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Le
pareti hanno un aspetto mite, rassicurante: dove finiscono i pannelli
di ciliegio cominciano i mattoni, e l'occhio, per quanto vaghi,
non riesce a incontrare ostacoli, segni di uno spettacolo in agguato,
particolari in cui l'architettura si imbizzarrisca. La sala media
del nuovo Auditorium di Roma, quella da milleduecento posti,
è così: una morbida vasca rossa e arancione nella
quale accoccolarsi, comodi, ad ascoltare la musica che passa di
lì. Per occhi torinesi, quella è una sala molto romana:
ci sono i colori della città, delle sue case, del suo cielo;
si può persino pensare che ci siano dentro i colori della
Roma intesa come squadra, e senz'altro ci sono i colori della piacevole
tranquillità con la quale la capitale sa affrontare la vita.
Ma non è tutto, perché inventandosi questa morbida
sala Renzo Piano ha anche scelto che cosa gli ascoltatori
dovranno vedere mentre un pianista, un'orchestra o un taraf occupano
il palcoscenico: un paesaggio tranquillizzante, un'architettura
sobria, quasi dimessa, molto accogliente, per nulla enfatica.
La domanda su "che cosa guarderanno gli ascoltatori"
mi sembra sempre interessante nel disegno di nuove sale da concerto.
Così come Alvar Aalto, progettando un ospedale, pensava al
colore del soffitto che i pazienti avrebbero dovuto osservare per
ore ed ore, chi si inventa un auditorium probabilmente prova a chiedersi
su che cosa si fisserà lo sguardo di chi sta ascoltando un
quartetto di Beethoven o una sinfonia di Mahler. Nel vecchio auditorium
torinese della Rai, ad esempio, qualcuno aveva pensato che fosse
interessante osservare i gabbiotti per le telecamere appesi sotto
alla balconata, e infatti li aveva decorati con lucine che ne segnalassero
inequivocabilmente la presenza: l'ascolto doveva evidentemente sposarsi
alla consapevolezza dei progressi tecnologici. Al Regio,
spento il lampadario, gli occhi possono indagare le accurate asimmetrie
delle righine viola tracciate sul soffitto: se lo spettacolo non
cattura, avrà pensato l'architetto, bisogna offrire agli
occhi un diversivo, non impegativo ma non troppo banale. Al Conservatorio
il pezzo forte sono i giganteschi lampadari e, in subordine, le
porte metalliche del palcoscenico: è l'esaltazione della
funzionalità, della norma di sicurezza, dell'essere ospiti,
in fin dei conti, di un istituto scolastico. Al Lingotto
è tutto talmente grande che si finisce con l'osservare l'intero
colosso, con la possibilità eventuale di soffermarsi sui
palchi laterali, dove spesso si mettono i fotografi e i cameramen
e quindi, dalla sala, c'è uno spettacolo supplementare da
spiare: lì Renzo Piano ha dato sfogo a un'esibizione muscolare,
in cui l'ascoltatore deve rimanere in ammirazione; e, mediamente,
vi rimane.
Così lo stesso quartetto di Beethoven, la stessa sinfonia
di Mahler, in luoghi così diversi assumono caratteri, forse
persino significati, che l'architetto si trova a definire insieme
al musicista. Ed è una storia che potrebbe essere interessante
scrivere, questa: "Del che cosa si osserva mentre si ascolta
musica e del come questo modifichi la nostra percezione". Che
cosa ne pensate?
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