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giugno - luglio 2002

orchestra sinfonica nazionale della RAI

DIETRO LE QUINTE DI DOMENICA MUSICA - Una soleggiata domenica al Sermig
di Paola Giunti


Foto  di un concerto

Domenica mattina, sembra estate ma è solo fine marzo. Se a Torino ci fosse il mare sarebbero tutti alla spiaggia a prendere il sole. Ma il mare non c'è e cosa fanno i torinesi? Vanno ai concerti.
Detto così sembra che i miei concittadini siano una razza stravagante, anche se a guardarli bene in quel capannone del Sermig non sembra proprio. Da quando la città è orfana dell'Auditorium, chiuso per una lunga ristrutturazione, l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai è costretta al nomadismo: concerti al Lingotto e prove in quello che era l'antico Arsenale della capitale sabauda, ribattezzato Sermig-Arsenale della Pace, un posto piantato nella pancia di Torino, in mezzo al Balôn, un posto dove le armi hanno lasciato spazio alla solidarietà. Mancano ancora dieci minuti all'inizio del concerto eppure mi sembra di essere in ritardo, sono già tutti seduti; la sedia di plastica scricchiola sotto di me e il suo piccolo urlo sgraziato interrompe il lieve chiacchiericcio, facendo di me la protagonista di un secondo. Ho appena fatto in tempo a trovare un accordo con la plastica urlante che entra il Sestetto e le prime note di Verklärte Nacht si alzano dagli archi. È curioso, mi sembra che tutti seguano la musica come se stessero assistendo a un rito. D'altra parte è domenica, sono le undici, tutto combacia, eppure non c'è nessun altare e la storia che vien fuori dalla musica è tutt'altro che edificante: una donna che confessa all'amante di aspettare un figlio dal marito.
È la prima volta che metto piede al Sermig e lo sguardo vaga per prendere coscienza del luogo. L'aspetto è quello di una vecchia fabbrica, cemento e tubi dipinti di giallo da un architetto stravagante; una piccola pedana funge da palcoscenico e fragili pannelli ricoperti di panno nero ne circoscrivono lo spazio, lo spettatore è quasi allo stesso livello degli artisti e ognuno è costretto a un gran dondolio di testa per accaparrarsi una porzione di spettacolo. Allungando l'occhio scopro una madonnina di ceramica seminascosta da un pilastro, il solito mantello turchino e i fiori di plastica in omaggio perenne. Sulla sinistra grandi finestroni elegantemente fasciati per metà da drappi di velluto rosso lasciano spazio al sole; questa è una cosa veramente rara, solitamente il concerto si consuma al buio, come se la luce disturbasse la concentrazione; io sto continuando a sentire perfettamente tutte le note eppure mi sono soffermata a guardare un albero che spunta dall'altra parte del vetro come un gigante solitario. Nel frattempo l'atmosfera è cambiata radicalmente, la dolorosa umanità di Schoenberg ha lasciato il posto al tranquillo romanticismo di Brahms e l'ordinato pubblico applaude come se volesse liberarsi l'animo dall'atmosfera cupa della Notte trasfigurata. All'Andante mi accorgo che a poche sedie da me c'è un signore che, incurante di tutto, legge placidamente un libro, cerco di sbirciare il titolo mentre nella mente mi passa l'idea di un rimprovero: se aveva voglia di leggere perché non è rimasto a casa con lo stereo acceso? Curiosa come una scimmia mi protendo sfidando la plastica urlante e mi accorgo che due sedie più in là c'è anche un ragazzino immerso nella lettura. Sfiorando la maleducazione continuo a fissarli e realizzo che sono una famiglia, padre con in mano Il piatto piange, figlio più piccolo assorbito dalla musica, madre attenta, figlio adolescente con Tom Jones. Più che un rimprovero bisognerebbe far loro i complimenti: invece di rimanere chiusi in casa a leggere il giornale, a fare le parole crociate, a giocare con la Play Station, hanno deciso di uscire e andare a un concerto. Per fortuna c'è qualcuno che organizza appuntamenti anche la domenica. Continuando a fare il sociologo dilettante mi confondo con il pubblico che esce, sembra una fotografia dell'ISTAT: molte persone di mezza età, molti anziani, qualche famiglia, se fossi un vero sociologo farei delle analisi più precise, invece mi limito a guardare e immaginare professioni, stati di famiglia, luoghi di provenienza. Alcuni sembrano muoversi in gruppo come se facessero parte di un circolo ricreativo culturale, discutono del concerto, elogiano l'esecuzione e si danno appuntamento alla prossima domenica, sembrano proprio appassionati della domenica; poche sono infatti le facce che si vedono solitamente ai concerti serali. Davanti a me è tutto un ondeggiare di capelli grigi, soprabiti eleganti, giacche del dì di festa, fino a quando vedo spuntare due chiome aguzze e dai colori fosforescenti. Mi avvicino come un borseggiatore e faccio qualche passo con loro, in faccia hanno un bel circuito di piercing; se non li avessi visti uscire dalla sala avrei pensato che erano rimasti in giro dal sabato sera, invece si sono svegliati presto e hanno speso otto euro per un concerto di musica classica. Da quale astronave erano stati abbandonati?… Se era in avaria lì vicino forse si potevano scambiare due parole con l'equipaggio. Non ho fatto in tempo a sentire che cosa si dicevano, si sono allontanati veloci, scambiandosi un bacio in mezzo al sole.

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