Un
legame sempre più stretto fra le più importanti
istituzioni musicali torinesi, l'Orchestra
Sinfonica Nazionale della Rai e il Teatro
Regio di Torino, ha visto protagonista negli ultimi
anni, all'interno della Stagione Sinfonica della Rai e
al fianco dell'Orchestra, il Coro del Teatro Regio, guidato
dal maestro Bruno Casoni. Ripercorrendo alcune delle ultime
tappe di questo connubio, dall'Aleksandr Nevskij di Prokof'ev
alla Terza Sinfonia di Mahler nella stagione 1998-1999,
dal Re Davide di Honegger al War Requiem di Britten nella
1999-2000, compresa la partecipazione del Coro di voci
bianche del Regio nel Faust di Schumann e nel Cavaliere
della rosa nella scorsa stagione, fino alla recente Seconda
sinfonia di Mahler, a dicembre, il pubblico ha seguito
il continuo crescendo dell'impegno artistico e del valore
professionale di un tale rapporto.
Venerdì 25 e sabato 26
gennaio al banco di prova di opere tanto importanti
quanto imponenti si aggiungeranno i Carmina Burana, il
più celebre lavoro di Carl
Orff, i cui testi ricavati dalla raccolta del
monastero di Benedicte Beuren (Baviera) nota come Codex
Latinus 4660, inneggiano all'amore, al vino e alle gioie
profane della vita, attraverso una musica travestita da
movenze arcaiche. (m.l.) |
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Non
è un caso che la musica dei Carmina Burana sia stata
utilizzata in numerosi film del secondo Novecento e abbia fatto
da sfondo sonoro a molti spot pubblicitari: è brulicante
di energia, ricca di particolari e colori come un dipinto fiammingo,
ma edificata su pochi, unanimi elementi forti e replicati nel tempo
senza sviluppi o variazioni, fatti di ostinati ritmici e fasce di
suono lungamente tenute. Ideale ambiente sonoro per una sequenza
cinematografica con un unico fondale ed eventi, volti, motti in
evoluzione.
Un theatrum emblematicum, dove la musica squadra temi-simbolo
universali cui le immagini alludono, ma che non esplicitano.
Scorrendo la mia memoria di cinefilo incontro coerentemente i Carmina
in ambientazioni medievali.
Un medievale, leggendario o mitologico, ora metafora dell'inconscio
più oscuro, delle dinamiche collettive più ancestrali
e barbare, dell'ambiguità tra segreto, labirinto e mistero.

Sempre legato a una rappresentazione del potere. Quello bianco della
Verità, conquistato da Artù prima estraendo la spada
dalla roccia, poi bevendo dal Graal o quello nero di Morgana che
trasforma le carni in pietra in Excalibur; il potere della Morte
ne Il settimo sigillo di Bergman, che approssima all'Apocalisse
il crociato deluso e dubbioso e indica la follia del giullare come
unica strada per dare scacco (matto) a un destino di distruzione
e annientamento.
Il potere del sesso "obbligatorio e brutto" come metafora
del consumo, dello sfruttamento dei corpi e delle vite ridotte a
cose in Salò o le centoventi giornate di Sodoma, di
un Pasolini stanco di vivere e incapace di trovare nell'arte uno
strumento di riscatto.
Nell'opera di Orff si rispecchia bene il potere che non racconta,
afferma; che proclama, non discute; che percuote, non sfiora; che
scolpisce, non canta.
Non si prende a braccetto il potere, si cavalca come il baldo giovine
impavido e sensuale che, in uno spot di qualche anno fa, solcava
le onde di un oceano impetuoso, dominatore della Natura grazie a
un profumo pour homme irresistibile all'olfatto femminile.
Anch'esso fenomeno di natura.
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