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gennaio 2002
teatro regio torino
Chiudete gli occhi e ascoltate: sarà il vostro programma
di Savina Neirotti


George Gershwin

È un gioco divertente cercare di capire perché in una stessa sera, andando a concerto, uno debba sentire proprio quelle musiche lì, scritte da quei compositori, eseguite in quell'ordine. Lo chiamo "gioco" non per togliere merito a chi i programmi li pensa e li realizza, perché chiunque abbia lavorato nel mondo della musica sa quali sono le infinte variabili che portano a decidere un programma di concerto piuttosto che un altro. È un misto affascinante tra la volontà del direttore, la creatività del direttore artistico, la disponibilità dell'orchestra e la coerenza della stagione nel suo insieme. E poi bisogna guardare indietro negli anni, non ripetersi, avere un occhio per le novità o le riscoperte... Un'operazione complicata, fatta di incastri strategici, e degna del massimo rispetto.
In realtà penso a chi ascolta, e a come, se solo avesse il tempo, potrebbe inventarsi il percorso all'interno del programma, sulla base di informazioni che lui stesso seleziona. Sempre che non preferisca chiudere gli occhi e non pensare assolutamente a niente. Ascoltare e basta. Meraviglioso. Ammesso che sia davvero possibile.
Di solito, uno ci riesce solo a brevi tratti. Per il resto, la musica accompagna un mix di pensieri pertinenti o disparati, che riguardano la propria vita personale, la qualità dell'esecuzione, l'intensità di una frase musicale. Ed è altrettanto bello pensare che l'esperienza musicale conceda questo: divagare, senza poi essere costretti a riprendere faticosamente il filo. Digressione senza interruzione. Spesso, nel mix, entrano anche i nostri collegamenti, le nostre intuizioni e le nostre storie. Non quelle della nostra vita, ma quelle che ci inventiamo. C'entrano con la musica? C'entrano.
Per esempio, prendiamo Gershwin e Franck. "Quando Gershwin incontrava un compositore famoso - dicono - gli domandava sempre di poter prendere delle lezioni. Pare che le abbia chieste a Bloch, Schoenberg, Varèse e Toch, tra gli altri, ma le due risposte più famose sono attribuite a Ravel e Stravinskij. Il francese declinò la proposta, dicendo "Perché dovresti essere un piccolo Ravel se sei già un grande Gershwin?". Il russo, famoso per le sue battute, pare invece gli avesse chiesto quanto guadagnava; quando Gershwin rispose, Stravinskij disse: "Forse dovrei prendere io lezioni da te"" (David Schiff, The Atlantic, ottobre 1998).
César Franck era un maestro per eccellenza: "Non fu mai conosciuto al di fuori della cerchia un poco fanatica dei suoi allievi, sui quali esercitava un grande fascino personale" (Guido Salvetti, Storia della musica, Edt). Gli allievi si raccoglievano spontaneamente intorno a lui, attratti dalla sua serietà, professionalità, e dal suo amore per la forma strumentale pura, svincolata da ogni moda operistica. La Sinfonia in re è un'esempio di questa tensione verso la forma, ed è anche uno dei suoi risultati migliori: "La forma è la sua preoccupazione costante e spesso la sua debolezza" (Salvetti, Storia della musica, cit.), ma quando raggiunge l'equilibrio la sua musica diventa qualcosa di mistico e rotondo, un esempio di maestria tecnica.
Sicuramente Gershwin ne sarebbe rimasto affascinato. Lo univa a Franck il piacere dell'improvvisazione, anche se l'altro ricercava la complessità ["Famoso era l'atteggiamento mistico con cui improvvisava all'organo complicatissimi giri di modulazioni armoniche e melodie tese, un poco torbide, senza dubbio molto più sensuali, nel loro cromatismo, di quanto lasciasse sospettare l'austerità del personaggio" (Salvetti, Storia della musica, cit.)] e Gershwin la semplicità.
Fin da ragazzino George era attratto dal linguaggio vivo e penetrante della musica popolare americana, e abbozzava sul pianoforte i motivetti uditi per strada, con una sorprendente abilità. Diventò subito ricco e famoso, ma quando gli chiesero per la prima volta di scrivere una composizione sinfonica (la futura Rapsodia in blu) si rese conto di non poter esprimere tecnicamente il sound sinfonico che aveva in mente, perché, racconta il suo amico Ewen, "Conosceva la musica quanto era necessario per rendersi conto di non conoscerla abbastanza". Così affidò l'orchestrazione a Ferde Grofé, ma da allora cercò sempre di approfondire il discorso sulla musica colta, e orchestrò tutto lui stesso, fino agli ottimi risultati della Cuban Ouverture. Del resto "Gershwin rimarrà unico non solo perché ha mescolato il classico con il popolare - l'hanno fatto in molti - ma per come li ha mescolati. I suoi pezzi classici potevano essere scritti solo da un compositore la cui primaria forma di espressione fosse la canzone popolare di trentadue battute; e le sue canzoni devono il loro carattere distintivo al suo costante studio e incondizionato amore per la forma classica. Tutte le sue composizioni contengono motivi che potrebbero apparire negli show, ma lo hanno aiutato ad arricchire la sofisticatezza armonica e il calore espressivo delle sue melodie popolari". E se avesse incontrato Franck?

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venerdì 1 febbraio ore 20.30
Teatro Regio
Orchestra del Teatro Regio
Bruno Campanella direttore
Musiche di Gershwin, Respighi, Franck