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febbraio 2002

le idee

L'ambiguo fascino della contaminazione
di Ivan Hewett


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Uno spettro ossessiona la musica: la contaminazione. Non ha un corpo - non può dire di avere proprie melodie, né proprie armonie, né colori strumentali - ma la sua presenza, a mo' di fantasma, è ovunque, e si infiltra sopra e sotto ogni categoria musicale. Nella musica da film, nella world music, nel jazz, nel pop, persino nella musica classica si ascolta il suo inconfondibile timbro. Inconfondibile perché la contaminazione, benché non sia nulla di per sé, riesce a trasformare tutto ciò che divora nella propria imprendibile sostanza - in effetti è più un vampiro che un fantasma.
Normalmente nella musica contaminata la prima cosa che arriva è un ronzio elettronico, messo lì a preannunciare vasti ma non meglio specificati orizzonti. Il senso di distanze "cosmiche" si rafforza con il dispiegarsi di una lunga melodia lamentosa, che evoca un paese lontano del quale sappiamo poco, come la Mongolia o l'Africa occidentale. Poi arriva una pulsazione, seguita da una parata di altri profumi esotici. Quindi questi ingredienti si combinano e precipitano in una sorta di languida frenesia, per poi sfumare e lasciare dietro di sé il ronzio cosmico.
L'inconsistenza musicale, emotiva e intellettuale di molta musica contaminata è evidente. Per spiegare il suo successo e la compiacenza dei critici che leggono una profondità in questo miraggio musicale bisogna guardare al di là della musica, all'ideologia. L'imperativo nelle arti, ai nostri giorni, è quello di "abbattere le barriere", mescolare e confondere tutto come per annullare e appiattire tutte quelle perfide ed "elitarie" distinzioni tra forme e generi dell'arte. E per abbattere le barriere non c'è niente di meglio della contaminazione, che può scorrere attraverso le mura stilistiche. Questo concorda perfettamente con un altro imperativo ideologico, illustrato con chiarezza in un recente successo di Nitin Sawnhey che ha combinato canto devozionale indiano, chitarra flamenca e altri ingredienti. Durante un suo show veniva proiettato questo messaggio: "Oltre la politica, oltre le nazionalità, oltre le religioni, oltre i colori della pelle".
Sarà; ma è un'idea nobile o soporifera? La musica è davvero un "linguaggio universale", come il violinista indiano Subramanian ci dice nel suo album Global fusion? In realtà sappiamo bene che la musica ha a che fare con l'espressione del radicamento in un luogo, con la rivendicazione di appartenenza a una comunità. Il fatto che i musicisti che praticano musica contaminata abbiano un appetito così insaziabile per musica che ha proprio queste caratteristiche mostra che, a livello più profondo, sono consapevoli di questa scomoda verità, ma la loro ideologia li induce a negarla. Sono ipocriti: usano le caratteristiche evocative di un canto devozionale indiano, per esempio, ma gli strappano il suo vero significato rimuovendolo dal contesto religioso e circondandolo con una barriera di nebbia sonora. Perché nella musica contaminata non ci devono essere elementi riconoscibili chiaramente, a nulla deve essere permesso di disturbare l'atmosfera di serenità cosmica, e dunque tutte le strade che portano al significato devono essere bloccate. La contaminazione magari può abbattere alcune barriere, ma ne crea altre al suo interno.
Questo, tuttavia, non è un appello per un ritorno alla purezza. Tutte le culture musicali sono mescolate, e lo sono sempre state. L'idea di un linguaggio musicale "puro" può essere concepita solo in teoria, ma non è mai esistita in pratica (eccetto forse per la serialità totale del dopoguerra, e guardate come è andata a finire). Ma ci sono tutte le differenze del mondo fra un matrimonio genuino tra musiche diverse - come nel caso dell'adozione del liuto arabo nell'Europa del Rinascimento - e il tipo di matrimoni-lampo che si vedono oggi. Il liuto, in un primo tempo, deve essere stato guardato con disprezzo come il barbaro strumento dell'"altro" infedele. E quando la fascinazione ha superato il disprezzo e il liuto è entrato a far parte della musica europea, lo strumento era ormai completamente naturalizzato. Nessuno potrebbe supporre una provenienza araba per il liuto semplicemente ascoltandolo.
Il rispetto per gli altri è fondato sulla sensibilità per la differenza, una sensibilità che suscita esattamente questa ambiguità emotiva - disprezzo e riluttante rispetto, fascinazione e repulsione - dalla quale dipende la vera contaminazione. Debussy deve aver provato qualcosa del genere quando vide un'orchestra di gamelan giavanesi. Riconobbe che la raffinatezza dei ritmi e delle melodie faceva sembrare barbare le scale europee; ma, benché non lo disse, ci deve essere stato qualcosa nel gamelan che gli sembrò a sua volta barbaro. Per questo quando scrisse Pagodes trasferì questa percezione di un qualcosa di estraneo in un'opera personale e del tutto occidentale.
John Cage fu affascinato dalla musica indiana, ma non la saccheggiò per le sue qualità evocative: ne estrasse un principio formale e creò qualcosa che non aveva tracce di India nel sound.
Confrontate questi esempi con le musiche contaminate di oggi, dove non ci sono contrapposizioni di valori opposti, non c'è ambiguità emotiva, ma c'è solo un bagno caldo di profumi evocativi. Ci sono eccezioni, naturalmente, ma in generale la musica contaminata è l'equivalente musicale del comprarsi un letto in stile Impero e di coprirlo poi con lenzuola decorate in caratteri cinesi. Nella sua ricerca inarrestabile di nuovi sapori, la contaminazione è la perfetta espressione del consumismo.

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(per gentile concessione di
"The Musical Times";
traduzione di Nicola Campogrande)

* l'autore è critico musicale e conduttore radiofonico della BBC