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Lunedì
7 e martedì 8 gennaio l'Unione Musicale e il Piccolo
Regio Laboratorio presentano lo spettacolo Carta bianca,
una serata di teatro e musica inventata da Mario Brunello,
violoncellista straordinario e direttore d'orchestra, insieme a
Marco Paolini, attore, autore e affabulatore famoso per Vajont,
Il milione e Bestiario veneto. I due amici hanno coinvolto in questo
nuovo progetto Tolo Marton, chitarrista trevigiano, collaboratore
delle Orme e dei Cream, vincitore nel 1998 del Jimi Hendrix Electric
Guitar Festival, concorso mondiale svoltosi a Seattle (U.S.A): l'aver
ricevuto il primo premio direttamente dalle mani di Al Hendrix,
padre di Jimi, ha posto su Tolo quell'attenzione che fino a prima
gli riservavano solo i tanti appassionati che lo seguono da sempre.
Parliamo di questo esperimento intermediale con Mario Brunello,
principale provocatore dell'incontro.
Maestro,
in quale occasione lei e Marco Paolini vi siete conosciuti e avete
deciso di lavorare insieme?
"Ci siamo trovati per caso, schierati dalla stessa parte durante
una manifestazione di protesta in forma di "happening concertante"
contro lo scioglimento dell'Orchestra del Teatro Comunale di Treviso.
Da lì abbiamo cominciato a collaborare in forme di spettacolo
miste, dove lui recitava e io suonavo. La cosa ha funzionato bene,
c'è stata un'intesa immediata e tutti e due abbiamo visto
aprirsi finestre su nuovi orizzonti. Così abbiamo pensato:
perché non ci inventiamo qualcosa di più articolato,
di meno casuale, di più meditato? Gli ho quindi proposto
di lavorare con la mia Orchestra [Orchestra d'archi italiana,
ndr] su Verklärte Nacht di Arnold Schoenberg: l'ho chiamato
dall'Argentina, dov'ero impegnato in una serie di concerti, e credo
che la telefonata oltreoceano abbia fatto colpo su di lui [risata
]:
non poteva rifiutare! Sulla drammatizzazione della fonte letteraria
- una poesia di Richard Dehmel - e sull'intreccio del discorso verbale
con la musica Marco ha avuto idee straordinarie. Da parte mia credo
di avergli fatto scoprire un modo di intendere la musica in senso
quasi cinematografico. Siamo diventati grandi amici
".
Per due giramondo come voi, quanto conta avere comuni radici
in Veneto? È un ulteriore motivo di affinità o non
conta nulla?
"Mi sembra che non conti nulla, al di là che ci capiamo
bene quando parliamo il dialetto: succede che durante le prove dei
nostri spettacoli usiamo certi termini che riusciamo a comprendere
al volo senza stare a girare tanto intorno con ragionamenti e discorsi
prolissi: ci sono sfumature che difficilmente si possono tradurre
e cogliere in italiano".
Marco
Paolini è artista molto impegnato, sul piano civile, sociale
e politico: crede che anche con lo strumento, ossia senza il discorso
verbale, si possa contribuire alle giuste cause?
"Sicuramente si può prendere posizione attraverso la
musica, e io stesso l'ho fatto in numerose occasioni - e non sono
il primo musicista ad averlo fatto -, con una buona dose di invidia
per chi può usare la parola per esprimere i concetti".
Se
dovesse definire l'essenza dell'arte di Paolini, quali parole userebbe?
"Marco riunisce in sé molti talenti, nessuno preponderante
rispetto all'altro. Conoscendolo bene, posso dire che quel che riesce
a fare sul palcoscenico in modo straordinario è "dettare
i tempi", capire cioè quando può affondare la
lama oppure quando deve sorvolare. Ma lui è così anche
nella vita di tutti i giorni: le orazioni da "oracolo"
- come è stato definito ultimamente - le pronuncia anche
a tavola. Marco non fa grandi sforzi per cambiare atteggiamento
quando sale sul palco, per lui è una cosa naturale, è
nella sua indole fare il mestiere che fa. Il talento di attore,
di uomo di scena, gli rende possibile fare del teatro, paradossalmente,
anche leggendo l'elenco del telefono".
Ha
imparato qualcosa da questa sua dimensione teatrale?
