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Tra
gli appuntamenti più significativi della Scuola all'Opera
figura Il gioco delle sorti, opera da camera per soprano,
attori e cinque strumenti di Gilberto Bosco in programma il 6
e 7 febbraio 2003. Il libretto, di Sandra Reberschak,
è ispirato alla vicenda biblica della regina Estér,
da cui trae origine la festa ebraica di Purìm.
Maestro
Bosco, perché ha scelto quel soggetto?
"Quella di Estér è una storia di oppressione
e liberazione che ha un'altissima valenza simbolica. Al di là
dei riferimenti ebraici, ritengo che sia una storia universale molto
radicata nel mondo contemporaneo".
Qual
è la struttura musicale dell'opera? Ci sono citazioni della
musica ebraica?
"La storia viene raccontata attraverso scene di melologo anche
se il nocciolo della vicenda è affidato alla successione
di tre grandi arie d'opera, per così dire tradizionali. Le
citazioni di musica ebraica sono minime: soltanto alla fine traspare,
appena udibile, un canto tradizionale della festa di Purìm.
Sono più evidenti suggestioni melodiche dello Stravinskij
etnico, quello de Les Noces per intenderci, con sistemi pentatonici,
modali e pandiatonici. La partitura procede attraverso una alternanza
di bianchi e neri, ossia di episodi diatonici e sequenze cromatiche".
Perché
ha deciso di impiegare una sola cantante?
"Fin da quando ho concepito l'opera ho immaginato di rendere
la solitudine di Estér distinguendola vocalmente dagli altri
interpreti, che sono attori: se attraverso la recitazione gli altri
personaggi rendono perfettamente intelligibile il testo e la storia,
il canto di Estér crea atmosfere e emozioni, rende più
criptica, più allusiva e in un certo senso "moderna"
la protagonista".
Com'è
nata e si è sviluppata la collaborazione con la librettista
Sandra Reberschak?
"Avevo letto i suoi romanzi e le ho offerto una traccia del
soggetto sul quale lei è intervenuta con proposte creative.
Per le parti recitate ha proceduto in modo più autonomo,
per la parte relativa a Estér ha approntato più varianti
per assecondare la composizione musicale. Il nostro è stato
un lavoro integrato, la felice scoperta della possibilità
di lavorare insieme".
Mentre
scrive l'opera, le capita di pensare che tra il pubblico ci saranno
parecchi ragazzi in età scolare?
"È un pensiero che influenza alcune parti dell'opera
più di altre. In generale, per alcuni momenti ho cercato
dei meccanismi comunicativi relativamente semplici; in altri casi
mi sono affidato alla capacità dei giovani di fantasticare
e di interpretare, lasciandomi così più libertà
linguistica. Su questo punto ho fiducia: non credo ci sia nulla
di volutamente difficile, si può seguire la storia senza
trovarsi di fronte a ostacoli insormontabili. Gli scarti stilistici
dovrebbero essere "godibili" anche per un pubblico non
troppo smaliziato; ma su questo, l'unica prova sarà l'esecuzione".
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