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Stephen
Dedalus è il nome dell'alter ego di James Joyce,
il personaggio nei cui panni lo scrittore si calava nelle proprie
opere: il mito da lui evocato simboleggia in maniera eccellente
l'artista in un mondo dominato dalla tecnica. In che notevole misura
la realizzazione del sogno del volo abbia accelerato il ritmo della
vita può essere dimostrato in modo davvero esemplare sulla
scorta delle biografie dei musicisti: liberi dai vincoli delle barriere
linguistiche, quantomeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,
i musicisti di professione si muovono nello spazio globale. Le conseguenze
di questo sviluppo - la morte dell'"ensemble stabile",
che aveva costituito il fondamento del sistema produttivo operistico
fino all'era di Toscanini, l'onnipresenza delle star, la scomparsa
e l'estinzione di tradizioni locali e regionali - sono state descritte
e deprecate a sufficienza; il fatto che anche la lista delle vittime
si allunghi di anno in anno non è altro, in prima istanza,
se non un inevitabile fenomeno concomitante.
Eppure proprio se commisurata alle vittime si rivela tutta la forza
mitica di questo sogno, degenerato in prosa della quotidianità:
la morte di Ginette Neveu (28 ottobre 1949), Jacques Thibaud (1
settembre 1953), William Kapell (29 ottobre 1953), di Lodovico Lessona
e dei suoi Solisti di Torino (4 novembre 1972) ha lasciato nella
coscienza dei posteri una traccia profonda di magica tragicità.
Alla memoria di Lessona e dei suoi colleghi Roberto Forte, Luciano
Moffa, Umberto Egaddi, della cui scomparsa ricorre il trentesimo
anniversario, desideriamo dedicare il nostro primo concerto torinese
di questa Stagione dell'Unione Musicale.
Molti
appassionati di musica da camera ritengono che con il Trio all'ungherese
di Haydn, l'Arciduca, il Dumky e una dozzina scarsa di altre apprezzate
composizioni di Mozart, Schubert, Schumann, Brahms, forse ancora
di Tchajkovskij, Shostakovich e Ravel, si possa già individuare
la quintessenza del repertorio del trio con pianoforte, e che al
di là di quello resti spazio, nel migliore dei casi, solo
per qualche scoperta "curiosa" o "divertente".
L'opera di Franz Joseph Haydn offre la migliore riprova di
quanto tale opinione sia erronea: fra i suoi 43 Trii giunti fino
a noi, c'è forse solo una manciata di composizioni che non
meritino di assurgere a "classici" del repertorio; eppure,
come si può facilmente dimostrare sulla base delle statistiche
relative ai concerti, l'interesse della maggior parte degli ensemble
si concentra su non più di quattro o cinque di questi lavori.
Il Trio in mi minore Hob. XV n. 12, da noi prescelto come
pezzo di apertura, è stato composto intorno al 1788-89 e
finora ha goduto di scarsa considerazione: l'affascinante e ampia
gamma del suo linguaggio, in cui echi barocchi trovano posto a fianco
di intuizioni di gusto romantico e di un vitale tono popolare, fa
di questo Trio un testimone eccellente della straordinaria versatilità
di Haydn. Mai in precedenza e mai più in seguito nella storia
della musica è dato incontrare un altro compositore che in
modo altrettanto prodigioso abbia fondato e nel contempo trasceso
un nuovo stile. Il
primo Trio con pianoforte di Mauricio Kagel, composto nel 1984-85
sulla base de La trahison orale - una seconda composizione di questo
genere è stata completata l'11 settembre 2001 (!) e presentata
in prima esecuzione il 29 settembre di quest'anno a Venezia - fa
i conti con il tema del diabolico nella vita e nella musica in modo
sarcastico e insieme appassionato. Kagel ha qui capovolto il credo
del linguaggio della Scuola di Darmstadt - di cui a lungo era stato
considerato un esponente - attenendosi alla buona vecchia prassi
di Jago: il risultato è un colpo di mano vitale e sfrontato,
un pezzo che ha ottime possibilità di venire riconosciuto
come il Trio con pianoforte di valore paradigmatico per il tardo
XX secolo.
Conclude
il nostro concerto un "classico" - anche se nelle
mie ricerche sui programmi storici ho potuto constatare, con un
certo stupore, che dei sei grandi Trii scritti da Beethoven quello
in sol maggiore è il meno eseguito. Ciò dipende forse
dal fatto che qui il compositore - e in un passaggio del Finale
addirittura in maniera testuale - anticipa Rossini, allora poco
più che in fasce: ciò potrebbe apparire come una mancanza
di stile a quanti coltivano il culto di Beethoven. Nella trascendentale
profondità di sentimento del Largo in mi maggiore, invece,
è già presente tutto Schubert - e anche sotto questo
aspetto il pezzo è caratteristico di un momento assai particolare
della creatività di Beethoven.
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