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Uno
spettro ossessiona la musica: la contaminazione. Non ha un
corpo - non può dire di avere proprie melodie, né
proprie armonie, né colori strumentali - ma la sua presenza,
a mo' di fantasma, è ovunque, e si infiltra sopra e sotto
ogni categoria musicale. Nella musica da film, nella world music,
nel jazz, nel pop, persino nella musica classica si ascolta il suo
inconfondibile timbro. Inconfondibile perché la contaminazione,
benché non sia nulla di per sé, riesce a trasformare
tutto ciò che divora nella propria imprendibile sostanza
- in effetti è più un vampiro che un fantasma.
Normalmente nella musica contaminata la prima cosa che arriva
è un ronzio elettronico, messo lì a preannunciare
vasti ma non meglio specificati orizzonti. Il senso di distanze
"cosmiche" si rafforza con il dispiegarsi di una lunga
melodia lamentosa, che evoca un paese lontano del quale sappiamo
poco, come la Mongolia o l'Africa occidentale. Poi arriva una pulsazione,
seguita da una parata di altri profumi esotici. Quindi questi ingredienti
si combinano e precipitano in una sorta di languida frenesia, per
poi sfumare e lasciare dietro di sé il ronzio cosmico.
L'inconsistenza musicale, emotiva e intellettuale di molta musica
contaminata è evidente. Per spiegare il suo successo e la
compiacenza dei critici che leggono una profondità in questo
miraggio musicale bisogna guardare al di là della musica,
all'ideologia. L'imperativo nelle arti, ai nostri giorni, è
quello di "abbattere le barriere", mescolare e
confondere tutto come per annullare e appiattire tutte quelle perfide
ed "elitarie" distinzioni tra forme e generi dell'arte.
E per abbattere le barriere non c'è niente di meglio della
contaminazione, che può scorrere attraverso le mura stilistiche.
Questo concorda perfettamente con un altro imperativo ideologico,
illustrato con chiarezza in un recente successo di Nitin Sawnhey
che ha combinato canto devozionale indiano, chitarra flamenca e
altri ingredienti. Durante un suo show veniva proiettato questo
messaggio: "Oltre la politica, oltre le nazionalità,
oltre le religioni, oltre i colori della pelle".
Sarà; ma è un'idea nobile o soporifera? La
musica è davvero un "linguaggio universale", come
il violinista indiano Subramanian ci dice nel suo album Global fusion?
In realtà sappiamo bene che la musica ha a che fare con l'espressione
del radicamento in un luogo, con la rivendicazione di appartenenza
a una comunità. Il fatto che i musicisti che praticano
musica contaminata abbiano un appetito così insaziabile per
musica che ha proprio queste caratteristiche mostra che, a livello
più profondo, sono consapevoli di questa scomoda verità,
ma la loro ideologia li induce a negarla. Sono ipocriti: usano le
caratteristiche evocative di un canto devozionale indiano, per esempio,
ma gli strappano il suo vero significato rimuovendolo dal contesto
religioso e circondandolo con una barriera di nebbia sonora. Perché
nella musica contaminata non ci devono essere elementi riconoscibili
chiaramente, a nulla deve essere permesso di disturbare l'atmosfera
di serenità cosmica, e dunque tutte le strade che portano
al significato devono essere bloccate. La contaminazione magari
può abbattere alcune barriere, ma ne crea altre al suo interno.
Questo, tuttavia, non è un appello per un ritorno alla purezza.
Tutte le culture musicali sono mescolate, e lo sono sempre state.
L'idea di un linguaggio musicale "puro" può essere
concepita solo in teoria, ma non è mai esistita in pratica
(eccetto forse per la serialità totale del dopoguerra, e
guardate come è andata a finire). Ma ci sono tutte le differenze
del mondo fra un matrimonio genuino tra musiche diverse -
come nel caso dell'adozione del liuto arabo nell'Europa del Rinascimento
- e il tipo di matrimoni-lampo che si vedono oggi. Il liuto, in
un primo tempo, deve essere stato guardato con disprezzo come il
barbaro strumento dell'"altro" infedele. E quando la fascinazione
ha superato il disprezzo e il liuto è entrato a far parte
della musica europea, lo strumento era ormai completamente naturalizzato.
Nessuno potrebbe supporre una provenienza araba per il liuto semplicemente
ascoltandolo.
Il rispetto per gli altri è fondato sulla sensibilità
per la differenza, una sensibilità che suscita esattamente
questa ambiguità emotiva - disprezzo e riluttante rispetto,
fascinazione e repulsione - dalla quale dipende la vera contaminazione.
Debussy deve aver provato qualcosa del genere quando vide
un'orchestra di gamelan giavanesi. Riconobbe che la raffinatezza
dei ritmi e delle melodie faceva sembrare barbare le scale europee;
ma, benché non lo disse, ci deve essere stato qualcosa nel
gamelan che gli sembrò a sua volta barbaro. Per questo quando
scrisse Pagodes trasferì questa percezione di un qualcosa
di estraneo in un'opera personale e del tutto occidentale.
John Cage fu affascinato dalla musica indiana, ma non la
saccheggiò per le sue qualità evocative: ne estrasse
un principio formale e creò qualcosa che non aveva tracce
di India nel sound.
Confrontate questi esempi con le musiche contaminate di oggi, dove
non ci sono contrapposizioni di valori opposti, non c'è ambiguità
emotiva, ma c'è solo un bagno caldo di profumi evocativi.
Ci sono eccezioni, naturalmente, ma in generale la musica contaminata
è l'equivalente musicale del comprarsi un letto in stile
Impero e di coprirlo poi con lenzuola decorate in caratteri cinesi.
Nella sua ricerca inarrestabile di nuovi sapori, la contaminazione
è la perfetta espressione del consumismo.
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