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È
un gioco divertente cercare di capire perché in una stessa
sera, andando a concerto, uno debba sentire proprio quelle musiche
lì, scritte da quei compositori, eseguite in quell'ordine.
Lo chiamo "gioco" non per togliere merito a chi
i programmi li pensa e li realizza, perché chiunque abbia
lavorato nel mondo della musica sa quali sono le infinte variabili
che portano a decidere un programma di concerto piuttosto che un
altro. È un misto affascinante tra la volontà del
direttore, la creatività del direttore artistico, la disponibilità
dell'orchestra e la coerenza della stagione nel suo insieme. E poi
bisogna guardare indietro negli anni, non ripetersi, avere un occhio
per le novità o le riscoperte... Un'operazione complicata,
fatta di incastri strategici, e degna del massimo rispetto.
In realtà penso a chi ascolta, e a come, se solo avesse il
tempo, potrebbe inventarsi il percorso all'interno del programma,
sulla base di informazioni che lui stesso seleziona. Sempre che
non preferisca chiudere gli occhi e non pensare assolutamente a
niente. Ascoltare e basta. Meraviglioso. Ammesso che sia davvero
possibile.
Di solito, uno ci riesce solo a brevi tratti. Per il resto, la musica
accompagna un mix di pensieri pertinenti o disparati, che riguardano
la propria vita personale, la qualità dell'esecuzione, l'intensità
di una frase musicale. Ed è altrettanto bello pensare che
l'esperienza musicale conceda questo: divagare, senza poi essere
costretti a riprendere faticosamente il filo. Digressione senza
interruzione. Spesso, nel mix, entrano anche i nostri collegamenti,
le nostre intuizioni e le nostre storie. Non quelle della nostra
vita, ma quelle che ci inventiamo. C'entrano con la musica? C'entrano.
Per esempio, prendiamo Gershwin e Franck. "Quando Gershwin
incontrava un compositore famoso - dicono - gli domandava sempre
di poter prendere delle lezioni. Pare che le abbia chieste a Bloch,
Schoenberg, Varèse e Toch, tra gli altri, ma le due risposte
più famose sono attribuite a Ravel e Stravinskij. Il francese
declinò la proposta, dicendo "Perché dovresti
essere un piccolo Ravel se sei già un grande Gershwin?".
Il russo, famoso per le sue battute, pare invece gli avesse chiesto
quanto guadagnava; quando Gershwin rispose, Stravinskij disse: "Forse
dovrei prendere io lezioni da te"" (David Schiff, The
Atlantic, ottobre 1998).
César Franck era un maestro per eccellenza: "Non
fu mai conosciuto al di fuori della cerchia un poco fanatica dei
suoi allievi, sui quali esercitava un grande fascino personale"
(Guido Salvetti, Storia della musica, Edt). Gli allievi si raccoglievano
spontaneamente intorno a lui, attratti dalla sua serietà,
professionalità, e dal suo amore per la forma strumentale
pura, svincolata da ogni moda operistica. La Sinfonia in re è
un'esempio di questa tensione verso la forma, ed è anche
uno dei suoi risultati migliori: "La forma è la sua
preoccupazione costante e spesso la sua debolezza" (Salvetti,
Storia della musica, cit.), ma quando raggiunge l'equilibrio la
sua musica diventa qualcosa di mistico e rotondo, un esempio di
maestria tecnica.
Sicuramente Gershwin ne sarebbe rimasto affascinato. Lo univa a
Franck il piacere dell'improvvisazione, anche se l'altro ricercava
la complessità ["Famoso era l'atteggiamento mistico
con cui improvvisava all'organo complicatissimi giri di modulazioni
armoniche e melodie tese, un poco torbide, senza dubbio molto più
sensuali, nel loro cromatismo, di quanto lasciasse sospettare l'austerità
del personaggio" (Salvetti, Storia della musica, cit.)] e Gershwin
la semplicità.
Fin da ragazzino George era attratto dal linguaggio vivo e penetrante
della musica popolare americana, e abbozzava sul pianoforte i motivetti
uditi per strada, con una sorprendente abilità. Diventò
subito ricco e famoso, ma quando gli chiesero per la prima volta
di scrivere una composizione sinfonica (la futura Rapsodia in
blu) si rese conto di non poter esprimere tecnicamente il sound
sinfonico che aveva in mente, perché, racconta il suo amico
Ewen, "Conosceva la musica quanto era necessario per rendersi
conto di non conoscerla abbastanza". Così affidò
l'orchestrazione a Ferde Grofé, ma da allora cercò
sempre di approfondire il discorso sulla musica colta, e orchestrò
tutto lui stesso, fino agli ottimi risultati della Cuban Ouverture.
Del resto "Gershwin rimarrà unico non solo perché
ha mescolato il classico con il popolare - l'hanno fatto in molti
- ma per come li ha mescolati. I suoi pezzi classici potevano essere
scritti solo da un compositore la cui primaria forma di espressione
fosse la canzone popolare di trentadue battute; e le sue canzoni
devono il loro carattere distintivo al suo costante studio e incondizionato
amore per la forma classica. Tutte le sue composizioni contengono
motivi che potrebbero apparire negli show, ma lo hanno aiutato ad
arricchire la sofisticatezza armonica e il calore espressivo delle
sue melodie popolari". E se avesse incontrato Franck?
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