"Come dicevo prima ammiro la sua abilità nel dettare
i tempi del racconto. Penso che ciò sia utile anche nella
musica. Mi sembra di avere imparato questo e di farne largo uso,
è una cosa di lui che mi ha convinto e contagiato".
Nella vostra Carta bianca avete coinvolto anche Tolo Marton,
una scelta tutt'altro che scontata: a chi è venuta l'idea?
"Ho avvicinato Tolo qualche anno fa, invitandolo a partecipare
a una stagione di concerti: abbiamo fatto una cosa, molto improvvisata,
insieme a un chitarrista napoletano. Poi più nulla. Ma come
spesso accade, da una iniziativa apparentemente effimera ne scaturiscono
altre durature. Marco e io ammiriamo Tolo da molti anni. Ci siamo
tenuti in contatto e un bel giorno abbiamo saputo che aveva vinto
il premio "Jimi Hendrix", sorprendendo un po' tutti: nessuno
poteva immaginare che un chitarrista trevigiano andasse a Seattle
a sfidare e a sbaragliare centinaia di concorrenti agguerriti provenienti
da tutto il mondo. Deve avere veramente un fuoco dentro che arde
per raggiungere un tale risultato. Per questa sua straordinaria
energia e per la sua attitudine a rompere gli schemi tradizionali
del rock, del blues e del country lo abbiamo coinvolto in questo
progetto, che potrebbe definirsi come un tentativo di sfatare il
mito del teatro e quello del concerto".
Non
ci può svelare qualche indiscrezione sulla Carta bianca?
"Non è che ci siano segreti. Dobbiamo ancora focalizzare
i dettagli del tema principale. Posso dire che si parlerà
di strade, intese sia come percorsi interiori sia come viaggi che
conducono da qualche parte. Avendo tre strumenti diversi, una voce,
un suono classico e un suono più contemporaneo, cercheremo
di narrare storie di strade attraverso il discorso verbale di più
immediata comprensione, attraverso il tono più meditativo
del violoncello e quello "blueseggiante" della chitarra
di Tolo".
La
sua storia di musicista, i programmi che propone in concerto, i
partner delle sue esecuzioni dimostrano che lei è un artista
tutt'altro che accademico, aperto al confronto con altri linguaggi,
che ama partecipare a forme di spettacolo difficilmente classificabili,
diverse, nuove: persegue con metodo l'abbattimento delle frontiere
tra generi di spettacolo o l'argomento della contaminazione non
le interessa?
"Credo che non si debba sovvertire la tradizione con accanimento,
perché inevitabilmente si rischia di cadere nell'artificioso
o addirittura nell'ovvio. A me piace usare la metafora della libreria:
quando si entra in una libreria ci sono scaffali dedicati a ciascuna
disciplina del sapere e della letteratura. Capita di avere la sensazione
di essere circondati da tutti questi argomenti, come se tante persone
di tante nazioni di tante epoche storiche diverse si fossero date
appuntamento tutte nello stesso posto alla stessa ora. Non costa
niente fare un passo in più per curiosare su uno scaffale
diverso da quello che si voleva. È tutto lì, a portata
di mano. Ecco, la stessa cosa dovrebbe accadere con la musica: si
dovrebbe offrire l'occasione di poter intendere la musica come un
mondo unico e non separato da luoghi comuni legati al passato. La
musica può accadere ovunque. L'ho imparato in occasione dei
concerti in montagna, all'aria aperta, che tengo ogni estate: sono
stati per me una rivelazione da questo punto di vista. Non è
il luogo suggestivo (l'auditorio, il teatro) che provoca le reazioni
alla musica ma è la capacità di coinvolgere il pubblico,
di farlo partecipare in qualche modo attivamente al fatto musicale:
camminare insieme agli ascoltatori per due o tre ore prima di raggiungere
la vetta su cui l'esecuzione avrà luogo rende ancor più
stretto il legame e la complicità tra interprete e pubblico.
Naturalmente sia la musica sia il teatro hanno bisogno di una ritualità,
ma non dev'essere quello l'elemento principale".
Ha
altri progetti insieme a Marco Paolini e Tolo Marton? È un
trio che potrà vivere al di là di questa Carta bianca?
"Ne abbiamo parlato e crediamo ci sia tanto da lavorare: il
trio potrebbe diventare il nucleo di un laboratorio permanente sul
confronto tra linguaggi e di volta in volta potrebbe ampliarsi o
ridursi a seconda dei progetti. Credo che accadranno cose interessanti
".
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La
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