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Von
Dohnányi, nel nome del padre
Hans von Dohnányi, padre di Christoph, fu uno dei
più grandi giuristi tedeschi. A soli 27 anni era già
assistente personale del Ministro della Giustizia del Reich, posizione
che sfruttò per raccogliere documenti sui crimini nazisti
e per organizzare attività sovversive. Venne arrestato dalle
SS nel 1944 e impiccato l'anno dopo nel campo di concentramento
di Sachsenhausen. Quello stesso anno Christoph si iscrisse
alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di
Monaco. Ben presto però la passione per la musica lo spinse
a onorare in altro modo la memoria di suo padre: decise di recarsi
in America per studiare con suo nonno, il grande compositore e direttore
d'orchestra Ernö von Dohnányi. Oggi, dopo una
carriera passata alla guida delle più grandi orchestre del
mondo e costellata di prime esecuzioni assolute di opere contemporanee,
Christoph von Dohnányi può vantare, al fianco degli
innumerevoli riconoscimenti musicali, anche quelli per il suo impegno
politico, sempre in prima linea nel mantenere viva la memoria della
Resistenza tedesca al nazismo. (a.b.)
Uragano Caine
Uno dei test più difficili al Dipartimento di musica della
Pennsylvania University consisteva nel riconoscere un qualunque
brano di musica classica dal 1500 ai giorni nostri. Per prepararsi
a questo esame il giovane Uri Caine si rinchiuse nella Van
Pelt Library e passò i cinque mesi successivi ad ascoltare
i primi trenta secondi di ogni brano inciso in quell'immenso archivio.
Per sua stessa ammissione uscì da quell'esperienza musicalmente
molto cambiato. Jazzista virtuoso e assimilatore eclettico di ogni
repertorio, Caine ha trovato nell'inesauribile inventiva delle Goldberg
e nel grande bacino collettore di Mahler un terreno adatto al suo
talento per la contaminazione. Le sue rielaborazioni dei classici
non hanno nulla delle innocue riproposte swing a cui ci hanno abituato
il Trio Loussier o gli Swingle Singers: qui ogni inciso
diventa il punto di partenza di imprevedibili vettori che trascinano
la musica da stile a stile, secondo una visione centrifuga dell'opera
d'arte. Ipertestualità? Chiamiamola fantasia. (a.b.)
Sir Eliot, genio discreto
Talvolta il titolo di "sir" corrisponde all'immagine
di un vecchio parruccone con sette, otto menti e trippa a volontà.
Sir John Eliot Gardiner è invece un magro e distinto
signore dall'ampia fronte e dalle grandi orecchie, che è
partito, fin dagli esordi, con un progetto eversivo: difendere l'antico
in modo non convenzionale, distinguendosi nel repertorio barocco
e pre-classico con interpretazioni rigorose e strumenti d'epoca,
senza permettere che mai l'odore di muffo e stantio si diffondesse
in sala. In seguito si è dedicato alla reinterpretazione
della grande musica: da Beethoven a Britten. Sempre pensando
a come confezionare il prodotto che offriva, fin nei minimi dettagli,
impegnato a seminare oggetti musicali concreti, oltre a suoni effimeri.
Ha fondato e diretto due compagini orchestrali e una corale rendendole
riconoscibili ovunque per bravura e personalità; ha inciso
centocinquanta dischi zeppi di prime registrazioni vincendo più
Grammophone Awards di chiunque al mondo, si è messo in gioco
più volte come regista oltre che come direttore, ha cercato
fil rouge culturali ed emotivi forti, come quello sulla musica sinfonica
e Shakespeare. Seppure pluripremiato e onorato, preferisce bisbigliare
al suo pubblico prima di un concerto che si sposerà, invece
di fare una nota d'agenzia a matrimonio avvenuto. Un "sir"
per tutti. (g.n.)
Zimerman,
mani piene di musica
Raccoglie la musica a piene mani, Krystian Zimerman.
Se deve suonare una sonata di Beethoven ascolta la Missa Solemnis
o i quartetti: sì, perché un certo tocco deve alludere
a quell'impasto timbrico, quel particolare è la risonanza
di un passaggio orchestrale. Se sta studiando Bartók, insieme
suona musica che richieda perizie completamente diverse, che so,
Mozart: per restare in equilibrio. Se il concerto dura un'ora, il
maestro si porta dietro 450 pezzi salvati nel suo computer dove
è compreso anche il suo repertorio nero, che non sentiremo
mai, se non sublimato in altri brani perché c'è un
reciproco corteggiamento, ma tra artista e opera la scintilla non
sempre scocca, domani chi sa. Se deve dirigere un'orchestra, a lungo
si occupa del far musica di ognuno curando fraseggi, colori, diteggiature,
moltiplicando la sua idea in mille minuti ritagli, componendola
sul podio come un quadro di Seurat. E poi per due mesi l'anno
offre il solo distillato dei suoi pensieri musicali, degli studi,
delle sue escursioni subacquee, delle sue furtive session di jazz
con prodigalità e amor di perfezione. (g.n.)
Savall:
viva la libertà!
È grazie a interpreti come Jordi Savall se il contributo
del movimento di recupero della musica antica va ben al di là
delle edizioni Urtext e dei trattati sugli abbellimenti. A ogni
sua esibizione si assiste con meraviglia a una vera e propria liberazione
del suono, raggiunta grazie all'utilizzo di strumenti finalmente
privi delle incrostazioni tecniche del positivismo ottocentesco,
al ritorno all'improvvisazione come prassi esecutiva e a un fraseggio
a misura d'uomo e non di macchina.
