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Bach,
Cantate, concerto secondo. Prosegue il ciclo che l'Unione Musicale
ha cominciato a organizzare la passata stagione in collaborazione
con il Teatro Regio e l'Academia Montis Regalis. Al momento
è ancora un open project: il numero complessivo dei concerti
non è stato ancora fissato, ma per i prossimi due o tre anni
l'intenzione è quella di inserire almeno un concerto in cartellone.
Il menù del prossimo concerto ci propone la degustazione
di altre tre prelibate entrées, le Cantate BWV 61, 16
e 140, precedute, delicato hors-d'uvre, dalla Sinfonia
della Cantata BWV 49.
Se è vero che la Kirchenmusik del maestro tedesco
rappresenta, si potrebbe quasi dire, una categoria dello spirito
- esperienza imprescindibile per chi aspiri a una conoscenza autentica
della storia musicale mitteleuropea -, all'interno di essa le 191
Cantate sacre costituiscono un universo a sé. Bisogna, in
primis, davvero dare atto alla tenacia e all'acribia di generazioni
di studiosi che nel "caos" primigenio della tradizione
manoscritta hanno poco alla volta portato ordine e chiarezza. Catalogati,
questi lavori sono quindi stati schedati per annate e ordinati a
seconda delle varie scadenze del calendario liturgico. È
stato così appurato, ad esempio, che la Cantata n. 61 risale
agli anni di Weimar (1708-1717) e che fu scritta nel 1714 per la
festa d'inizio dell'anno liturgico, la prima domenica d'Avvento.
Che invece la Cantata n. 16 fu scritta a Lipsia per il chiesastico
Neujahrskonzert del primo gennaio 1726 e che quindi appartiene alla
terza annata. Che la Choralkantate n. 140, per contro, è
l'unica scritta per la
27ª domenica post Trinitatis, che fu tenuta a battesimo il
25 novembre 1731 e che dunque risale a un periodo in cui Bach aveva
ormai smesso di comporre cantate ex novo in modo sistematico come
aveva fatto fino al 1729
Minuzie da topi di biblioteca? Non tanto. Si tratta invece di tessere
preziose per ricostruire un mosaico affascinante che purtroppo
sappiamo destinato a rimanere incompleto. Se è vero, infatti,
che le Cantate bachiane sono gemme che brillano di luce propria
in virtù della musica sublime di cui sono fatte, è
altrettanto vero che sono un qualcosa di irripetibile anche in virtù
del contesto storico da cui scaturirono. Per poterne fruire con
orecchio più consapevole, non è così secondario,
allora, sapere, nel caso delle 145 Cantate di Lipsia, che esse furono
scritte in risposta a un bisogno sociale molto forte, orientato
da una volontà "politica" molto stringente. Il
Consiglio Comunale della città tedesca che nell'aprile 1723
scelse - un po' a malincuore, è noto - Bach come Kantor della
Thomasschule non era altro che il portavoce delle aspettative d'una
collettività che in un servizio musicale di prim'ordine all'interno
delle celebrazioni liturgiche da generazioni cercava uno dei propri
motivi d'orgoglio.
Nessun idillio di gramsciana "organicità", non
si creda. Anche questo è importante sapere. Le autorità
di Lipsia non vinsero mai l'iniziale diffidenza nei confronti di
Bach, che sempre si sentiva il fiato sul collo delle autorità
civili e religiose. Ossessionate com'erano da un eccesso di zelo
educativo nei confronti dei fedeli, innanzi tutto non si fidavano
della sua preparazione teologico-dottrinale. Ma neppure andava loro
bene come il nuovo Kantor gestiva la vita del collegio. Nel 1730
addirittura fu apertamente accusato di non fare nulla. Neppure la
musica che noi tanto ammiriamo valeva a salvare la sua reputazione,
perché tanto agli esecutori quanto al pubblico sembrava troppo
difficile e austera. In realtà, a disposizione del director
musices venivano messi a disposizione pochi strumentisti e cantori
poco capaci
Problemi di bilancio, certo, ma anche di vedute.
Bach, infatti, avrebbe ben volentieri chiuso un occhio pur di promuovere
gli alunni musicalmente dotati anche se poco diligenti nello studio.
I suoi superiori, invece, la pensavano in maniera esattamente opposta.
E poi di donne in chiesa a cantare neanche a parlarne
Le Cantate bachiane sono una delle dimostrazioni più lampanti
di quanto, nel campo dell'arte, qualsiasi teoria del rispecchiamento
c'azzecchi davvero poco. È, in effetti, un grande mistero
come all'interno d'un ambiente tanto mortificante e demotivante
la penna di Bach abbia potuto, nonostante tutto, creare capolavori
così sommi come quelli che questo ciclo di concerti intende
riproporci. Ma cosa c'è dunque di grande in queste partiture?
Due cose, direi, in sintesi: l'immensità della scientia,
del sapere tecnico, della padronanza dell'ars, unita all'intensità
di pathos, cioè alla profondità e alla ricchezza del
vissuto emozionale.
Affezionatissimo com'era a uno dei canoni fondanti dell'estetica
musicale barocca, è innanzitutto nel numerus e quindi nell'arithmetica
che Bach ricerca la ragion d'essere del proprio agire di compositore.
È il sonus numeratus ad affascinarlo: la sfida che egli sente
di dover raccogliere è quella di delineare con i suoni metafisiche
proportiones, nel rispetto delle quantitates continuæ della
geometria. È nell'ingegnoso simbolismo delle cifre che la
sua musica mathematica trova alimento, siano esse il numero di battute
d'un brano o la numerica delle armonie. Il motivo per cui le Cantate,
però, continuano sempre ad avvincerci sta, credo, nella capacità
sublime di Bach di orientare a fini espressivi cotanto patrimonio
di scientia. In nessun momento noi abbiamo la sensazione che l'accumulo
impressionante di techne diventi zavorra all'intenzione espressiva,
che inibisca o ottunda la forza persuasiva, che ostacoli la penetrazione
emotiva. Per tutti questi motivi le Cantate di Bach, déjà
vu forse noioso e scontato per i cacciatori inesausti ma mai paghi
di novità, in realtà non smettono di apparire attuali
e nuove a coloro che si ostinano a porre i propri significati, in
primo luogo, in quanto è profondo e autentico.
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