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giugno - luglio 2002

torino settembre musica

Personaggi da Festival


Foto di Bobby Mc Ferrin e Uri Caine

Foto di Steve Reich e Beryl Korot  (in primo piano)

Von Dohnányi, nel nome del padre
Hans von Dohnányi, padre di Christoph, fu uno dei più grandi giuristi tedeschi. A soli 27 anni era già assistente personale del Ministro della Giustizia del Reich, posizione che sfruttò per raccogliere documenti sui crimini nazisti e per organizzare attività sovversive. Venne arrestato dalle SS nel 1944 e impiccato l'anno dopo nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Quello stesso anno Christoph si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Monaco. Ben presto però la passione per la musica lo spinse a onorare in altro modo la memoria di suo padre: decise di recarsi in America per studiare con suo nonno, il grande compositore e direttore d'orchestra Ernö von Dohnányi. Oggi, dopo una carriera passata alla guida delle più grandi orchestre del mondo e costellata di prime esecuzioni assolute di opere contemporanee, Christoph von Dohnányi può vantare, al fianco degli innumerevoli riconoscimenti musicali, anche quelli per il suo impegno politico, sempre in prima linea nel mantenere viva la memoria della Resistenza tedesca al nazismo. (a.b.)


Uragano Caine
Uno dei test più difficili al Dipartimento di musica della Pennsylvania University consisteva nel riconoscere un qualunque brano di musica classica dal 1500 ai giorni nostri. Per prepararsi a questo esame il giovane Uri Caine si rinchiuse nella Van Pelt Library e passò i cinque mesi successivi ad ascoltare i primi trenta secondi di ogni brano inciso in quell'immenso archivio. Per sua stessa ammissione uscì da quell'esperienza musicalmente molto cambiato. Jazzista virtuoso e assimilatore eclettico di ogni repertorio, Caine ha trovato nell'inesauribile inventiva delle Goldberg e nel grande bacino collettore di Mahler un terreno adatto al suo talento per la contaminazione. Le sue rielaborazioni dei classici non hanno nulla delle innocue riproposte swing a cui ci hanno abituato il Trio Loussier o gli Swingle Singers: qui ogni inciso diventa il punto di partenza di imprevedibili vettori che trascinano la musica da stile a stile, secondo una visione centrifuga dell'opera d'arte. Ipertestualità? Chiamiamola fantasia. (a.b.)


Sir Eliot, genio discreto
Talvolta il titolo di "sir" corrisponde all'immagine di un vecchio parruccone con sette, otto menti e trippa a volontà. Sir John Eliot Gardiner è invece un magro e distinto signore dall'ampia fronte e dalle grandi orecchie, che è partito, fin dagli esordi, con un progetto eversivo: difendere l'antico in modo non convenzionale, distinguendosi nel repertorio barocco e pre-classico con interpretazioni rigorose e strumenti d'epoca, senza permettere che mai l'odore di muffo e stantio si diffondesse in sala. In seguito si è dedicato alla reinterpretazione della grande musica: da Beethoven a Britten. Sempre pensando a come confezionare il prodotto che offriva, fin nei minimi dettagli, impegnato a seminare oggetti musicali concreti, oltre a suoni effimeri. Ha fondato e diretto due compagini orchestrali e una corale rendendole riconoscibili ovunque per bravura e personalità; ha inciso centocinquanta dischi zeppi di prime registrazioni vincendo più Grammophone Awards di chiunque al mondo, si è messo in gioco più volte come regista oltre che come direttore, ha cercato fil rouge culturali ed emotivi forti, come quello sulla musica sinfonica e Shakespeare. Seppure pluripremiato e onorato, preferisce bisbigliare al suo pubblico prima di un concerto che si sposerà, invece di fare una nota d'agenzia a matrimonio avvenuto. Un "sir" per tutti. (g.n.)

Zimerman, mani piene di musica
Raccoglie la musica a piene mani, Krystian Zimerman.
Se deve suonare una sonata di Beethoven ascolta la Missa Solemnis o i quartetti: sì, perché un certo tocco deve alludere a quell'impasto timbrico, quel particolare è la risonanza di un passaggio orchestrale. Se sta studiando Bartók, insieme suona musica che richieda perizie completamente diverse, che so, Mozart: per restare in equilibrio. Se il concerto dura un'ora, il maestro si porta dietro 450 pezzi salvati nel suo computer dove è compreso anche il suo repertorio nero, che non sentiremo mai, se non sublimato in altri brani perché c'è un reciproco corteggiamento, ma tra artista e opera la scintilla non sempre scocca, domani chi sa. Se deve dirigere un'orchestra, a lungo si occupa del far musica di ognuno curando fraseggi, colori, diteggiature, moltiplicando la sua idea in mille minuti ritagli, componendola sul podio come un quadro di Seurat. E poi per due mesi l'anno offre il solo distillato dei suoi pensieri musicali, degli studi, delle sue escursioni subacquee, delle sue furtive session di jazz con prodigalità e amor di perfezione. (g.n.)

