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febbraio 2002

teatro regio torino

INTERVISTA - La Forza di Donato Renzetti
di Gianni Nuti


Donato Renzetti

 

Maestro Renzetti, come s'iscrive La forza del destino nell'opus verdiano?
"Si tratta sicuramente di un'opera di transizione. Dopo il Ballo in maschera, Verdi si concede una pausa di riflessione per rigenerare la propria vena artistica: si dedica alla villa di Sant'Agata e agli affetti domestici. Quando però all'inizio degli anni '60 giunge da Pietroburgo una commissione lautamente ricompensata e libera da imposizioni artistiche il compositore decide di rimettersi al lavoro. L'allestimento, a lavoro ultimato, si dipana tra mille difficoltà e la prima, che prevedeva un finale tragico con il suicidio d'Alvaro, riceve dalla platea una tiepida accoglienza; incalzato da Ricordi che rivuole una produzione scaligera firmata da Verdi, il compositore già impegnato nella stesura del Don Carlo, decide di rimetter mano alla Forza del destino approntando varianti sostanziali al libretto (Piave è sostituito da Ghislanzoni) e alla partitura: sposta il coro della Ronda, cambia il finale, il preludio diventa una sinfonia. La musica conserva residui stilistici francesizzanti propri del Ballo e insieme anticipa, per esempio nel descrivere Fra' Melitone, caratterizzazioni d'ironia raffinata che ritroveremo perfetti in Falstaff".

Quali i limiti e i pregi del lavoro?
"È una romanza in musica di grandi dimensioni, che accosta toni tragici, umoristici e mistico-religiosi in quadri scenici piuttosto giustapposti che amalgamati tra di loro: mi sembra lo specchio di una fase della ricerca stilistica e formale che il maestro di Busseto non ha ancora portato a piena maturità. Peraltro non condivido le critiche ricorrenti al terzo atto, in particolare alla scena dell'accampamento ritenuta prolissa e superflua, a mio avviso invece luogo d'unificazione dei personaggi chiave e di palesamento del loro destino".

Si avverte nella partitura l'impronta cosmopolita conferita all'opera da parte di un Verdi nel 1862 ormai proiettato verso il mercato internazionale?
"Più che cosmopolita direi puntualmente pensata per il pubblico russo. Analizzando la partitura si avverte una dominante armonica legata alla tonalità di mi maggiore, utilizzata di frequente nelle opere drammatiche russe di Tchajkovskij e del gruppo dei cinque; la sinfonia che frange il silenzio con un lungo "tutti" arricchito dal trombone sembra voler avvicinare all'opera straniera la platea di San Pietroburgo con colori e armonie familiari".

Quale tra i molti temi dell'opera è prioritario mettere in luce con un adeguato taglio interpretativo?
"Ciò che avvolge con un'impronta drammatica la vera protagonista della Forza del destino, la donna - Leonora - l'unica a capire quanto vani siano i tentativi dell'uomo di sottrarsi al disegno cui è predestinato, non agisce eppure determina il corso degli eventi come un motore immobile".

Quali sono, secondo lei, le pagine più intense?
"Sicuramente la sinfonia iniziale, come quella dei Vespri siciliani. Tutti i temi fondamentali dell'opera sono anticipati e mirabilmente uniti".

E i personaggi musicalmente meglio delineati?
"Preziosilla è sfaccettata, sarcastica, furba, ma anche d'animo buono, i suoi movimenti in scena sono contrappuntati da riconoscibili giochi di acciaccature, ritmi puntati e appoggiature, segni di scherzi e follie musicali".

Cosa è cambiato rispetto a quando diresse la Forza per la prima volta?
"La mia complessiva maturazione rispetto all'intero lavoro verdiano, un più capillare studio della parte in relazione al dramma che si sta consumando sul palcoscenico, una lettura più meditata rispetto a quella vigorosa della giovinezza".

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