Tra i coraggiosi pionieri del filologicamente corretto, Savall è
quello che più di ogni altro ha coniugato ricerca critica
e vitalità espressiva, fedele alla massima che "tutta
la musica è contemporanea quando è suonata da contemporanei".
Chi ha lavorato con lui racconta che fino all'ultimo minuto prima
del concerto tutto può ancora cambiare e l'imprevedibilità
è la regola anche sul palco. Una bella scommessa. (a.b.)
Mehldau,
the Art of the Trio
Suona accovacciato sul pianoforte, concentratissimo, con il capo
quasi a contatto con la tastiera; possiede un tocco di rara bellezza
e un gusto per le soluzioni armoniche più ardite; il suo
jazz è arricchito da continue citazioni classiche e da momenti
di intricato contrappunto. Da quando Brad Mehldau, classe
1970, ha conquistato la scena internazionale, tutti parlano di lui
come dell'erede del grande Bill Evans, il principe dei pianisti
cool.
Formatosi alla prestigiosa New School for Social Research di
New York, può vantare, come molti musicisti della sua generazione,
una solida preparazione classica e una conoscenza del repertorio
jazz fuori dal comune. Con il connazionale Larry Grenadier
al contrabbasso e il catalano Jorge Rossy alla batteria,
ha dato vita a un Trio che è già diventato un punto
di riferimento.
Qui è d'obbligo il confronto con Evans che, con il proprio
Trio, ha scritto una pagina memorabile nella storia del jazz: il
giovane Mehldau ne esce a testa alta, testimone di un nuovo stile
che porta già il suo nome. (a.c.)
Reich-Korot: altro spazio, altro tempo
Three Tales, l'opera-documentario pensata e allestita da
Steve Reich e Beryl Korot, tocca tre momenti del ventesimo
secolo in cui s'afferma l'apparente dominio dell'uomo sull'aria,
sulla materia, sulla creazione:
1. l'epopea dell'Hindenburg, lo Zeppelin gigante che portava
il nome di chi nominò Hitler cancelliere del Reich, esploso
nel New Jersey nel 1937;
2. il destino di Bikini, l'atollo prestato alla sperimentazione
atomica dal 1946 al 1954;
3. la genesi di Dolly, la pecora scozzese nata per clonazione.
Immagini intessute come su un vecchio telaio artigianale, musiche
replicate, incatenate o in germinazione, denunciano con mezzi tecnologici
altamente sofisticati, ma pensieri antichi, quanto la tecnologia
stessa abbia contribuito a rompere qualsiasi familiare sembianza
dei luoghi in cui vivere e a scardinare l'ordine degli eventi: interno
esterno, prima dopo, tutto intrecciato.
L'uomo ha scavato tanto da non ritrovarsi più in ciò
che produce e osserva: si è celebrata una nuova cacciata
dal paradiso terrestre per aver mangiato dell'albero della conoscenza,
ora sotto le sembianze di un enorme fungo su cui particelle alfa
e beta sono appese come frutti. (g.n.)
Il
Ballo di Riccardo Tesi
Ma sì, contaminiamo. Verbo nefasto del ventesimo secolo importato
nel nuovo tale e quale. Così il jazz ha preso la lebbra pop,
l'afro si è beccata la tisi disco e così via. Riccardo
Tesi non c'entra. Lui un centro lo possiede, è nell'aria
che soffia il suo organetto diatonico, una specie d'armonica
a bocca col mantice, dal suono marziano e per questo riconosciuto
come proprio da un'infinità di gente negli angoli più
dispersi della terra. Il musicista pistoiese ha capito a vent'anni
che quel suono avrebbe potuto avvicinare molti esseri e placare
mordaci tormenti dell'anima: per questo ha lasciato gli studi di
psicologia e si è messo a viaggiare. Ha catturato molte arie
diverse il suo organetto: sarde, occitane, basche, inglesi, malgasce,
jazz, classiche e ne ha conservate di ciascuna il bouquet. Poi un'idea:
riversare tutto in un genere profondamente italico, che seppure
svergognato, è rimasto vivo e autenticamente fedele a se
stesso, si è arricchito e ricolorato senza farsi crescere
un bubbone qua o un'escrescenza là. Il liscio. Il
risultato è stupefacente: rigenera l'antico col nuovo senza
che questo suoni innaturale. (g.n.)
McFerrin,
una voce fuori dal coro
Bobby McFerrin è figlio di due cantanti lirici del Metropolitan.
Insieme alla pelle nera ha ereditato da entrambi i genitori una
voce strepitosa che gli permette di intonare qualunque nota su un'estensione
di quattro ottave. Con uno strumento del genere era ovvio che abbandonasse
il clarinetto e il pianoforte jazz per dedicarsi a tempo pieno al
suo talento vocale. Affascinato dalle esibizioni improvvisate di
Keith Jarret, è stato il primo vocalist a presentarsi
in scena completamente solo e senza materiale precedentemente scritto,
affidando alla sua voce camaleontica il compito di seguire le spericolate
improvvisazioni del suo istinto musicale: piccolo esempio
della facilità inventiva di McFerrin è la celeberrima
Don't Worry, Be Happy!, nata in modo del tutto estemporaneo
da una pausa in studio di registrazione. Negli ultimi anni si presenta
spesso in pubblico accompagnato dalla sua Voicestra, l'unico
ensemble a cappella capace di reggere il confronto con i
virtuosismi inauditi del suo leader. (a.b.)
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Una
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(in inglese) |
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