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Maestro
Mehta, lei ha suonato il violino, il pianoforte, il contrabbasso
e le percussioni e ha studiato composizione e medicina, oltre ad
aver cantato in coro (partecipando tra l'altro all'incisione della
Nona di Beethoven diretta da von Karajan!). Fra tutte queste esperienze,
quale le ha lasciato il segno più deciso?
E quale l'ha maggiormente aiutata nella sua professione?
"Sicuramente assistere alle prove d'orchestra dirette da mio
padre Mehli Mehta (che aiutavo e seguivo con grande passione);
inoltre a Vienna ho avuto l'occasione di seguire il lavoro dei più
grandi direttori di quegli anni (erano i Cinquanta): fu una grande
scuola. Anche l'aver suonato in orchestra è stata un'esperienza
formativa importante, naturalmente!".
A
proposito della prima volta che salì sul podio, a sedici
anni, lei disse "ebbi l'impressione che l'orchestra fosse come
una carrozza trainata da oltre cento cavalli: si possono allentare
o stringere le briglia, o lanciarli al galoppo
". La pensa
ancora allo stesso modo dopo tanti anni trascorsi a dirigere i maggiori
complessi del mondo?
"Spiego meglio che cosa volevo dire: l'orchestra è come
una carrozza con sei cavalli; una volta fatte le prove e acquisita
la fiducia, è indispensabile talvolta lasciarla libera di
esprimersi da sola
magari per otto battute
senza quasi
disturbare i musicisti
e poi saper valutare quando stringere
nuovamente la bacchetta in pugno e riprenderne il controllo
".
Lei
è certamente uno dei direttori d'orchestra più coraggiosi,
da sempre attivo e attento alla politica e al sociale. Secondo lei
la musica può contribuire a migliorare la società?
"Credo che ogni giorno la musica migliori la società,
e non soltanto la "mia" musica. Ogni giorno nel mondo
ci sono migliaia di concerti e migliaia di persone ascoltano la
musica, in teatro, all'opera, nelle chiese
questo aiuta molto
l'umanità. In Afghanistan erano sei anni che non ascoltavano
musica: la prima cosa che hanno fatto dopo la liberazione di Kabul
è stata riaccendere le radio; tutti abbiamo bisogno della
musica!".
Nel
1970 per la NBC lei partecipò a una trasmissione televisiva
a fianco di Carlos Santana; in seguito ha diretto i due più
grandi concerti dei Tre tenori alle Terme di Caracalla a Roma, rilanciando
la lirica nel grande mondo della musica commerciale. Che atteggiamento
ha nei confronti della musica di tradizione non classica?
"Mi piace moltissimo il jazz, e comunque quell'esperienza alla
NBC fu una sfida: proporre un'ora di musica, classica e pop, senza
interruzioni pubblicitarie. Santana e io ci esibimmo fianco
a fianco, insieme anche con Who e Jethro Tull; fu un progetto
molto discusso, allora, ma io all'epoca avevo molta voglia di sperimentare".
Sempre
a proposito di televisione, lo scorso anno a Parigi ha diretto l'OSN
della Rai e un cast di ottimi cantanti nel progetto Traviata à
Paris: che cosa le ha lasciato quell'esperienza?
Reputa che la lirica sia uno spettacolo adatto alla televisione?
"Credo che questo ambizioso a grandioso progetto (che si è
anche conquistato l'Emmy Award 2001 e il Prix Italia 2001, e che
uscirà presto in dvd) sia la prova lampante che l'opera è
adatta alla televisione. Io credo sia stato un successo nella misura
in cui siamo riusciti a non sacrificare artisticamente e musicalmente
nulla. I tempi musicali, il contatto con i cantanti e con l'orchestra:
il meccanismo è stato identico a quello di una vera produzione
teatrale. Naturalmente non sarebbe possibile ripetere questa esperienza
ogni due mesi: è stata una grande fatica! Ma durante il lavoro
ho avuto la massima collaborazione di tutti, da Andermann (il produttore)
all'ultimo dei tecnici, e anche l'atteggiamento dell'Orchestra e
dei cantanti è stato ammirevole".
Lei
ha affermato: "Quando c'è simbiosi tra orchestra e direttore
tutto funziona meglio e le esecuzioni sono migliori. Ciò
è facile quando vi è un rapporto di lavoro lungo è
stabile". Come si pone invece di fronte alle orchestre che
le capita di dirigere solo occasionalmente?
"Io faccio questo molto di rado. Le uniche due orchestre che
dirigo come "ospite" sono i Berliner e i Wiener [Philharmoniker,
ndr], che "frequento" da quarant'anni circa: ho quindi
avuto modo di seguirne l'evoluzione e di fronte a loro non mi sento
estraneo. Oltre a queste, dirigo soltanto la Israel Philharmonic
Orchestra, il Maggio Musicale Fiorentino e la Bayerische Staatsoper
di Monaco; qualche volta la Los Angeles Philharmonic Orchestra".
In
occasione di questo appuntamento torinese del Lingotto lei ha scelto
due composizioni molto celebri, Le sacre de printemps di Stravinskij
e Shéhérezade di Rimskij-Korsakov. Perché?
"Quello di Torino è un programma che amo molto e che
eseguo molto di rado. Stravinskij fu allievo di Rimskij-Korsakov
e il legame che unisce i due compositori è forte e particolarmente
chiaro in questi due brani".
Che
atteggiamento assume di fronte a queste partiture che ha diretto
magari più volte e in periodi diversi della sua vita?
"Nel Sacre laddove un tempo il barbarismo pagano dominava la
mia interpretazione, oggi troverete una maggiore varietà
dei colori. Rimskij-Korsakov invece lo eseguiamo per la prima volta
(dopo due repliche a Firenze sempre in gennaio). In ogni caso la
differenza maggiore la fa proprio l'orchestra; anche a distanza
di pochi anni ogni musicista matura una propria consapevolezza musicale
della partitura che suona, più "cameristica", perché
a differenza delle prime esecuzioni in cui la preoccupazione sta
nel "leggere" le note, si può finalmente lasciare
andare all'ascolto dei propri colleghi e delle altre famiglie di
strumenti
".
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