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Se
non sai l'inglese sei tagliato fuori. Grigory Sokolov sa solo
il russo, che non è proprio la lingua universale dei
commerci e delle comunicazioni.
Per essere un musicista affermato è indispensabile essere
gli impresari di se stessi, dialogare con i responsabili delle stagioni,
tenersi buoni i giornalisti, generalmente stupidi, ma utili.
Sokolov parla poco, è tutt'altro che prodigo di sorrisi,
inchini e smancerie, concede interviste con estrema parsimonia e
chiaramente di malavoglia. Le sue interpretazioni, coraggiose quanto
le scelte di repertorio che includono opere di Couperin o
di Byrd, hanno scatenato reazioni sdegnate dei critici pronti
a puntare l'indice contro le barbarie antifilologiche: il maestro
russo se ne infischia elegantemente e prosegue nell'opera di ampliare
l'orizzonte pianistico evitando solo con accuratezza Liszt e
Wagner, autori che detesta.
La globalizzazione elimina le frontiere tra i popoli, che diventano
pian piano un'unica entità.
Sokolov è l'incarnazione orgogliosa di una tradizione nazionale
russa ormai esanime, erede dei Gilels e dei Richter nei quali
era incisa a fuoco una denominazione d'origine inconfondibile: la
capacità di raccontare storie fantastiche con materia musicale
vera, palpabile, sorprendente.
Non si può più parlare di un musicista che non viva
la musica sotto tutte le sue forme e applicazioni.
Sokolov ha scelto un'occupazione sola per tutta la vita: suonare,
possibilmente solo e a contatto col pubblico, riservando alla discografia
una marginale funzione documentaria. Chi, come lui, pensa ancora
oggi che in un grande artista vita e musica siano sinonimi, per
fare diversamente dovrebbe essere un altro.
Originario di Leningrado, Sokolov, nato nel 1950, deve aspettare
i cinque anni perché il suo daimon (così James Hillmann
chiamerebbe il nocciolo dell'essere futuro) si riveli: passeggiando
lungo una strada l'eco del suono di un pianoforte che proveniva
dalla finestra di una casa lo paralizza. A casa il desiderio di
farsi artefice di musica lo spinge a dirigere i dischi del padre.
Subito il contatto diretto con lo strumento e a sette anni si concreta
un destino comune agli eccellenti, la solitudine: è
ammesso alla scuola speciale per bambini dotati. Il mondo si accorge
di Grigory quando questi, a soli sedici anni, vince il Concorso
"Tchajkovskij" di Mosca. La carriera cresce con la
lentezza delle piante ben radicate, attraverso recital e mirate
collaborazioni con le migliori orchestre europee, a oggi è
considerato uno dei grandi pianisti del nostro tempo, non solo per
la qualità delle sue interpretazioni, ma per l'instancabile
ricerca della perfezione, la quantità e la varietà
della musica che è passata davanti al suo leggio.
Vero, del nostro tempo, ma anche fuori dal tempo: questo tipo di
artista non ha legami forti con uno specifico mondo in un momento
determinato della storia, ma solo con un'idea di bellezza da inseguire
in ogni minuto del giorno.
Sokolov ascolta la musica suonargli nella mente: così studia,
come faceva Michelangeli passeggiando per ore attorno al suo pianoforte,
riservando al corpo il compito di rendere il progetto pensato diverso
ogni volta, ogni volta riconoscibile come suo.
A Torino lo ascolteremo soffiare sulla tastiera tre Sonate,
la 38, la 50 e la 53 di Haydn come da chi sa partecipare
a un gioco di regole con inventiva inesauribile oltre che fine saggezza
strategica; ci farà conoscere sei disadorne danze dell'armeno
Komitas, evocative di colori sonori popolari ed estranei insieme,
accostati secondo caratteri distinti e contrastanti, come fiero
e soffice, nobile ed eroico. Il pianista chiuderà con quella
cronaca epica di canto ed energia percussiva che è la Sonata
n. 7 in si bemolle maggiore op. 83 di Prokof'ev.
Ascolterete Sokolov nella semioscurità, situazione nella
quale si confondono le forme con le fantasie e i virtuosismi più
arditi si stemperano in un dolce teatro d'ombre, dove si percepisce
l'essenziale e dove questi immediatamente sfugge.
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