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Dopo
la regia di due lavori "leggeri", come Orfeo all'inferno
di Offenbach e Kiss Me, Kate di Cole Porter, Lamberto Puggelli
è stato invitato a curare la messinscena dell'opera forse
più ambiziosa di Tchajkovskij:
La pulzella d'Orléans.
Maestro
Puggelli, mai come in questo caso la protagonista dell'opera appartiene
all'immaginario collettivo. Quali complicazioni incontra portando
in scena una vicenda che ha numerosi riferimenti letterari, cinematografici,
iconografici? Si possono individuare nella sua regia modelli o citazioni?
"In un primo tempo pensavo che non se ne potesse prescindere,
ma ragionandoci su ho capito che occorreva andare in un'altra direzione.
Il libretto di Tchajkovskij è incongruo, un po' sgangherato
e soprattutto non vi si ritrovano gli appuntamenti canonici, ad
esempio il processo. Ciò fa sì che lo spettacolo prescinda
dall'iconografia solita, che proceda su un piano allusivo ed emozionale,
per visioni e situazioni gestuali e figurative che non ripercorrono
il déjà vu".
Come
ha ideato l'impianto scenico insieme a Luisa Spinatelli?
"La nostra lettura è simbolica e allegorica e il palcoscenico
sarà una grande scatola nuda, ferrosa, coperta di ruggine.
I costumi unisex, quasi escrescenze della scena, saranno atemporali
e la gestualità non realistica. Il maestro Ranzani [che dirige
l'opera, ndr] mi faceva notare che il coro è trattato musicalmente
come fosse un personaggio unico, una persona sola con più
teste. Ciò avrà un preciso riscontro scenico: sarà
spesso coperto da teli e veli fluttuanti che cascano dall'alto e
lo coprono, unificandolo dal punto di vista visivo. Tutto lo spettacolo
dovrebbe seguire il respiro musicale".
È
complicato allestire un'opera in lingua russa?
"Ammetto di aver accolto con una certa perplessità l'offerta
di mettere in scena un'opera in russo. Nella mia lunga carriera
ho privilegiato melodrammi italiani e francesi perché in
quelle lingue sono in grado di insegnare a un cantante o aiutarlo
a modulare le più leggere sfumature del linguaggio, a dare
senso e accento a una frase. Non ho mai fatto Richard Strauss, ad
esempio, anche se l'adoro, perché non ho dimestichezza col
tedesco. A questo punto ho superato la perplessità iniziale,
ma qualche dubbio rimane. Forse c'è qualcosa di incongruo
nel fatto che con un regista e un direttore italiani, con una compagnia
di cantanti in buona parte italiani, mettano in scena per un pubblico
italiano un'opera in russo
C'è un diaframma che occorre
superare e per questo invito ancora tutti noi, artisti e pubblico,
ad affidarsi in questo caso più alla musica che alle parole".
(f.f.)
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La
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