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Mentre
attendeva al lavoro di orchestrazione del Principe Igor di Borodin
(1888), Rimskij-Korsakov sentì l'urgenza di una
composizione sinfonica suggerita da Le mille e una notte, l'inesauribile
serbatoio d'immaginazioni orientali, forse in combutta con lo stimolo
esotico già presente nell'opera di Borodin cui accudiva;
annotò qualche appunto e, secondo il suo solito, rimandò
la stesura e il completamento dell'opera ai lunghi mesi estivi,
trascorsi quell'anno in un villaggio del distretto di Luga. Ne sortì
la suite sinfonica Shéhérazade, che assieme
al Capriccio spagnolo scritto un anno prima e all'ouverture
La grande Pasqua russa della stessa estate 1888 concludeva, secondo
le parole dell'autore, "un periodo della mia carriera, al termine
del quale il mio modo di trattare l'orchestra aveva raggiunto un
grado ragguardevole di virtuosità e di pienezza sonora";
ma in realtà, dietro il secco tecnicismo, Rimskij occulta
il composito orizzonte delle sue sgargianti partiture e soprattutto
la consapevolezza di aver pressoché inventato una "musica
d'avventure". Nel nome di Shéhérazade, Rimskij-Korsakov
compendia alcuni temi del celebre novelliere distribuendoli in quattro
movimenti principali ispirati ad altrettante scene o situazioni:
il mare e la nave di Simbad, le avventure del principe Calendo,
il principe e la principessa, festa a Bagdad e nave che si infrange
sugli scogli; ma tutto senza steccati o riscontri puntuali perché,
sempre secondo il compositore, gli "apparenti Leitmotive non
sono che puri materiali musicali o temi dati per uno sviluppo sinfonico:
temi che si compenetrano e si spargono per tutti i movimenti della
suite, alternandosi e intersecandosi a vicenda". Infatti, nessun
titolo extramusicale verrà aggiunto in partitura per orientare
l'ascolto; unico legame evidente è l'intervento solistico
del violino, che rispunta ogni volta da capo come la silhouette
della principessa pronta a ricominciare un nuovo racconto: affabulazioni
sostenute dagli accordi di un'arpa, velari iridescenti dietro i
quali Rimskij si mimetizza nello stereotipo del favoloso e del lontano.
"Terminando
a Pietroburgo le ultime battute dell'Uccello di fuoco - racconta
Stravinskij nelle Cronache della mia vita - un giorno intravidi
nella mia immaginazione, in modo del tutto inaspettato, lo spettacolo
di un grande rito sacrale pagano: vecchi saggi erano seduti in cerchio
a osservare la danza della morte di una fanciulla che essi sacrificavano
per rendersi propizio il Dio della primavera". Era il soggetto
de Le sacre du printemps; ma il lavoro venne subito rimandato
per l'irruzione, altrettanto inattesa, di Petruka che assorbì
Stravinskij nel 1910-11. Solo dopo questa parentesi Stravinskij
si consultò con il pittore Nicolas Roerich, amico e studioso
del mondo pagano, per mettere a fuoco il soggetto; quindi, ritiratosi
nella tenuta paterna di Ustilug lavorò con alcune interruzioni
fino al novembre del 1912; il 28 maggio 1913 Le sacre du printemps
inaugura la stagione dei Balletti russi al Théâtre
des Champs Elysées, direttore Pierre Monteux, coreografia
di Vaslaw Nijinsky. L'esito di quella "prima",
come si sa, fu disastroso; ma già l'anno dopo, come puro
pezzo da concerto, la Sagra conobbe il suo primo trionfo, non più
interrotto fino a oggi; alla sua popolarità, oltre ai balletti
ideati da Millos o da Béjart, ha di certo contribuito pure
la celebre Fantasia di Walt Disney (1940), dove tuttavia la ferocia
è accortamente circoscritta al regno animale e tellurico,
senza presenze umane. L'opera è concepita in due grandi quadri,
L'adorazione della terra e Il sacrificio: entrambi sono organizzati
secondo un voltaggio espressivo crescente, che parte da una zona
di attesa e preparazione e poi sale, con qualche riflusso di calma,
verso un culmine di scatenamento fonico e ritmico. Nei suoi ammirevoli
Souvenirs sur Igor Stravinsky del 1946, Ferdinand Ramuz dirà
di Stravinskij: "Siete un uomo che si getta sulle sue prede,
siete un uomo da preda
d'istinto puntate sempre al significativo,
al vero, all'autentico, in tutte le cose, e sempre alle materie
brute, alle non classificate, alle non percepite": parole che
ancora oggi risentono dello choc provocato dalla scoperta de Le
sacre du printemps.
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