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Mirella
Freni torna a Torino per affrontare, per la prima volta, il
ruolo protagonistico della Pulzella d'Orléans di Tchajkovskij.
Cosa spinge una cantante che ha alle spalle una carriera lunghissima
e ricca di trionfi, che ha una voce ancora ammirevole ma è
già nella storia, ad aggiungere un ennesimo ruolo al suo
repertorio, ruolo per di più assai lungo, vocalmente impegnativo
e in una lingua, il russo, che richiede uno straordinario sforzo
di apprendimento? La risposta a questa domanda risiede nella stessa
carriera di Mirella Freni.
Infatti non c'è una sola Freni, ce ne sono tante, e fra loro
assai dissimili. C'è una Freni soprano lirico puro; è
la cantante degli anni del debutto, e le sue parti sono Micaela
e Mimì, ruoli dalla tessitura prevalentemente centrale, che
non presentano difficoltà tecnicamente trascendentali; proprio
per questo la Freni può esibirvi al massimo grado le qualità
che rimarranno sempre costanti lungo tutta la sua carriera: il timbro
bellissimo, morbido, limpido, soprattutto nella rotondità
dei centri, e la capacità di porgere il fraseggio, con musicalità
e dizione perfetta; il che vuol dire piegare la voce all'espressione,
alla comunicazione. Su queste specifiche qualità la Freni
saprà costruire tutte le sue più magistrali interpretazioni,
ogni volta riuscendo ad aggiungere o a togliere qualcosa. C'è
infatti una Freni "soubrette" e stilista, impegnata
in ruoli perfino troppo leggeri per la sua voce: Adina e Maria nella
Figlia del reggimento, ma anche Zerlina e Susanna, nonché
la Cecchina di Piccinni. Siamo negli anni Sessanta, quando Graziella
Sciutti imponeva sui palcoscenici internazionali un gusto italiano
nell'affrontare Mozart e il Settecento; la Freni riprende quel modello,
ricalcandone il gusto impeccabile, ma arricchendolo appunto del
colore di voce e della comunicatività. Negli stessi anni
la Freni accetta un altro rischio, quello di proporsi come belcantista,
impegnandosi con ferrea volontà nei passaggi di coloratura
dei Puritani, della Beatrice di Tenda e della Traviata; opera, quest'ultima,
che le darà, è vero, uno dei suoi pochi dispiaceri
alla Scala, ma che le riserverà in seguito molte soddisfazioni.
Il repertorio francese le apre nuovi spazi; quelli della Manon di
Massenet (cantata però in italiano) e della Margherita del
Faust di Gounod, ruolo che esalta tutte le caratteristiche più
peculiari della sua voce.
Non basta; la cantante che è stata Micaela, Zerlina, Elvira,
all'inizio degli anni Settanta si impone come soprano verdiano
e, di fatto, rivoluziona la propria immagine. Sotto la guida di
Karajan affronta la Messa da Requiem, Desdemona, Elisabetta di Valois,
e poi Aida; alla Scala trionfa nella storica produzione del Simon
Boccanegra realizzata da Abbado e Strehler. Dal fondo dell'immenso
palcoscenico del Grosses Festspielhaus di Salisburgo la Freni attacca
"Tu che le vanità", e la voce è cambiata,
ha acquistato colore nei centri e spessore negli acuti; l'interprete,
d'altronde, esibisce un temperamento che prima era sopito dietro
l'immagine della voce angelicata. Ecco dunque Mirella Freni soprano
drammatico, pronta alle svolte degli anni Ottanta, da una parte
verso Ernani, dall'altra verso Tchajkovskij, con Tatjana e Lisa,
ruoli che preludono ovviamente alla Pulzella. Ma la novità
più grande è l'ultimo avvicinamento al repertorio
verista; Manon Lescaut, Adriana Lecouvreur, Fedora, Madame
Saint-Gêne sono ruoli che vengono affrontati con una partecipazione
espressiva depurata dalla retorica delle interpreti di scuola verista.
Dunque, se è quasi un luogo comune lodare la prudenza e la
cautela con cui la Freni ha saputo gestire lo sviluppo sempre lineare
dei suoi mezzi vocali, da soprano lirico puro a lirico-spinto e
drammatico, pure la Freni ha sempre esplorato repertori fra loro
molto distanti, spaziando in ambiti tutt'altro che omogenei e imponendo,
con la sua classe d'interprete, una lezione di ricerca e di curiosità
di cui il nuovo attesissimo debutto è solo il più
recente approdo.
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Una
scheda su Mirella Freni |
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