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gennaio 2002
unione musicale
INTERVISTA - Jazz, il mio primo amore

 

Barbara Hendricks

Geoffrey Keezer

Signora Hendricks, si dice che il jazz sia la sua segreta passione, nata ai tempi della scuola. Ha voglia di raccontarci di quel periodo e delle sue prime esperienze di musica jazz?
"Il direttore del coro della mia scuola superiore era un pianista jazz molto conosciuto nell'Arkansas. Durante i fine settimana molto spesso facevo da baby-sitter ai suoi bambini e quando questi andavano a dormire io ascoltavo i suoi dischi. Aveva una collezione fantastica di dischi jazz, che hanno risvegliato in me l'amore per quella musica. Poi quando sono andata al college e quando ho cominciato a vivere a New York ho continuato ad ascoltare jazz tutte le volte che potevo e ho cominciato a cantarlo un po' io stessa per divertimento all'Università. È la musica che mi ha accompagnato nella mia adolescenza".

Come mai ha poi scelto di cantare la musica classica e non il jazz?
"Veramente è stata la classica a scegliere me e non il contrario. Non avevo mai pensato alla musica come professione. Avevo la laurea in chimica e matematica e cantavo solo per divertirmi. Poi un'estate mi proposero di partecipare a un festival musicale e a un'accademia estiva; accettai e lì incontrai quella che sarebbe diventata la mia insegnante, Jennie Tourel. Tutta la mia vita cambiò. Scoprii in me una potenzialità fuori dall'ordinario e non potei fare a meno di cercare di capire che cosa dovevo farne. Per questo dico che è stato Mozart a scegliere me. Ma ho continuato ad amare il jazz e a un certo punto mi si è ripresentata un'altra occasione. Parlando di Duke Ellington con l'organizzatore del Festival di Montreux - che è anche mio amico - di quanto grande questo autore fosse e del fatto che era stato un po' dimenticato, egli mi propose di dedicargli un concerto al Festival. Senza rendermi conto che significava dividermi in due, dissi di sì, che mi sarebbe piaciuto. Anche quando mi ritrovai sul palcoscenico non mi rendevo conto di che cosa stavo facendo. L'unica cosa che importava era che era divertente ed eccitante. Non ho nemmeno pensato al risultato, a quanto sarebbe potuto piacere al pubblico oppure no. Solo quando tutto fu finito mi resi conto che ero in grado di fare quello che avevo fatto e che però avevo corso un grosso rischio, che quasi nessuno nella mia posizione correrebbe: avrebbe potuto essere un disastro tremendo".

C'è però una sua incisione per la Decca di anni prima dedicata a Gershwin. Lei canta accompagnata dalle sorelle Labèque. Dunque Montreux non è stata la prima volta…
"No, ma era una cosa completamente diversa. In quel disco la musica era tutta composta, tutta scritta e loro non erano musiciste jazz. In quella situazione era molto difficile fare anche il più piccolo cambiamento. È stato bello, interessante, impegnativo, ma era una cosa molto vicina a un recital classico. Con Montreux si è aperta una nuova strada nella mia carriera".

Il jazz che le piace rimane quello classico o ci sono nuovi orizzonti per lei?
"Ho vissuto una bellissima esperienza con un giovane pianista svedese, che era al Festival e con il quale ho cantato un paio di brani; nonostante egli avesse un approccio molto moderno, nonostante avessimo due stili completamente diversi, ha funzionato bene lo stesso. È stato grande! Quando si comincia qualcosa se si ha soddisfazione si è invogliati ad andare avanti, a costruire, diversamente smetti e fai qualcos'altro. Succede anche nella classica. Credo di avere aperte davanti a me molte e diverse porte dal punto di vista professionale, ma certamente quando ascolto musica jazz ascolto Miles Davis, Ella Fitzgerald (che adoro), Nat King Cole, Bill Evans. Mi piacciono anche i giovani musicisti, ma come succede a tutti noi, sono rimasta legata alla musica che ascoltavo quando io ero giovane, quando avevo vent'anni".
Che cosa succede a un cantante lirico quando si mette a cantare il jazz? Ho letto che tecnicamente lei si limita a utilizzare principalmente i registri bassi, ma non cambia in altro modo l'impostazione.
"Si, è quello che faccio, perché il registro basso è quello più comprensibile. Penso che il jazz sia semplicemente un altro stile. È sempre musica, ma in uno stile diverso. Così come lo stile di Mozart è diverso da quello di Stravinskij o da quello di qualsiasi altro autore moderno o contemporaneo. Il mio compito è quello di capire il linguaggio del compositore e di essere capace di parlare al pubblico con quella lingua. La stessa cosa capita con il jazz. Cerco di capirne lo stile e il linguaggio, di rispettarlo e di dare vita alla sua natura il più fedelmente possibile".

Una parola su Geoffrey Keezer che l'accompagnerà a Torino il 28 gennaio.
"Geoffrey è un musicista fantastico che ho conosciuto in una situazione disastrosa. Subentrò a un pianista che aveva cancellato all'ultimo momento un concerto con me in Giappone. A quel tempo Geoffrey viveva là e quindi non potemmo provare fino a quando non arrivai a destinazione. Non mi era mai successo di cantare con qualcuno che non conoscevo, ma fu una sorpresa meravigliosa: Geoffrey è un pianista eccellente, dalla sensibilità e dalla musicalità fantastiche. Da tre anni abbiamo quella che io considero una collaborazione ideale". (m.p.)

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