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Georges
Prêtre è cambiato nel tempo.
Ci sono artisti, interpreti, che negli anni della maturità
e della vecchiaia offrono un'immagine sostanzialmente coerente rispetto
a quella degli anni giovanili; altri invece subiscono un'evoluzione
che ne modifica sostanzialmente l'identità.
È quello che è successo, in qualche modo, a Georges
Prêtre. Il direttore di oggi, riflessivo, dedito
al repertorio sinfonico e assai spesso a quello romantico di
area tedesca, ricorda ormai da lontano il giovane energico, dal
carisma dionisiaco, impegnato intensivamente nel teatro d'opera
e considerato specialista del repertorio francese.
Per molti lustri, infatti, Prêtre è stato conteso
dalle istituzioni italiane soprattutto come interprete di riferimento
della musica francese. Alla Scala è stato invitato per
Carmen, Werther, Les Troyens, Faust, Samson et Dalila, Pelléas
et Mélisande, L'heure espagnole e L'enfant et les sortileges,
per alcune opere di Puccini (Bohème, Madama Butterfly, Manon
Lescaut, Turandot) e del Verismo (Cavalleria rusticana e Pagliacci),
per una sola opera di Wagner (Die Walküre), mai per un'opera
di Verdi o di Strauss. Fu Francesco Siciliani, quando era direttore
artistico delle Orchestre della Rai, a chiedergli, con lungimiranza,
di dirigere il Rosenkavalier e l'Ottava di Mahler; ma anche la Norma
di Bellini, registrata a Torino; nonché una Kovancina destinata
a saltare durante le prove per una delle leggendarie sfuriate del
direttore verso le sue orchestre (volarono parole grosse, e venne
evocato il generale Cambronne). Siciliani non mancò tuttavia
di catturare su nastro Les Troyens e La damnation de Faust di Berlioz,
la Carmen. Parallelamente, all'Accademia di Santa Cecilia, Prêtre
diresse, negli anni Settanta, la Terza di Mahler e l'Eroica (nonché
il Requiem di Verdi); tuttavia queste prove erano considerate da
buona parte del pubblico come stravaganti evasioni da un recinto
obbligato, alle quali difettava una radice culturale posseduta solo
dai direttori di area tedesca. Non meno chiari gli orientamenti
dell'industria del disco; Prêtre è entrato in sala
di registrazione per incidere Carmen, Les pécheurs de perles,
Samson et Dalila, Werther, nonché La traviata (opera spesso
considerata come progenitrice dell'opéra-lirique francese)
e l'accoppiata Cavalleria rusticana-Pagliacci. Quasi inosservata
è passata la sua Lucia di Lammermoor, che pure segnava una
netta discontinuità rispetto alle tante registrazioni degli
"esperti" maestri italiani.
È giusto domandarsi, dunque, perché, negli anni
giovanili, le qualità direttoriali di Prêtre si
siano manifestate in modo così prepotente e inequivoco prima
di tutto nel repertorio francese e in quello operistico.
Perché Prêtre, più che essere incline a costruire
severe architetture, è sempre stato un cultore di una estetica
compiaciuta del suono, capace di accendere e inebriare una esecuzione;
ed è, questa cultura del suono, una componente centrale della
musica francese, culminata nell'esperienza impressionistica. La
cavalcata verso l'inferno della Damnation, il valzer del Faust,
l'inno alla libertà della Carmen, nonché la progressiva
accensione del Bolero, si avvalevano, attraverso la lettura di Prêtre,
più che di un ferreo controllo dell'insieme, di una cura
peculiare del gioco timbrico, di una elasticità del fraseggio
e di una improvvisa accelerazione della tensione, in grado di offrire
emozioni difficilmente ripetibili.
Questa specializzazione "francese", tuttavia, Prêtre
l'ha sempre rifiutata; ha sempre rivendicato con forza il diritto
di superare le barriere delle culture nazionali; di dirigere
Verdi, Brahms, e Gershwin tanto quanto Debussy e Ravel. Forse proprio
questo desiderio di essere accettato anche come interprete di altri
repertori è all'origine del suo distacco dal teatro d'opera,
sul quale distacco hanno senz'altro influito anche altri fattori:
la difficoltà di riunire cast adeguati, di gestire i meccanismi
degli enti lirici, di confrontarsi con allestimenti innovativi.
Dedicarsi al repertorio sinfonico, d'altronde, significa avere maggiore
libertà di orientamento e di scelta nella compilazione dei
programmi. Ma l'abbandono del teatro d'opera - con pochissime eccezioni
- ha inciso significativamente anche sulla personalità dell'interprete.
Le accensioni brucianti hanno lasciato il passo a scelte di tempo
posate, al manifestarsi di un intimismo più sofferto e riflessivo.
Se Prêtre affronta, oggi, i poemi sinfonici di Respighi, è
probabile che egli li legga tuttora, e legittimamente, come esiti
di un filone impressionista; se affronta, invece, la Quarta Sinfonia
di Brahms, è probabile che egli si accosti a questo testo
valorizzando più la ricchezza della scrittura sinfonica che
non il rigore della costruzione, senza però quegli equivoci
di prospettiva che talvolta le sue letture giovanili potevano suscitare.
La verifica, e la misura della distanza con il Prêtre di anni
lontani, spetta al pubblico torinese.
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SETTIMANALE |
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