Torna all'indice di Sistema Musica
novembre 2002

unione musicale

INTERVISTA - Alexander Lonquich: contatto e confronto


Alexander Lonquich

Dopo i sei concerti intitolati La tastiera illuminata, dedicati al confronto tra pianoforte e fortepiano, Alexander Lonquich ritorna all'Unione Musicale con un nuovo ciclo dedicato al Novecento, articolato per questa stagione in due appuntamenti.

Maestro Lonquich, come imposterà questa nuova serie di concerti? Parlerà ancora con il pubblico? Sceglierà ancora la modalità del confronto?
"Sì, penso di parlare ancora con il pubblico, magari non in modo regolare, ma tutte le volte che lo riterrò utile o interessante. È un ciclo basato ancora una volta sul confronto; questa volta si tratta della ricerca di un contatto, di un'aderenza tra la musica del Novecento e quella di altre epoche, anche se lontane nel tempo. L'intento principale è quello di mettere in risalto la pluralità che caratterizza questo secolo; voglio abbandonare i concetti monolitici, o le definizioni acquisite come ad esempio "scuola di Vienna" o "scuola di Darmstadt": voglio esaltare il Novecento nella sua forma più "caotica"".

Si può dire che è un ciclo dedicato al Novecento e alla storia che si porta dietro.
"Sì, anche, ma penso di non avere a disposizione un numero di concerti sufficienti per farlo in modo sistematico; andrò allora a scavare nelle zone in ombra del Novecento (quelle meno conosciute, ma sempre rivelatrici), per metterle a confronto con opere del passato. Nel primo concerto eseguirò ad esempio Mana di André Jolivet: è un brano degli anni Trenta quasi mai eseguito. Negli ultimi anni ho suonato e insegnato spesso a Praga e in queste occasioni ho scoperto Bohuslav Martinu, che nella storia del Novecento è considerato un autore marginale. Per me è stata invece un'illuminazione: ho scoperto quanto potenziale riservano le sue opere, pur se molto disuguali nella qualità, quanta linfa vitale si annida nella fusione di tradizione nazionale e musica francese. Oppure Charles Ives, un solitario, non è ancora stato ascoltato, secondo me, nella giusta prospettiva".

È la ricerca delle radici del Novecento?
"È un modo di verificare, adesso che il Novecento è finito, con quali opere di quel secolo siamo rimasti in contatto. La mia risposta è molto pluralista".

Pensa di affrontare anche il tema della difficile comunicazione tra compositore e pubblico, che ha caratterizzato la musica dei nostri giorni?
"Prima di tutto devo ricordare che per il momento affronterò autori del Novecento storico (nelle prossime stagioni vedremo come il ciclo evolverà). Immaginando questo ciclo, ho pensato proprio al rapporto con l'ascoltatore e devo riconoscere che non mi è sembrato così problematico come in genere si pensa. Secondo me molti compositori del Novecento avevano un ottimo rapporto con il proprio pubblico, come ad esempio il Gruppo dei Sei: i musicisti francesi in questione forse non hanno sempre composto brani di valore assoluto, ma sono sempre stati in contatto con i loro ascoltatori. Hindemith è stato un altro compositore molto attento alla comunicazione".

La scelta di organizzare ciclicamente l'esperienza concertistica mi sembra in qualche modo collegata al tema della comunicazione con il pubblico.
"Io penso che il ciclo sia utile per dare all'ascoltatore la possibilità di viaggiare. Di ritrovarsi, di ripensare, di rimettere in discussione, di dare nuova energia a esperienze già vissute".

La costruzione di un ciclo è l'inizio o il risultato di uno studio?
"Entrambe le cose. Da tempo mi interesso ai punti marginali della storia della musica. Poi è nata l'esigenza di organizzare questo interesse in cicli. Io sono in ogni modo contrario a costruire un programma concertistico secondo una logica troppo cartesiana. Preferisco farmi influenzare da associazioni e suggestioni. Credo che l'idea della storia della musica basata su una logica consequenzialità sia davvero superata. La realtà cosiddetta post-moderna è molto più variegata e complessa. Tutti i criteri di valutazione adottati nel Novecento andrebbero ripensati alla luce della soggettività del singolo, che mi sembra l'unico possibile interlocutore di oggi".

Scegliere di parlare a concerto significa riconoscere che la musica in questo momento ha bisogno di una mediazione, oppure che l'esperienza del concerto tradizionale non è più valida? Dobbiamo immaginare nuovi modi di fruizione della musica dal vivo?
"Io penso che il concerto debba avere un maggiore grado di teatralità. È una cosa che ho più volte sperimentato con il mio Villon Ensemble. La scelta di parlare ha però solo lo scopo di dare un aiuto all'ascolto. È in realtà una proposta molto modesta, ma di solito sono tanti gli ascoltatori che mi ringraziano dopo il concerto perché hanno la sensazione di aver compreso di più e quindi di aver goduto maggiormente del piacere della musica". (m.p.)

NAVIGARE IN MUSICA
segui il link Una breve biografia di André Jolivet
segui il link Il sito del compositore Bohuslav Martinu
segui il link Il sito della Charles Ives Society
CALENDARIO SETTIMANALE
segui il link 1 /9 novembre
segui il link 10/15 novembre
segui il link 16 /24 novembre
segui il link 25 /30 novembre
mercoledì 6 novembre
Conservatorio ore 21 serie blu
Alexander Lonquich pianoforte
Il pianoforte tra Ottocento e Novecento: una storia tra repertorio e interpretazione
(primo concerto)
Musiche di Wagner,
C. Ph. E. Bach, Schubert, Poulenc, Ravel, Jolivet