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Dopo
mesi, continuano a circolare reazioni al violento articolo che Norman
Lebrecht ha pubblicato lo scorso luglio su "La scena musicale".
La sua analisi della crisi del mercato discografico - dal mancato
matrimonio tra la Emi e la Bmg al blocco quasi totale della produzione
della Deutsche Grammophon o della Teldec - lo aveva portato a dichiararne,
provocatoriamente, la morte. Alcuni critici musicali, come David
Patrick Stearns, hanno voluto approfondire l'argomento.
Durante una mia visita a Parigi nel 1985 ogni singola esecuzione
a cui partecipavo veniva registrata o filmata. Due giorni dopo aver
visto un'operetta di Offenbach all'Opera Comique, ho notato
di sfuggita che la stessa produzione, forse addirittura la stessa
esecuzione, veniva trasmessa su un monitor della metropolitana.
E non si trattava di una produzione da immortalare, da nessun punto
di vista. La questione è che si facevano un sacco di registrazioni
inutili. Appena qualche artista diventava un nome, da Kiri Te
Kanawa a Riccardo Muti, gli si chiedeva di registrare tutto.
Credo che Muti abbia registrato circa 69 esecuzioni durante il suo
decennio con la Philadelphia Orchestra e molte di più con
la Scala e la Philharmonia Orchestra. Quante di quelle registrazioni
sono ora considerate dei classici? Soltanto la sua prima, l'Aida.
Qualcuno ricorda l'integrale delle sinfonie di Mozart dirette
da James Levine con la Vienna Philharmonic? Certo che no. Quelle
infinite e sfrontatamente impeccabili registrazioni di Neville Marriner?
E tutto quel Mozart nel 1991 in occasione del duecentesimo anniversario
dalla morte, in coincidenza con l'uscita del film Amadeus? Come
molte aziende che si sono ampliate a dismisura senza poter controllare
la qualità del prodotto, l'industria della musica classica
oggi sta pagando un giusto prezzo. E nonostante le maggiori case
abbiano attualmente un catalogo di registrazioni che contiene molte
più ristampe che nuove uscite, si può notare che molte
registrazioni degli anni Ottanta sono state considerate, alla fredda
luce del ventunesimo secolo, da lasciare fuori catalogo.
La parola d'ordine per le nuove registrazioni è selettività,
e questo è salutare: alla Harmonia Mundi USA, una delle case
discografiche indipendenti più rispettabili, il presidente
René Goiffon sta portando il catalogo da 4000 titoli a 1000.
Ora, bisogna considerare che l'industria della musica classica non
riguarda tanto il fare soldi, ma piuttosto il costruire carriere.
Il Quartetto Arditti è forse uno dei più famosi
quartetti del nostro tempo, ma la sua estesa discografia non ha
mai fatto guadagnare una lira. È un problema?
Molti artisti hanno deciso di risolvere il problema personalmente
- e si tratta, da un punto di vista filosofico, di una vera svolta,
dal momento che gli artisti registrano per il desiderio di essere
ascoltati piuttosto che per obbligo contrattuale. I cd di musica
da camera autoprodotti sono così poco costosi che hanno bisogno
di vendere soltanto 500 copie per andare in pari con le spese. Da
anni il violoncellista David Finkel del Quartetto Emerson produce
in proprio le sue registrazioni di musica da camera, e sono eccellenti.
Un altro violoncellista, Matt Haimovitz, un cavallo di razza della
Deutsche Grammophon, ha registrato per la sua casa, la Oxingale,
le suite di Bach. Goiffon, che vede molti di questi sforzi indipendenti
passargli tra le mani, è un po' scettico al riguardo, perchè
per ogni Haimovitz ci sono almeno tre pianisti che si registrano
solo perché la suocera ha dato loro 3000 dollari. Ed esiste
anche il rischio che gli stessi artisti di fama non aiutino l'industria
registrando un repertorio troppo inflazionato, perché magari
si tratta di esecuzioni non adatte a essere registrate per questioni
di sonorità e di equilibri. Ci vorrebbe un produttore per
giudicare quando le sfumature interpretative dell'artista rendono
anche nella registrazione e quando no: in passato molti lp classici
erano prodotti da gente - Walter Legge, Max Wilcox - che sapeva
fronteggiare anche l'artista più scontroso. Questa può
essere una delle ragioni per cui le registrazioni autoprodotte non
ottengono recensioni omogenee, e di solito non salgono al rango
dei classici.
Ma, riflettendo sulla crisi del disco, non si deve dimenticare che
la musica classica è sopravvissuta benissimo senza l'industria
discografica fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il pubblico
ascoltava le nuove composizioni perché si trovava in sala
con gli esecutori. Forse l'artificialità subliminale del
compact di musica classica ha generato la sua sconfitta: oggi molte
esecuzioni dal vivo vengono sottoposte a numerosi passaggi in sala
di registrazione, generando prodotti che esistono a un livello di
perfezione così innaturale da penalizzare l'aspetto umano
dell'esperienza musicale. Forse le note sbagliate o i leggeri problemi
di intonazione suonerebbero più autentici alle nostre orecchie.
Forse la musica classica diventerà una versione del ventunesimo
secolo dei Grateful Dead, quel gruppo rock della controcultura
che ha trascinato per anni o addirittura decenni milioni di persone
a concerto, ma che non riusciva a vendere dischi - e quindi, a volte
per anni, non li incideva. In un'intervista di qualche anno fa,
il direttore artistico della Los Angeles Philharmonic, Esa-Pekka
Salonen, ha parlato di come, nella California del Sud, la musica
classica sia la controcultura. Gli piace l'idea. Forse sarà
così per noi. E presteremo sempre maggior attenzione ai concerti
perché saremo consapevoli dell'impossibilità di poter
riascoltare quell'esecuzione.
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