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Ganz
unbewußt. La critica già ne parla come d'una "leggenda
che incute paura". Che i moderni mitografi musicali tendano
un po' all'esagerazione sembra evidente. Ma non sbagliano del tutto.
Lascia stupefatti, in primis, la divina inconsapevolezza di sé,
degna del Sigfrido wagneriano, di questo "genio del
piano" che dal 1996 sta spopolando nelle più prestigiose
sale concertistiche di tutto il mondo. A 30 anni Arcadi Volodos
è giunto al sommo fastigio del pianismo internazionale
senza aver vinto nessun concorso, e senza aver neppure capito il
segreto del suo successo: "Fino a oggi non l'ho ancora scoperto.
Non ho fatto nulla di speciale". Musicista dotato d'un talento
prodigioso, Volodos si potrebbe definire un enfant réfractaire.
Nativo di San Pietroburgo, figlio di genitori cantanti, studia il
piano fin da quando aveva otto anni, però senza convinzione:
"Non avrei mai voluto diventare un pianista professionista.
Neppure pensavo di diventare un musicista". A 16 anni è
un suo insegnante a spingerlo a consacrarsi al piano. Nel 1987 entra
al Conservatorio di Mosca dove studia con Galina Eguizarova.
Nel 1993 studia per un anno a Parigi con Jacques Rouvier; prosegue
per altri tre anni a Madrid con Dimitri Bashkirov: "All'epoca
non speravo assolutamente di riuscire a far carriera". Invece,
nel 1996 al direttore artistico della Sony Classical bastano
tre minuti di audizione per scritturarlo. Nel 1997 esce il primo
cd, Piano Transcriptions. Un debutto fracassant.
Sulle orme di Horowitz. La critica è rimasta ammaliata
dalla coraggiosa impertinenza di questo giovane pianista che ha
"osato" incidere trascrizioni fino ad allora registrate
solamente da Horowitz. Con vitalità esuberante degna di Sigfrido
Volodos ha "limato" nota per nota le trascrizioni di cui
l'illustre predecessore non volle mai pubblicare lo spartito, fino
a forgiarne una nuova formidabile arma con cui ha soggiogato platee
ardue come quella della Carnegie Hall. Naturalmente egli nega ogni
addebito: "Questi paragoni non mi piacciono affatto. A che
pro sarebbe necessario un secondo Horowitz? Horowitz c'è
stato una volta sola - ed era unico nel suo genere". Ma la
critica non demorde: rispetto a Vladimir, Arcadi "
ha
in più un intelletto e un'immaginazione vividi", grandissima
accuratezza e meno coquetterie.
Agilità di dita e spirito romantico. Fanciullo divinamente
nescius sui, il Volodos-pianista non sembra davvero conoscere la
paura. Spettacolare prestidigitatore della tastiera, dotato d'una
"maestria tecnica mozzafiato", proprio nulla appare per
lui impossibile: "Molta gente pensa che un pezzo debba esser
difficile solo perché c'è un sacco di note. L'unica
difficoltà sta nella forma musicale, sta nel raggiungere
davvero la corretta immagine sonora". A questo sublime understatement
degno d'un maestro zen, l'arte di Volodos, in realtà, assomma
"
forza di carattere e ampiezza di cultura
",
"
buon gusto squisito e sensibilità aristocratica
".
L'imprinting genitoriale si coglie nella spiccata propensione per
il bel suono e la cantabilità. "Musicalità brillante
ed eloquente", egli appare insomma la perfetta reincarnazione
dell'ideal-typus del pianista romantico, "
un autentico
eroe, esponente della scuola virtuosistica russa al suo meglio
",
l'ultimo anello di una catena di illustri virtuosi risalente niente
meno che a Liszt. Non gli è estraneo neppure un certo streben
faustiano, che lo porta a sostenere di non poter "sopportare
di suonare due volte le cose nello stesso modo".
Arcadi Volodos, 13 incisioni oramai all'attivo (alcune premiate
da prestigiosi riconoscimenti), dopo essersi misurato con bacchette
e orchestre le più illustri, continua la sua trionfale cavalcata
al ritmo di 60 concerti l'anno. Alla tre-giorni italiana
(Torino-Brescia-Bergamo) a cavallo del Primo concerto di Tchajkovskij
seguiranno altri trionfi in Germania, Spagna, Olanda, Ungheria,
Francia, fino a una nuova apoteosi in agosto con il primo recital
al Festival di Salisburgo.
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