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giugno - luglio 2002
Editoriale
Gli occhi dell'ascoltatore
di Nicola Campogrande

+Foto di Salvatore Sciarrino

Le pareti hanno un aspetto mite, rassicurante: dove finiscono i pannelli di ciliegio cominciano i mattoni, e l'occhio, per quanto vaghi, non riesce a incontrare ostacoli, segni di uno spettacolo in agguato, particolari in cui l'architettura si imbizzarrisca. La sala media del nuovo Auditorium di Roma, quella da milleduecento posti, è così: una morbida vasca rossa e arancione nella quale accoccolarsi, comodi, ad ascoltare la musica che passa di lì. Per occhi torinesi, quella è una sala molto romana: ci sono i colori della città, delle sue case, del suo cielo; si può persino pensare che ci siano dentro i colori della Roma intesa come squadra, e senz'altro ci sono i colori della piacevole tranquillità con la quale la capitale sa affrontare la vita. Ma non è tutto, perché inventandosi questa morbida sala Renzo Piano ha anche scelto che cosa gli ascoltatori dovranno vedere mentre un pianista, un'orchestra o un taraf occupano il palcoscenico: un paesaggio tranquillizzante, un'architettura sobria, quasi dimessa, molto accogliente, per nulla enfatica.
La domanda su "che cosa guarderanno gli ascoltatori" mi sembra sempre interessante nel disegno di nuove sale da concerto. Così come Alvar Aalto, progettando un ospedale, pensava al colore del soffitto che i pazienti avrebbero dovuto osservare per ore ed ore, chi si inventa un auditorium probabilmente prova a chiedersi su che cosa si fisserà lo sguardo di chi sta ascoltando un quartetto di Beethoven o una sinfonia di Mahler. Nel vecchio auditorium torinese della Rai, ad esempio, qualcuno aveva pensato che fosse interessante osservare i gabbiotti per le telecamere appesi sotto alla balconata, e infatti li aveva decorati con lucine che ne segnalassero inequivocabilmente la presenza: l'ascolto doveva evidentemente sposarsi alla consapevolezza dei progressi tecnologici. Al Regio, spento il lampadario, gli occhi possono indagare le accurate asimmetrie delle righine viola tracciate sul soffitto: se lo spettacolo non cattura, avrà pensato l'architetto, bisogna offrire agli occhi un diversivo, non impegativo ma non troppo banale. Al Conservatorio il pezzo forte sono i giganteschi lampadari e, in subordine, le porte metalliche del palcoscenico: è l'esaltazione della funzionalità, della norma di sicurezza, dell'essere ospiti, in fin dei conti, di un istituto scolastico. Al Lingotto è tutto talmente grande che si finisce con l'osservare l'intero colosso, con la possibilità eventuale di soffermarsi sui palchi laterali, dove spesso si mettono i fotografi e i cameramen e quindi, dalla sala, c'è uno spettacolo supplementare da spiare: lì Renzo Piano ha dato sfogo a un'esibizione muscolare, in cui l'ascoltatore deve rimanere in ammirazione; e, mediamente, vi rimane.
Così lo stesso quartetto di Beethoven, la stessa sinfonia di Mahler, in luoghi così diversi assumono caratteri, forse persino significati, che l'architetto si trova a definire insieme al musicista. Ed è una storia che potrebbe essere interessante scrivere, questa: "Del che cosa si osserva mentre si ascolta musica e del come questo modifichi la nostra percezione". Che cosa ne pensate?