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Prologo
In Wolfgang Rihm - classe 1952 - tutto nasce da un contagio
di raggi d'arte contratto nella prima infanzia. Un paesaggio con
albero di Lovis Cortinth e un autoritratto di Max Bechmann
che suscitano subito nel bimbo una bruciante volontà formativa:
dipinge acquarelli, inventa racconti e poemi fantastici dettati
alla mamma prima di imparare a scrivere. La musica arriva dopo,
legata allo spirito religioso di Wolfgang, attratto dalla sacralità
del rito, dall'odore dell'incenso, dal suono dell'organo che a sette
anni riesce a suonare improvvisando per un'intera giornata finché
non gli viene tolta la corrente elettrica dai compaesani esasperati.
La musica nasce in Rihm dalla manipolazione di uno strumento. Non
dimentica questa lezione quando intraprende gli studi accademici.
I maestri
Eugen Werner Velte, docente all'Accademia di Musica di
Karlsruhe, uomo generoso, pronto a concedere ogni minuto libero
agli allievi, capace di insegnare il rigido linguaggio seriale di
Webern, lasciando la possibilità di impiegarlo liberamente;
autore di indimenticate lezioni sugli ultimi quartetti di Beethoven
che dimostrano al giovane compositore come si possano conciliare
un'inflessibile organizzazione dei suoni con una prorompente carica
espressiva. La natura indisponibile a compromessi di Stockhausen
durante le estati a Darmstadt e gli inverni a Colonia conforta Wolfgang
negli anni maturi dell'apprendistato, e imprime la svolta decisiva
verso una strada del tutto personale: lo invita a seguire la propria
voce interiore con migliore disposizione d'animo, ad apprezzare,
nel processo compositivo, il valore dell'intuizione da una parte
e un fermo senso delle durate e delle proporzioni dall'altro.
I predecessori
Di Schoenberg Rihm apprezza il fuoco creativo, ma avverte
il senso di soffocamento che la sua musica soffre quando è
costretta in una rete dodecafonica; ama Berg sopra ogni altro e
saluta Debussy come un redentore: egli spalanca le finestre e libera
dall'odore di muffa quelle grigie camere formali dove ciascun compositore
militante del dopoguerra sembrava obbligato a vivere, impegnato
a riempirle di musica senza mai uscirne. Dal compositore francese
Rihm impara a scrivere partendo da zero ogni volta, assumendosi
in pieno la responsabilità della creazione.
Lo stile Considerato l'esponente di punta della "nuova semplicità",
in realtà Rihm promuove un recupero irreversibile del valore
comunicativo ed emozionale dell'arte misconosciuto per molti anni,
senza semplificare un bel niente. Il compositore non utilizza un
solo idioma linguistico, ma adotta una grammatica e una sintassi
funzionali agli scopi espressivi contingenti, quindi sempre diverse.
La forma è tensione serpeggiante tra segrete, cunicoli, nascondigli
che aspira a un punto d'equilibrio, le idee fluttuano di continuo
tra un'estetica dell'evocazione e una della provocazione, rigenerando
materia apparentemente morta per slanciarla verso un futuro divinato.
Di fronte a questa scrittura "in punta di nervi e non di penna"
chi ascolta legge una traduzione sismografica del vivere, dove aria
e anima, natura ed essere concorrono a scrivere un unico, fervido,
instabile disegno.
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SETTIMANALE |
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