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gennaio 2002
teatro regio torino
INTERVISTA - Bruno Campanella: una Norma fiera e coraggiosa


Bruno Campanella

bozzetti per l'allestimento di Norma di William Orlandi

 

Quali sono state, maestro Campanella, le persone fondamentali per il suo percorso artistico e che cosa le hanno trasmesso?
"Spiccano, senza alcun dubbio, due personaggi. Il primo è Nino Rota, frequentato durante gli anni della formazione a Bari, la mia città d'origine e dove ho vissuto fino a vent'anni: un secondo padre, buono e dolce. Da questo compositore ho imparato a cogliere di una partitura quanto c'è tra le righe e non sulle righe: citava spesso Mozart quando sosteneva che le note scritte sono poco più che "cacche di mosca", sta a noi riportarle a nuova vita ogni volta "ricomponendole". Non è fondamentale risentire ciò che avvertì il compositore nell'atto dello scrivere, l'importante è "com-patire" con il pubblico intense emozioni. Ciò non è inconciliabile con la necessità di restare ligi ai dettami del compositore. L'altra persona che ricordo amorevolmente è Giancarlo Menotti che mi ha permesso di iniziare la carriera. Era il lontano 1967 a Spoleto, dove lavoravo come pianista accompagnatore. Il direttore che avrebbe dovuto dirigere un'opera sconosciuta di Donizetti, Il furioso all'isola di San Domingo, litigò con Menotti e se ne andò, così questi cedette a me la bacchetta alla prova generale essendo l'unico che avesse studiato la partitura. L'orchestra suonò al meglio di quanto poteva e Giancarlo decise di aiutarmi chiamandomi molte altre volte. Tra i suoi consigli più preziosi ricordo quello di colmare i silenzi di tensione espressiva come fossero note".

Quali sono i problemi che l'opera belliniana pone a un direttore?
"Non è un caso che in questo momento io stia dirigendo un altro Bellini, qui a Chicago, Capuleti e Montecchi, ma tra le due opere c'è un abisso: solo con Norma e I puritani Bellini ha cambiato volto alla sua idea del canto. Nei Capuleti tolgo i tromboni e le trombe per dare maggiore levità all'orchestra. Non per correggere presunti errori compositivi di Bellini o Donizetti, ma gli ottoni della loro epoca non avevano ancora subìto la rivoluzione organologica d'impronta wagneriana con l'introduzione dei pistoni o della coulisse, erano a suoni naturali e il loro forte era poco più di un ronzio di zanzara: oggi un pieno orchestrale mette a disagio le voci, che sono costrette a forzare eccessivamente l'emissione vocale. In Norma, al contrario, c'è bisogno della forza coloristica degli ottoni, non si possono togliere, ma occorre agire affinché non straripino".

Dal punto di vista estetico è cambiata negli anni la sua immagine di Norma?
"Nelle mie prime letture dell'opera mi sono lasciato influenzare da un'idea di Norma infelice e lamentevole: indulgevo nel farle fare rubati eccessivi che corrispondevano a una donna debole, remissiva, facilmente influenzabile. In realtà è un personaggio pieno di coraggio, abituata a comandare; lei influenza gli eventi e quando per una volta è sopraffatta, la reazione è rabbiosa, piena d'odio. In questo modo la bellissima parte di Adalgisa risulta leggermente offuscata, è soggiogata dalla volontà di Norma ed è la ragione per la quale non vuole accettare compromessi".

Per le impegnative parti di Norma e Adalgisa è difficile individuare oggi interpreti all'altezza?
"Non è facile ma neppure impossibile: nella Norma allestita a Parigi June Anderson incarnava bene la donna remissiva che pensavo; a Torino Hasmik Papian, piena di grinta anche nella vita, calzerà a pennello la nuova idea di Norma. Quanto a Sonia Ganassi, ella può assumere la parte di chiunque, è la migliore Adalgisa al mondo: ha cantato con me anche a Parigi e si adatterà benissimo alla mia lettura rinnovata del personaggio".

Quali sono le peculiarità del Teatro Regio, che lei ha guidato come direttore stabile per anni e che continua a frequentare con assiduità, rispetto agli altri teatri del mondo?
"Per un artista, alzato il sipario, tutti i teatri del mondo sono uguali. Torino è tuttavia particolare ai miei occhi, perché mi sento a casa: conosco ogni angolo dell'edificio, mi districo con disinvoltura tra quei cunicoli e i bunker che nessuno sa mai dove conducano. Non vedo l'ora di tornare perché sia nella direzione sia nell'Orchestra e nel Coro ritrovo degli amici: abituati come siamo noi a tornare in albergo a fine recita soli, non solo si lavora, ma anche si vive con piacere quando ci si sente circondati da calore e amorevolezza. E poi i torinesi che amano il teatro lo vivono con pienezza: indugiano nel foyer dopo la recita a commentare e condividere il successo con gli artisti o arrivano in anticipo per intercettare i protagonisti in procinto di truccarsi e indossare i costumi.
Sotto il profilo architettonico mi piacerebbe avesse una facciata-simbolo riconoscibile nel mondo e nella città, ma forse è una peculiarità da non perdere il fatto che il Teatro si nasconda dietro a un porticato bello e omogeneo con una discrezione e una riservatezza tutte sabaude".

Quali sono i suoi prossimi impegni di maggior rilievo?
"Cito volentieri Il pirata di Bellini che dirigerò l'anno prossimo al Metropolitan con René Fleming, anch'ella innamorata di quest'opera poco eseguita e poi, tra due anni, una produzione colossale di Guillaume Tell in versione integrale e lingua originale all'Opéra di Parigi". (g.n.)

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