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Signora
Hendricks, si dice che il jazz sia la sua segreta passione, nata
ai tempi della scuola. Ha voglia di raccontarci di quel periodo
e delle sue prime esperienze di musica jazz?
"Il direttore del coro della mia scuola superiore era un pianista
jazz molto conosciuto nell'Arkansas. Durante i fine settimana molto
spesso facevo da baby-sitter ai suoi bambini e quando questi andavano
a dormire io ascoltavo i suoi dischi. Aveva una collezione fantastica
di dischi jazz, che hanno risvegliato in me l'amore per quella musica.
Poi quando sono andata al college e quando ho cominciato a vivere
a New York ho continuato ad ascoltare jazz tutte le volte che potevo
e ho cominciato a cantarlo un po' io stessa per divertimento all'Università.
È la musica che mi ha accompagnato nella mia adolescenza".
Come
mai ha poi scelto di cantare la musica classica e non il jazz?
"Veramente è stata la classica a scegliere me e non
il contrario. Non avevo mai pensato alla musica come professione.
Avevo la laurea in chimica e matematica e cantavo solo per divertirmi.
Poi un'estate mi proposero di partecipare a un festival musicale
e a un'accademia estiva; accettai e lì incontrai quella che
sarebbe diventata la mia insegnante, Jennie Tourel. Tutta
la mia vita cambiò. Scoprii in me una potenzialità
fuori dall'ordinario e non potei fare a meno di cercare di capire
che cosa dovevo farne. Per questo dico che è stato Mozart
a scegliere me. Ma ho continuato ad amare il jazz e a un certo punto
mi si è ripresentata un'altra occasione. Parlando di Duke
Ellington con l'organizzatore del Festival di Montreux - che
è anche mio amico - di quanto grande questo autore fosse
e del fatto che era stato un po' dimenticato, egli mi propose di
dedicargli un concerto al Festival. Senza rendermi conto che significava
dividermi in due, dissi di sì, che mi sarebbe piaciuto. Anche
quando mi ritrovai sul palcoscenico non mi rendevo conto di che
cosa stavo facendo. L'unica cosa che importava era che era divertente
ed eccitante. Non ho nemmeno pensato al risultato, a quanto sarebbe
potuto piacere al pubblico oppure no. Solo quando tutto fu finito
mi resi conto che ero in grado di fare quello che avevo fatto e
che però avevo corso un grosso rischio, che quasi nessuno
nella mia posizione correrebbe: avrebbe potuto essere un disastro
tremendo".
C'è
però una sua incisione per la Decca di anni prima dedicata
a Gershwin. Lei canta accompagnata dalle sorelle Labèque.
Dunque Montreux non è stata la prima volta
"No, ma era una cosa completamente diversa. In quel disco la
musica era tutta composta, tutta scritta e loro non erano musiciste
jazz. In quella situazione era molto difficile fare anche il più
piccolo cambiamento. È stato bello, interessante, impegnativo,
ma era una cosa molto vicina a un recital classico. Con Montreux
si è aperta una nuova strada nella mia carriera".
Il
jazz che le piace rimane quello classico o ci sono nuovi orizzonti
per lei?
"Ho vissuto una bellissima esperienza con un giovane pianista
svedese, che era al Festival e con il quale ho cantato un paio di
brani; nonostante egli avesse un approccio molto moderno, nonostante
avessimo due stili completamente diversi, ha funzionato bene lo
stesso. È stato grande! Quando si comincia qualcosa se si
ha soddisfazione si è invogliati ad andare avanti, a costruire,
diversamente smetti e fai qualcos'altro. Succede anche nella classica.
Credo di avere aperte davanti a me molte e diverse porte dal punto
di vista professionale, ma certamente quando ascolto musica jazz
ascolto Miles Davis, Ella Fitzgerald (che adoro), Nat
King Cole, Bill Evans. Mi piacciono anche i giovani musicisti,
ma come succede a tutti noi, sono rimasta legata alla musica che
ascoltavo quando io ero giovane, quando avevo vent'anni".
Che
cosa succede a un cantante lirico quando si mette a cantare il jazz?
Ho letto che tecnicamente lei si limita a utilizzare principalmente
i registri bassi, ma non cambia in altro modo l'impostazione.
"Si, è quello che faccio, perché il registro
basso è quello più comprensibile. Penso che il jazz
sia semplicemente un altro stile. È sempre musica, ma in
uno stile diverso. Così come lo stile di Mozart è
diverso da quello di Stravinskij o da quello di qualsiasi altro
autore moderno o contemporaneo. Il mio compito è quello di
capire il linguaggio del compositore e di essere capace di parlare
al pubblico con quella lingua. La stessa cosa capita con il jazz.
Cerco di capirne lo stile e il linguaggio, di rispettarlo e di dare
vita alla sua natura il più fedelmente possibile".
Una
parola su Geoffrey Keezer che l'accompagnerà a Torino il
28 gennaio.
"Geoffrey è un musicista fantastico che ho conosciuto
in una situazione disastrosa. Subentrò a un pianista che
aveva cancellato all'ultimo momento un concerto con me in Giappone.
A quel tempo Geoffrey viveva là e quindi non potemmo provare
fino a quando non arrivai a destinazione. Non mi era mai successo
di cantare con qualcuno che non conoscevo, ma fu una sorpresa meravigliosa:
Geoffrey è un pianista eccellente, dalla sensibilità
e dalla musicalità fantastiche. Da tre anni abbiamo quella
che io considero una collaborazione ideale". (m.p.)
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