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Dopo
i sei concerti intitolati La tastiera illuminata, dedicati
al confronto tra pianoforte e fortepiano, Alexander Lonquich
ritorna all'Unione Musicale con un nuovo ciclo dedicato al Novecento,
articolato per questa stagione in due appuntamenti.
Maestro
Lonquich, come imposterà questa nuova serie di concerti?
Parlerà ancora con il pubblico? Sceglierà ancora la
modalità del confronto?
"Sì, penso di parlare ancora con il pubblico, magari
non in modo regolare, ma tutte le volte che lo riterrò utile
o interessante. È un ciclo basato ancora una volta sul confronto;
questa volta si tratta della ricerca di un contatto, di un'aderenza
tra la musica del Novecento e quella di altre epoche, anche se lontane
nel tempo. L'intento principale è quello di mettere in risalto
la pluralità che caratterizza questo secolo; voglio abbandonare
i concetti monolitici, o le definizioni acquisite come ad esempio
"scuola di Vienna" o "scuola di Darmstadt":
voglio esaltare il Novecento nella sua forma più "caotica"".
Si
può dire che è un ciclo dedicato al Novecento e alla
storia che si porta dietro.
"Sì, anche, ma penso di non avere a disposizione un
numero di concerti sufficienti per farlo in modo sistematico; andrò
allora a scavare nelle zone in ombra del Novecento (quelle meno
conosciute, ma sempre rivelatrici), per metterle a confronto con
opere del passato. Nel primo concerto eseguirò ad esempio
Mana di André Jolivet: è un brano degli anni
Trenta quasi mai eseguito. Negli ultimi anni ho suonato e insegnato
spesso a Praga e in queste occasioni ho scoperto Bohuslav Martinu,
che nella storia del Novecento è considerato un autore marginale.
Per me è stata invece un'illuminazione: ho scoperto quanto
potenziale riservano le sue opere, pur se molto disuguali nella
qualità, quanta linfa vitale si annida nella fusione di tradizione
nazionale e musica francese. Oppure Charles Ives, un solitario,
non è ancora stato ascoltato, secondo me, nella giusta prospettiva".
È
la ricerca delle radici del Novecento?
"È un modo di verificare, adesso che il Novecento è
finito, con quali opere di quel secolo siamo rimasti in contatto.
La mia risposta è molto pluralista".
Pensa
di affrontare anche il tema della difficile comunicazione tra compositore
e pubblico, che ha caratterizzato la musica dei nostri giorni?
"Prima di tutto devo ricordare che per il momento affronterò
autori del Novecento storico (nelle prossime stagioni vedremo come
il ciclo evolverà). Immaginando questo ciclo, ho pensato
proprio al rapporto con l'ascoltatore e devo riconoscere che non
mi è sembrato così problematico come in genere si
pensa. Secondo me molti compositori del Novecento avevano un ottimo
rapporto con il proprio pubblico, come ad esempio il Gruppo dei
Sei: i musicisti francesi in questione forse non hanno sempre composto
brani di valore assoluto, ma sono sempre stati in contatto con i
loro ascoltatori. Hindemith è stato un altro compositore
molto attento alla comunicazione".
La
scelta di organizzare ciclicamente l'esperienza concertistica mi
sembra in qualche modo collegata al tema della comunicazione con
il pubblico.
"Io penso che il ciclo sia utile per dare all'ascoltatore la
possibilità di viaggiare. Di ritrovarsi, di ripensare, di
rimettere in discussione, di dare nuova energia a esperienze già
vissute".
La
costruzione di un ciclo è l'inizio o il risultato di uno
studio?
"Entrambe le cose. Da tempo mi interesso ai punti marginali
della storia della musica. Poi è nata l'esigenza di organizzare
questo interesse in cicli. Io sono in ogni modo contrario a costruire
un programma concertistico secondo una logica troppo cartesiana.
Preferisco farmi influenzare da associazioni e suggestioni. Credo
che l'idea della storia della musica basata su una logica consequenzialità
sia davvero superata. La realtà cosiddetta post-moderna è
molto più variegata e complessa. Tutti i criteri di valutazione
adottati nel Novecento andrebbero ripensati alla luce della soggettività
del singolo, che mi sembra l'unico possibile interlocutore di oggi".
Scegliere
di parlare a concerto significa riconoscere che la musica in questo
momento ha bisogno di una mediazione, oppure che l'esperienza del
concerto tradizionale non è più valida? Dobbiamo immaginare
nuovi modi di fruizione della musica dal vivo?
"Io penso che il concerto debba avere un maggiore grado di
teatralità. È una cosa che ho più volte sperimentato
con il mio Villon Ensemble. La scelta di parlare ha però
solo lo scopo di dare un aiuto all'ascolto. È in realtà
una proposta molto modesta, ma di solito sono tanti gli ascoltatori
che mi ringraziano dopo il concerto perché hanno la sensazione
di aver compreso di più e quindi di aver goduto maggiormente
del piacere della musica". (m.p.)
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