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András
Schiff non fa tecnica quando si alza il mattino, ma suona qualche
preludio di Bach: è importante iniziare la giornata con l'arte
e non con la ginnastica, entrambe tonificano i muscoli, elasticizzano
i movimenti, ma la prima aiuta a spalancare le imposte, a fare un
giro d'orizzonte lanciando mille sguardi e ricevendo altrettanti
feedback emozionali, costringe poi l'intelletto a risvegliarsi scrollando
il neurone più pigro; l'altra obbliga a fissare uno specchio
o una parete, lascia ristagnare il sudore. Non c'è fragranza
nelle scale e negli arpeggi, gli aspiranti pianisti se ne dovrebbero
convincere.
Il maestro studia una partitura leggendo un poema od osservando
una pittura che somigli alla musica scritta, raccogliendo suggestioni
poetiche non dal menar le mani, ma da altre forme d'arte, per una
specie di "osmosi sinestesica". Gli studenti di
musica dovrebbero coltivare la propria sensibilità interpretativa
nello stesso modo. Il pianista ungherese seppur pluripremiato, odia
i concorsi, le gare tra musicisti, inaridiscono ispirazioni ed esaltano
le aspirazioni, fanno vincere tutto ciò che sta attorno all'arte
ma soffocano l'arte stessa. Non è così chiaro il concetto
per i falchetti del concertismo in erba.
Suona con identica credibilità uno sterminato repertorio
classico e romantico, ma patisce il ghetto nel quale è costretta
la musica colta; vorrebbe che il buon gusto fosse un sentimento
condiviso, invece ciascuno ne possiede uno proprio, spesso non coltivato
sulla musica della storia: tutto è frantumato e costretto
all'isolamento vicendevole e le nuove generazioni sembrano ignorare
la necessità di costruirsi delle scale di valori estetici.
Schiff imita voci e inflessioni da vero commediante, così
come sa adottare stili interpretativi barocchi, settecenteschi o
classici pur restando un uomo del ventesimo secolo: le sue esibizioni
sono uno spettacolo, sì, ma di equilibrio tra rigore e istinto,
niente effetti, nessun manierismo e nemmeno cedimenti verso l'antiquariato
musicale.
Non solo ascoltando la musica che esce dal pianoforte di András
Schiff, ma anche riflettendo sulle sue idee c'è molto da
raccogliere per chi voglia apprendere come "viver d'arte".
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