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Maestro
Renzetti, come s'iscrive La forza del destino nell'opus verdiano?
"Si tratta sicuramente di un'opera di transizione. Dopo
il Ballo in maschera, Verdi si concede una pausa di riflessione
per rigenerare la propria vena artistica: si dedica alla villa di
Sant'Agata e agli affetti domestici. Quando però all'inizio
degli anni '60 giunge da Pietroburgo una commissione lautamente
ricompensata e libera da imposizioni artistiche il compositore decide
di rimettersi al lavoro. L'allestimento, a lavoro ultimato, si dipana
tra mille difficoltà e la prima, che prevedeva un finale
tragico con il suicidio d'Alvaro, riceve dalla platea una tiepida
accoglienza; incalzato da Ricordi che rivuole una produzione scaligera
firmata da Verdi, il compositore già impegnato nella stesura
del Don Carlo, decide di rimetter mano alla Forza del destino approntando
varianti sostanziali al libretto (Piave è sostituito da Ghislanzoni)
e alla partitura: sposta il coro della Ronda, cambia il finale,
il preludio diventa una sinfonia. La musica conserva residui stilistici
francesizzanti propri del Ballo e insieme anticipa, per esempio
nel descrivere Fra' Melitone, caratterizzazioni d'ironia raffinata
che ritroveremo perfetti in Falstaff".
Quali
i limiti e i pregi del lavoro?
"È una romanza in musica di grandi dimensioni, che accosta
toni tragici, umoristici e mistico-religiosi in quadri scenici
piuttosto giustapposti che amalgamati tra di loro: mi sembra
lo specchio di una fase della ricerca stilistica e formale che il
maestro di Busseto non ha ancora portato a piena maturità.
Peraltro non condivido le critiche ricorrenti al terzo atto, in
particolare alla scena dell'accampamento ritenuta prolissa e superflua,
a mio avviso invece luogo d'unificazione dei personaggi chiave e
di palesamento del loro destino".
Si
avverte nella partitura l'impronta cosmopolita conferita all'opera
da parte di un Verdi nel 1862 ormai proiettato verso il mercato
internazionale?
"Più che cosmopolita direi puntualmente pensata per
il pubblico russo. Analizzando la partitura si avverte una dominante
armonica legata alla tonalità di mi maggiore, utilizzata
di frequente nelle opere drammatiche russe di Tchajkovskij e del
gruppo dei cinque; la sinfonia che frange il silenzio con un lungo
"tutti" arricchito dal trombone sembra voler avvicinare
all'opera straniera la platea di San Pietroburgo con colori e armonie
familiari".
Quale
tra i molti temi dell'opera è prioritario mettere in luce
con un adeguato taglio interpretativo?
"Ciò che avvolge con un'impronta drammatica la vera
protagonista della Forza del destino, la donna - Leonora
- l'unica a capire quanto vani siano i tentativi dell'uomo di sottrarsi
al disegno cui è predestinato, non agisce eppure determina
il corso degli eventi come un motore immobile".
Quali
sono, secondo lei, le pagine più intense?
"Sicuramente la sinfonia iniziale, come quella dei Vespri
siciliani. Tutti i temi fondamentali dell'opera sono anticipati
e mirabilmente uniti".
E
i personaggi musicalmente meglio delineati?
"Preziosilla è sfaccettata, sarcastica, furba,
ma anche d'animo buono, i suoi movimenti in scena sono contrappuntati
da riconoscibili giochi di acciaccature, ritmi puntati e appoggiature,
segni di scherzi e follie musicali".
Cosa
è cambiato rispetto a quando diresse la Forza per la prima
volta?
"La mia complessiva maturazione rispetto all'intero lavoro
verdiano, un più capillare studio della parte in relazione
al dramma che si sta consumando sul palcoscenico, una lettura più
meditata rispetto a quella vigorosa della giovinezza".
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