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Ècome
se incespicasse, la Storia, quando la si interroga sulle sonate
per violoncello. Ogni volta, per ogni compositore che vi si
è dedicato, è stato necessario uno scossone, un amico
violoncellista, un virtuoso che facesse da tramite. Non c'è
spontaneità, non c'è naturalezza nella cronaca del
duo violoncello & pianoforte: si direbbe quasi che lo
strumento si sia opposto, per secoli, alla costituzione di un repertorio
sonatistico; e che per questo le sue sonate spesso si mostrano ferite,
oppure ruvide, o incerte, od ostinatamente sperimentali. Trovarne
otto, nella programmazione torinese di gennaio, otto partiture per
duo che in un passaggio di testimone vanno poi a sollecitarne due
per violoncello e orchestra, suggerisce di provare a osservare alcune
tappe di questa storia spigolosa.
Il gruppo comincia con Beethoven: è stato lui a inventare
il genere, a immaginare che non solo un violoncellista ma anche
un compositore generalista avrebbe potuto scrivere qualcosa per
lo strumento. Qualcosa che lo ponesse, finalmente, in primo piano.
Perché prima il violoncello accompagnava: le emozioni più
forti un violoncellista le raggiungeva seguendo un cembalo nel basso
continuo. E poi, in attesa di Beethoven, la fioritura di una nuova
scuola strumentale, in Francia, dalle parti del 1750, aveva soltanto
offerto doni a compositori specializzati, cioè a strumentisti
virtuosi che si scrivevano le loro brave partiture in modica quantità
e per un consumo rigorosamente personale. Beethoven si fa aprire
le porte dalla Storia: nel 1796 diventa amico del grande virtuoso
Jean-Louis Dupont e per lui - grazie e insieme a lui - nascono
le due Sonate op. 5. Finalmente un compositore non specializzato
può occuparsi di metter mano alla materia, di inventarsi
un discorso musicale tra due partner di pari dignità. Il
gesto compositivo di Beethoven, per quanto minore negli esiti rispetto
al suo standard, fa piazza pulita per decenni. Per un po', le uniche
sonate per violoncello e pianoforte sono le sue.
Il violoncello è uno strumento meraviglioso, ma anche
una grossa "gatta da pelare". Pure Brahms era un melodista
meraviglioso e insieme un uomo irto di ruvidezze. Ecco, spiega ad
esempio Ivor Keys nella sua guida pubblicata per gli ascoltatori
della BBC (Brahms Chamber Music, ora in Ariel Music, Londra 1986),
ecco perché la Prima sonata, del 1862, registra questo considerevole
numero di frasi "non melodiche", ecco perché circola
nella partitura questa enigmatica asprezza: è nello strumento,
è nell'uomo. Verrebbe da dire che la malìa, il fascino
struggente regalato da Brahms ai propri temi - un fascino che Beethoven
non conosceva e forse neanche inseguiva - sono i richiami, le melodie
di piffero che ci devono condurre ad ascoltare drammi più
segreti, misteri, palpiti di esistenza. Qualche volta, per provare
a capire una musica, bisogna ascoltarne altra. Per questa sonata
di Brahms io trovo utile mettere su Una faccia in prestito,
un disco di Paolo Conte di qualche anno fa, perché
curiosamente si trovano lì, tutti in fila, i minuti in cui
un musicista sta intuendo qualcosa di molto simile a ciò
che si agitava da qualche parte nell'anima di Brahms. Vagano brevi
temi, nel cd di Conte, con parole che giocano a nascondersi, come
sopraffatte da una musica che cerca di dire chissà che cosa,
non si sa, e non lo si sa perché la musica stessa, voglio
dire la melodia, l'armonia, il "giro", si maschera, si
perde tra i rumori di certe percussioni, tra i leggii di una banda
di paese che porta in queste canzoni il chiasso di un mondo al citofono.
Così le tracce del cd perdono i loro tre secondi di pausa,
si infilano una sull'altra come i numeri di un circo: tu stai lì,
come di fronte a Brahms, e ascolti lo spettacolo di una dolcissima
esplosione. La Storia, anche qui, incespica.
