatrale. Il pomeriggio gli attori provano per alcune ore insieme
al regista. La sera, in diretta, negli studi di RadioTre nasce la
puntata.
A completare il quadro, quando parla della nuova danza nell'intervista
che pubblichiamo, Gigi Cristoforetti insiste sul fatto che l'incrocio
di linguaggi e la difficoltà nel marcare i confini della
disciplina rimandano all'assenza di confini geopolitici e sociali
rassicuranti. Dice in sostanza: questo è il mondo, questa
è la sua danza.
Un compositore che prende musica esistente e la rimastica con successo,
un gruppo di drammaturghi che fanno teatro ogni giorno leggendo
il giornale, un sistema di coreografi e danzatori che ripetono i
movimenti del mondo sembrano fare parte di un unico grande disegno.
È una tela sulla quale noi camminiamo, facciamo colazione,
ridiamo, piangiamo, lasciando tracce, segni, magari rifiuti. Ed
è una tela che, osservata da un artista, oggi diventa istantaneamente
musica, teatro, danza.
Ogni epoca ha avuto la propria arte, d'accordo: ma era normale aspettare
che le guerre finissero, le polveri si depositassero, i pensieri
si raffreddassero. Ci voleva del tempo.
Oggi, con la complicità non indifferente della tecnologia,
sembra che la creatività possa impossessarsi di istanti della
nostra vita nel momento stesso in cui abbiamo finito di viverli.
Le performing arts - ma anche l'arte figurativa - hanno imparato
a reagire al presente con una rapidità impressionante.
E noi ne godiamo, tanto da alimentarle con l'attenzione, il successo,
l'invito alla creazione.
Sembrerebbe quasi che la collettività abbia bisogno di rispecchiarsi
velocemente in gesti estetici che la rappresentino, che la confortino,
che sostituiscano i valori e i paradigmi nei quali oggi abbiamo
difficoltà a ritrovarci. Lo spettacolo del mondo continua
a stupirci, insomma, e ci servono artisti che lo raccontino.
Che cosa ne pensate?
|
|