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Maestro
Fassini, condivide la predilezione per le arti figurative applicate
alla regia teatrale propria del suo maestro Luchino Visconti?
Come ha personalizzato questa sensibilità?
"Visconti è stato maestro e padre putativo, per un periodo;
la mia vita è stata la sua vita. Ho imparato da lui non solo
in teatro, ma a casa sua, viaggiandoci insieme, andando alla scoperta
delle cose che lui amava e proprio in queste occasioni ho iniziato
a condividere il suo interesse per le arti figurative. Inoltre,
memore del suo magistero, quando predispongo un allestimento cerco
il mondo più indicato per l'autore che si rappresenta, per
questo talora sono accusato di un certo tradizionalismo del quale
peraltro mi vanto. Continuo a sostenere che la regia di un'opera
lirica debba essere pensata sullo spartito e non sul libretto, per
non rischiare che musica e scena corrano lungo direzioni opposte".
Perché
ha scelto di fare il regista d'opere?
"Invero non ho scelto, anzi ho cominciato con la prosa, ma
a un certo punto sono stato fagocitato dall'opera perché
la programmazione dei teatri lirici viene approntata con anni di
anticipo, soprattutto negli Stati Uniti e ho finito col farmi coinvolgere
in questo susseguirsi di commissioni a tal punto da non avere che
qualche piccolo spiraglio da dedicare alla regia di spettacoli non
musicali. Poi credo che per evitare di cadere dall'arte al mestiere
non si dovrebbero curare più di quattro allestimenti per
anno: non è sempre possibile, ma certo auspicabile".
Quale
rapporto d'equilibrio lei cerca tra tradizione e innovazione?
"Mi piacciono le idee innovative, mentre detesto le trovate.
Sono stato accusato, per esempio, di aver fatto morire Violetta
in ospedale, ma volevo attorno alla giovane morente tutto quello
che poteva aiutare a leggere con verosimiglianza il personaggio:
io vedevo lei, malata di tisi, più in un sanatorio che in
una stanza da letto come convenzionalmente si suole ambientarla.
Era poi un'immagine evanescente non c'erano altri malati, né
particolari in dettaglio, una suggestione credibile insomma".
Lei
ha curato altre regie di Norma; riprenderà le idee già
espresse? Che cosa cambierà?
"Ho curato un allestimento di Norma molti anni fa: scovai negli
archivi del Comunale di Firenze dei bozzetti di Casorati che mi
piacquero molto, così domandai a Piero Tosi di cucire dei
costumi compatibili con i disegni di quelle scene. Purtroppo questa
bella idea non si realizzò completamente perché, ahimè,
era l'anno dell'alluvione e tutto il materiale già predisposto
con l'aiuto di Anna Anni fu distrutto. Utilizzammo invece le scene
poco dopo a Venezia. Ma era la fine degli anni '60, oggi non sono
più interessato a quei bozzetti. Norma è un personaggio
imponente nella sua bellezza, quasi un emblema; a Torino sarà
interpretato da una donna bella e brava, ma se anche fosse stata
grassa avrei potuto vestirla da Europa, come un personaggio mitologico,
fuori dal tempo e il risultato sarebbe stato ugualmente apprezzabile.
Tuttavia come tutti i lavori di Bellini l'opera è drammaturgicamente
forte, ma statica, il coro per lo più commenta, ma non agisce:
affinché sia apprezzata da un pubblico moderno necessita
di movimento; pertanto dove i personaggi devono fermarsi per un
duetto o un'aria, la scena attorno a loro sarà mutevole,
terrà vigile l'attenzione degli sguardi".
Come
si trova a lavorare al Teatro Regio di Torino?
"Benissimo; vi ho lavorato molte volte: posso contare su tecnici
e collaboratori competenti e affabili. Mi interessava fare qui questa
Norma per me innovativa".
Come
è cambiata la frequenza del pubblico al teatro d'opera?
"Varia da città a città: dove il teatro vanta
una tradizione solida e ha saputo offrire con continuità
prodotti artistici di valore può contare non solo su un nucleo
d'affezionati, ma anche di giovani. Certo, non trovo ovunque la
ressa ai botteghini come un tempo, ma la rinascita è in atto.
In fondo il teatro italiano è l'opera lirica; non abbiamo
grandi autori di prosa così numerosi; in tre secoli di storia
da Goldoni passiamo direttamente a Pirandello; la nostra musica
lirica ha dato risultati più numerosi ed equamente distribuiti
nel tempo diffondendo capillarmente le sue risonanze nel mondo".
I
prossimi impegni?
"A Tokyo curerò prima Don Carlo e poi Werther con Sabbatini
e il debutto dell'Antonacci, a Venezia Otello, poi Manon a Napoli.
Ho invece appena terminato La straniera, un'altra grande opera di
Bellini, a Catania". (g.n.)
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