Durante la Prima Guerra viene fuori la sonata di Debussy,
ed è il nuovo che avanza. Il suo, si sa, è un universo
di relazioni, un ipertesto, un modo non lineare di pensare alla
composizione. Prima, gli altri ti segnalavano un percorso, fatto
di indicazioni e rimandi precisi; Debussy sceglie di inventare una
musica omnidirezionale e insieme statica, che può trascinarti
lungo i tragitti più imprevedibili o semplicemente lasciarti
lì, quasi immobile, a osservare un cambio di luce, una screziatura
nel suono, un inciso che può essere pronunciato in mille
modi. Pensate alla funzione dell'orchestrazione nella musica che
lo precede: serve a rivestire la polifonia, a colorare melodie,
accompagnamenti, controcanti che potrebbero esistere tranquillamente
nel bianco e nero di un pianoforte. Pensate invece all'orchestrazione
di Debussy: è polifonia essa stessa, è generatrice
di musica, è motore dell'azione e della stasi, non abbigliamento.
Pensate al suo modo di intendere l'armonia: non lo si può
affrontare con il bagaglio della teoria classica perché la
sua armonia è sostegno, certo, ma anche colore e traino e
ritmo interno della partitura. La modernità di Debussy si
coglie proprio nell'impossibilità di considerare i parametri
musicali come indipendenti: le interazioni tra ritmo e forma, tra
armonia a strumentazione, tra melodia e dinamica sono talmente forti
da impedire di considerare la sua musica come un semplice "aggiornamento"
di ciò che era stato prima. Debussy si presenta al mondo
e in quel momento ci si accorge che la musica colta può essere
pensata (anche) diversamente.
Nella Sonata per violoncello e pianoforte ci si trova esattamente
di fronte all'intreccio di parametri sonori che rende la sua musica
così affascinante. In più, in questa pagina che è
tra le sue ultime (agosto 1915), per quella capacità di calamitare
le diversità che sembra il violoncello abbia addosso, Debussy
introduce due elementi precisi, eterogenei e facilmente identificabili.
C'è un esplicito riferimento alla musica clavicembalistica
di Rameau, di Couperin, di Chambonnières (l'avvio
toccatistico del Prologue, ad esempio): la guerra lo aveva depresso
e per molto tempo il maestro non aveva scritto nulla, fino a che
non si era deciso a imitare i grandi maestri francesi del passato
per riprendere la mano. E ci sono tracce di musica spagnoleggiante
(il ritmo di habanera al cello nella Serenade, le citazioni da Parfums
de la nuit di Iberia nel Finale): sono i mezzi che Debussy sceglie
per dispiegare lo humor doloroso che segna i suoi ultimi anni di
vita.
La proliferazione di idee, l'utilizzo della sonata per violoncello
& pianoforte come palestra operativa, una certa voglia di tentare
la strada dell'eclettismo abitano la Sonata op. 40 di ostakovic,
del 1934. L'Allegro non troppo iniziale è dichiaratamente
tardoromantico: il tema viene fuori al violoncello, tranquillamente
accompagnato dal pianoforte, e si distende, a poco a poco, lungo
progressioni dal sapore post-wagneriano, passando poi - per il pianoforte
- attraverso Rachmaninov e Cole Porter. Ci fosse solo questo,
dentro il primo movimento, fatichereste a ritrovare ostakovic.
Ecco che, invece, lui sigla la propria appartenenza alla Storia
con affondi che garantiscono la ruvidezza, il brusio, il rumore
di fondo che, nel bene e nel male, segna la musica della modernità.
L'Allegro seguente è una danza, anche lei un po' incasinata,
mentre il Largo è il movimento più compatto, più
organico, quello che promette e, puntualmente, mantiene. Si incatenano
semifrase e semifrase, periodo e periodo, sempre con lo stesso tono,
sempre obbligati da una stessa urgenza. Altra virata e si giunge
all'Allegro finale, che ha quel sapore neoclassico dato da frasi
lineari e pulite, melodia e accompagnamento, un po' io e un po'
tu, poi ci scambiamo. Ci sono dentro, tra l'altro, un tantino di
Chopin e quel finale quasi manierista, ci ci e co co, per cui, arrivati
alla doppia barra, sembra di aver fatto un raffinato ma ricchissimo
giro del mondo.
È significativo che sia Donatoni a raccogliere il
testimone, in questo gennaio violoncellistico. Il suo Le ruisseau
sur l'escalier, per diciannove esecutori e violoncello solista,
suggerisce, ancora una volta, un rapporto problematico con il ruolo
di prim'attore: "Lo strumento solista - aveva scritto il Maestro
- anche se è seriamente impegnato non si propone di esibire
il proprio virtuosismo, ma di specificare e di rendere più
chiara e intelligibile la plasticità delle immagini"
(quella della partitura è una complessa storia di ruscelli
e pendii a scalinata che si vedono nei parchi di Baden-Baden).
Il violoncello, anche qui, in fondo è un abusivo.
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