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di mille Lieder in trentuno anni di vita: una media sbalorditiva,
una prolificità sovrannaturale - quasi come se un angelo
glieli fischiasse di notte nelle orecchie - che tradisce la netta
preferenza di Franz Schubert per le forme senza sviluppo,
dove il nitido profilo tematico prevale sulla struttura. In ambito
sinfonico ciò si riflette nell'isolamento della singola immagine
melodica dal contesto formale: talvolta accade che un tema venga
esposto senza curarsi dello schema retorico in cui si inserisce
e che nel bel mezzo di un movimento l'evocazione di una melodia
esprima l'"io" psicologico allo stato puro piuttosto che
svolgere un ruolo funzionale all'interno del confronto dialettico.
Sostanzialmente per questo motivo il procedimento schubertiano costituisce
l'altra via - alternativa a quella del coevo Beethoven - verso il
Romanticismo.
Rispetto alla tensione continua che pulsa nelle sinfonie di Beethoven,
in quelle di Schubert - e nella Grande in particolare - avvengono
infatti divagazioni o "rallentamenti" improvvisi
che eludono il rigore della forma e la consequenzialità armonica,
durante i quali il fluire musicale viene sospeso in quello che,
secondo i canoni dell'epoca, sembra un errare senza meta. Inevitabile
che in tali momenti la pregnanza tematica della produzione liederistica
si insinui nelle grandi composizioni sinfoniche. La Sinfonia
in do maggiore, detta Grande per distinguerla dalla precedente
Piccola nella stessa tonalità, non fa eccezione: spunti ritmici,
situazioni armoniche e fisionomie melodiche del contemporaneo ciclo
vocale Winterreise si possono riconoscere soprattutto nell'Andante
e nello Scherzo. Alla vigilia della sua precoce scomparsa, Schubert
portò così a compimento il personalissimo processo
di assimilazione del genere sinfonico, le cui prime straordinarie
avvisaglie si erano avute con l'Incompiuta.
Il merito di aver scovato nel 1839 una copia del manoscritto della
Sinfonia di Schubert, in casa del fratello Ferdinand, va ascritto
a Robert Schumann, che ne caldeggiò la prima esecuzione assoluta
al Gewandhaus di Lipsia quell'anno stesso, diretta da Felix Mendelssohn-Bartholdy,
e ne pubblicò un'entusiastica recensione sulla "Neue
Zeitschrift für Musik": "Oltre a una magistrale
tecnica musicale della composizione, qui c'è la vita in tutte
le sue fibre, il colorito sino alla sfumatura più fine, v'è
significato dappertutto, v'è la più acuta espressione
del particolare e soprattutto, infine, v'è diffuso il Romanticismo
che già conosciamo in altre opere di Schubert. E questa divina
lunghezza della sinfonia è come uno spesso romanzo in quattro
volumi di Jean Paul che non finisce mai, per l'ottima ragione di
lasciar creare il seguito al lettore". Parola di Schumann,
che profetizzò le considerazioni critiche di generazioni
di musicologi e colse in nuce un atteggiamento spirituale tipico
del Romanticismo: la tendenza all'infinito, che in campo musicale
giungerà alle estreme conseguenze con Mahler e Bruckner.
(Chissà se l'impressione di Schumann fu avvalorata dall'ampiezza
dell'ultimo movimento, ben 1154 battute!? Tante, troppe per gli
orchestrali incaricati di suonarlo la prima volta che incrociarono
gli archetti giudicandolo non sostenibile tecnicamente, con conseguente
annullamento dell'esecuzione programmata a Vienna il 14 dicembre
1828
). (f.f.)
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