Savall: viva la libertà!
È grazie a interpreti come Jordi Savall se il contributo del movimento di recupero della musica antica va ben al di là delle edizioni Urtext e dei trattati sugli abbellimenti. A ogni sua esibizione si assiste con meraviglia a una vera e propria liberazione del suono, raggiunta grazie all'utilizzo di strumenti finalmente privi delle incrostazioni tecniche del positivismo ottocentesco, al ritorno all'improvvisazione come prassi esecutiva e a un fraseggio a misura d'uomo e non di macchina.
Tra i coraggiosi pionieri del filologicamente corretto, Savall è quello che più di ogni altro ha coniugato ricerca critica e vitalità espressiva, fedele alla massima che "tutta la musica è contemporanea quando è suonata da contemporanei". Chi ha lavorato con lui racconta che fino all'ultimo minuto prima del concerto tutto può ancora cambiare e l'imprevedibilità è la regola anche sul palco. Una bella scommessa. (a.b.)

Mehldau, the Art of the Trio
Suona accovacciato sul pianoforte, concentratissimo, con il capo quasi a contatto con la tastiera; possiede un tocco di rara bellezza e un gusto per le soluzioni armoniche più ardite; il suo jazz è arricchito da continue citazioni classiche e da momenti di intricato contrappunto. Da quando Brad Mehldau, classe 1970, ha conquistato la scena internazionale, tutti parlano di lui come dell'erede del grande Bill Evans, il principe dei pianisti cool.
Formatosi alla prestigiosa New School for Social Research di New York, può vantare, come molti musicisti della sua generazione, una solida preparazione classica e una conoscenza del repertorio jazz fuori dal comune. Con il connazionale Larry Grenadier al contrabbasso e il catalano Jorge Rossy alla batteria, ha dato vita a un Trio che è già diventato un punto di riferimento.
Qui è d'obbligo il confronto con Evans che, con il proprio Trio, ha scritto una pagina memorabile nella storia del jazz: il giovane Mehldau ne esce a testa alta, testimone di un nuovo stile che porta già il suo nome. (a.c.)


Reich-Korot: altro spazio, altro tempo
Three Tales, l'opera-documentario pensata e allestita da Steve Reich e Beryl Korot, tocca tre momenti del ventesimo secolo in cui s'afferma l'apparente dominio dell'uomo sull'aria, sulla materia, sulla creazione:
1. l'epopea dell'Hindenburg, lo Zeppelin gigante che portava il nome di chi nominò Hitler cancelliere del Reich, esploso nel New Jersey nel 1937;
2. il destino di Bikini, l'atollo prestato alla sperimentazione atomica dal 1946 al 1954;
3. la genesi di Dolly, la pecora scozzese nata per clonazione.
Immagini intessute come su un vecchio telaio artigianale, musiche replicate, incatenate o in germinazione, denunciano con mezzi tecnologici altamente sofisticati, ma pensieri antichi, quanto la tecnologia stessa abbia contribuito a rompere qualsiasi familiare sembianza dei luoghi in cui vivere e a scardinare l'ordine degli eventi: interno esterno, prima dopo, tutto intrecciato.
L'uomo ha scavato tanto da non ritrovarsi più in ciò che produce e osserva: si è celebrata una nuova cacciata dal paradiso terrestre per aver mangiato dell'albero della conoscenza, ora sotto le sembianze di un enorme fungo su cui particelle alfa e beta sono appese come frutti. (g.n.)

Il Ballo di Riccardo Tesi
Ma sì, contaminiamo. Verbo nefasto del ventesimo secolo importato nel nuovo tale e quale. Così il jazz ha preso la lebbra pop, l'afro si è beccata la tisi disco e così via. Riccardo Tesi non c'entra. Lui un centro lo possiede, è nell'aria che soffia il suo organetto diatonico, una specie d'armonica a bocca col mantice, dal suono marziano e per questo riconosciuto come proprio da un'infinità di gente negli angoli più dispersi della terra. Il musicista pistoiese ha capito a vent'anni che quel suono avrebbe potuto avvicinare molti esseri e placare mordaci tormenti dell'anima: per questo ha lasciato gli studi di psicologia e si è messo a viaggiare. Ha catturato molte arie diverse il suo organetto: sarde, occitane, basche, inglesi, malgasce, jazz, classiche e ne ha conservate di ciascuna il bouquet. Poi un'idea: riversare tutto in un genere profondamente italico, che seppure svergognato, è rimasto vivo e autenticamente fedele a se stesso, si è arricchito e ricolorato senza farsi crescere un bubbone qua o un'escrescenza là. Il liscio. Il risultato è stupefacente: rigenera l'antico col nuovo senza che questo suoni innaturale. (g.n.)

McFerrin, una voce fuori dal coro
Bobby McFerrin è figlio di due cantanti lirici del Metropolitan. Insieme alla pelle nera ha ereditato da entrambi i genitori una voce strepitosa che gli permette di intonare qualunque nota su un'estensione di quattro ottave. Con uno strumento del genere era ovvio che abbandonasse il clarinetto e il pianoforte jazz per dedicarsi a tempo pieno al suo talento vocale. Affascinato dalle esibizioni improvvisate di Keith Jarret, è stato il primo vocalist a presentarsi in scena completamente solo e senza materiale precedentemente scritto, affidando alla sua voce camaleontica il compito di seguire le spericolate improvvisazioni del suo istinto musicale: piccolo esempio della facilità inventiva di McFerrin è la celeberrima Don't Worry, Be Happy!, nata in modo del tutto estemporaneo da una pausa in studio di registrazione. Negli ultimi anni si presenta spesso in pubblico accompagnato dalla sua Voicestra, l'unico ensemble a cappella capace di reggere il confronto con i virtuosismi inauditi del suo leader. (a.b.)

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