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novembre 2002

teatro regio torino

La fredda intimità della coppia Mossoux-Bonté
di Chiara Castellazzi


una scena dello spettacolo Simonetta Vespucci

Extravagances et catastrophes. Questo il filo conduttore dell'edizione del festival belga di arti contemporanee della scena (Bellone Brigittines) in cui fu presentato Simonetta Vespucci, sorta di telescopio sull'epoca di Piero di Cosimo, con lo sguardo del presente. Ma punto di disequilibrio, bilico fra stravaganza e catastrofe è un po' la cifra stilistica di tutta la produzione - tre film e quindici spettacoli - del tandem Nicole Mossoux e Patrick Bonté, che negli anni ha costruito un linguaggio teatrale oscuro e parlante, sconcertante e divertente. Capace di condividere un turbamento e di creare una strana familiarità, un'intimità fredda con lo spettatore. A partire dai lembi torbidi del nostro sentire, creando inciampi percettivi, Mossoux-Bonté danno voce a intime stravaganze, suscitano catastrofi nelle idee codificate e ricevute. Sapienti collusioni fra danza, immagine e recitazione convocano in chi guarda un diverso approccio a sé e alle cose. Che si tratti di un manipolo di danz-attori sguinzagliati nella metropolitana di Bruxelles all'ora di punta o di un lavoro sui fantasmi evocati dalle principesse ambigue di Lucas Cranach il Vecchio. Con sfalsamenti di prospettiva, giochi di forma che snaturano il reale, frammentazioni del racconto, l'incontro con il Manierismo in fondo era già avvenuto. In Simonetta Vespucci però il ritratto e l'immagine, fra l'epoca di Piero di Cosimo e la nostra contemporaneità diventano tema definito di indagine. Pennellate del primo manierismo fiorentino risalgono i tempi filtrate dalla sensibilità degli autori, forse più vicina a Henri Michaux che al Pontormo o ad Andrea del Sarto. Personaggi sbalzati dal Rinascimento nella nostra epoca: cortigiane sfrontate, martiri nudi, aristocratiche dagli improbabili copricapi, armigeri imbelli, o uomini moderni, che dal nostro secolo si ritrovano in festini maliziosi del tempo dei Medici, evocano immagini visionarie, che si ricompongono e trovano un compimento negli occhi dello spettatore. Mentre alcune telecamere rimandano dettagli, ingigantiti fino all'osceno. C'è grande consapevolezza nell'uso del gesto, della recitazione e delle inquadrature, così come delle ossessioni che accompagnano il cammino dei viventi, in sospeso fra stravaganze e catastrofi.

Autori rari alle conferenze del Regio

Nel mese di novembre le Conferenze del Regio offrono occasioni d'ascolto davvero rare. Se alla fine del mese scorso, in preparazione del 100° anniversario della Adriana Lecouvreur di Cilea che viene celebrato
il 6 novembre con Magda Olivero e Nandi Ostali, si erano udite nella Sala del Caminetto pagine di Ettore Perosio e Edoardo Vera, il 13 e il 20 novembre sono di scena quattro compositori oggi poco noti del Novecento italiano: il marchigiano Lino Liviabella e i piemontesi Giovanni Ferrua, Adolfo Gandino e Vincenzo Davico.
Il ricordo di Liviabella, nato cent'anni fa, è affidato al figlio Lucio che intreccia le sue testimonianze con alcune pagine strumentali eseguite al violino dal nipote del compositore, Fulvio, alla viola da Luca Ranieri e al pianoforte da Paolo Vergari.
Gli itinerari, le ricerche e le emozioni di Ferrua, Gandino e Davico sono oggetto della conferenza di Igor Bergese, ricercatore e musicologo attento alle tradizioni musicali locali che, grazie al sostegno della Civica Associazione Musicale Cheraschese "Carlo e Anna Ferrua" e al patrocinio dell'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, propone al pubblico alcune arie d'opera e da camera dei tre autori interpretate dal soprano Francesca Micarelli e dal tenore Michele Ravera accompagnati dal pianista Paolo Fiamingo

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mercoledì 20 novembre
Piccolo Regio Puccini - ore 21
Simonetta Vespucci
(ritratto, dettagli e prospettiva)
Compagnie Mossoux-Bonté