|
|
Quali
sono state, maestro Campanella, le persone fondamentali per il suo
percorso artistico e che cosa le hanno trasmesso?
"Spiccano, senza alcun dubbio, due personaggi. Il primo è
Nino Rota, frequentato durante gli anni della formazione
a Bari, la mia città d'origine e dove ho vissuto fino a vent'anni:
un secondo padre, buono e dolce. Da questo compositore ho imparato
a cogliere di una partitura quanto c'è tra le righe e non
sulle righe: citava spesso Mozart quando sosteneva che le note scritte
sono poco più che "cacche di mosca", sta a noi
riportarle a nuova vita ogni volta "ricomponendole". Non
è fondamentale risentire ciò che avvertì il
compositore nell'atto dello scrivere, l'importante è "com-patire"
con il pubblico intense emozioni. Ciò non è inconciliabile
con la necessità di restare ligi ai dettami del compositore.
L'altra persona che ricordo amorevolmente è Giancarlo
Menotti che mi ha permesso di iniziare la carriera. Era il lontano
1967 a Spoleto, dove lavoravo come pianista accompagnatore. Il direttore
che avrebbe dovuto dirigere un'opera sconosciuta di Donizetti, Il
furioso all'isola di San Domingo, litigò con Menotti e se
ne andò, così questi cedette a me la bacchetta alla
prova generale essendo l'unico che avesse studiato la partitura.
L'orchestra suonò al meglio di quanto poteva e Giancarlo
decise di aiutarmi chiamandomi molte altre volte. Tra i suoi consigli
più preziosi ricordo quello di colmare i silenzi di tensione
espressiva come fossero note".
Quali
sono i problemi che l'opera belliniana pone a un direttore?
"Non è un caso che in questo momento io stia dirigendo
un altro Bellini, qui a Chicago, Capuleti e Montecchi, ma
tra le due opere c'è un abisso: solo con Norma e I puritani
Bellini ha cambiato volto alla sua idea del canto. Nei Capuleti
tolgo i tromboni e le trombe per dare maggiore levità all'orchestra.
Non per correggere presunti errori compositivi di Bellini o Donizetti,
ma gli ottoni della loro epoca non avevano ancora subìto
la rivoluzione organologica d'impronta wagneriana con l'introduzione
dei pistoni o della coulisse, erano a suoni naturali e il loro forte
era poco più di un ronzio di zanzara: oggi un pieno orchestrale
mette a disagio le voci, che sono costrette a forzare eccessivamente
l'emissione vocale. In Norma, al contrario, c'è bisogno della
forza coloristica degli ottoni, non si possono togliere, ma occorre
agire affinché non straripino".
Dal
punto di vista estetico è cambiata negli anni la sua immagine
di Norma?
"Nelle mie prime letture dell'opera mi sono lasciato influenzare
da un'idea di Norma infelice e lamentevole: indulgevo nel farle
fare rubati eccessivi che corrispondevano a una donna debole, remissiva,
facilmente influenzabile. In realtà è un personaggio
pieno di coraggio, abituata a comandare; lei influenza gli eventi
e quando per una volta è sopraffatta, la reazione è
rabbiosa, piena d'odio. In questo modo la bellissima parte di Adalgisa
risulta leggermente offuscata, è soggiogata dalla volontà
di Norma ed è la ragione per la quale non vuole accettare
compromessi".
Per
le impegnative parti di Norma e Adalgisa è difficile individuare
oggi interpreti all'altezza?
"Non è facile ma neppure impossibile: nella Norma allestita
a Parigi June Anderson incarnava bene la donna remissiva
che pensavo; a Torino Hasmik Papian, piena di grinta anche
nella vita, calzerà a pennello la nuova idea di Norma. Quanto
a Sonia Ganassi, ella può assumere la parte di chiunque,
è la migliore Adalgisa al mondo: ha cantato con me anche
a Parigi e si adatterà benissimo alla mia lettura rinnovata
del personaggio".
Quali
sono le peculiarità del Teatro Regio, che lei ha guidato
come direttore stabile per anni e che continua a frequentare con
assiduità, rispetto agli altri teatri del mondo?
"Per un artista, alzato il sipario, tutti i teatri del mondo
sono uguali. Torino è tuttavia particolare ai miei occhi,
perché mi sento a casa: conosco ogni angolo dell'edificio,
mi districo con disinvoltura tra quei cunicoli e i bunker che nessuno
sa mai dove conducano. Non vedo l'ora di tornare perché sia
nella direzione sia nell'Orchestra e nel Coro ritrovo degli amici:
abituati come siamo noi a tornare in albergo a fine recita soli,
non solo si lavora, ma anche si vive con piacere quando ci si sente
circondati da calore e amorevolezza. E poi i torinesi che amano
il teatro lo vivono con pienezza: indugiano nel foyer dopo la recita
a commentare e condividere il successo con gli artisti o arrivano
in anticipo per intercettare i protagonisti in procinto di truccarsi
e indossare i costumi.
Sotto il profilo architettonico mi piacerebbe avesse una facciata-simbolo
riconoscibile nel mondo e nella città, ma forse è
una peculiarità da non perdere il fatto che il Teatro si
nasconda dietro a un porticato bello e omogeneo con una discrezione
e una riservatezza tutte sabaude".
Quali
sono i suoi prossimi impegni di maggior rilievo?
"Cito volentieri Il pirata di Bellini che dirigerò
l'anno prossimo al Metropolitan con René Fleming, anch'ella
innamorata di quest'opera poco eseguita e poi, tra due anni, una
produzione colossale di Guillaume Tell in versione integrale e lingua
originale all'Opéra di Parigi". (g.n.)
|
| NAVIGARE
IN MUSICA |
 |
Vincenzo
Bellini: la vita, l'opera, le opere teatrali, photo gallery
|
 |
Un
altro sito dedicato a Vincenzo Bellini |
 |
| CALENDARIO
SETTIMANALE |
 |
1
/12 gennaio |
 |
13/20
gennaio |
 |
21
/27 gennaio |
 |
28
/31 gennaio |
|