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novembre 2002

le idee

Critica musicale, due Pulitzer sul ring


orchestra

Che preparazione deve avere un critico che giudica musica contemporanea? Ne discutono il compositore John Corigliano e il critico di "Newsday" Justin Davidson, entrambi Premi "Pulitzer". Questo è il primo round.

Caro Justin,
recensire un lavoro musicale nuovo è decisamente più complicato e impegnativo che non valutare una composizione che si conosce già; e anche la posta in gioco è molto più alta, perché il compositore impiega mesi o anni per creare una musica il cui destino è determinato dalla prima reazione del critico.
Ora, ci sono almeno due aspetti da prendere in considerazione quando si ha a che fare con una nuova composizione: uno è tecnico, l'altro filosofico.
Come un capolavoro del repertorio classico può risultare danneggiato da un'esecuzione scadente, così un'opera nuova può incappare nello stesso problema. E, se risulta relativamente facile separare il valore di una composizione già nota da quello della sua esecuzione, è spesso impossibile farlo nel caso di un'opera al suo debutto. In questo caso, a meno di stonature evidenti, la responsabilità di un pessimo risultato ricade inevitabilmente sulle spalle del compositore. Mi è accaduto di assistere a esecuzioni di artisti malpreparati nelle quali una mia composizione risultava pressoché irriconoscibile, e mai che un critico se ne rendesse conto! Ecco perché ritengo indispensabile che il critico sappia leggere agevolmente una partitura e che prima di recensire un'opera abbia l'opportunità di ascoltarla con i pentagrammi sotto il naso, seguendo una delle prove finali, per poi riascoltarla alla prima esecuzione ufficiale.
Questo richiede più tempo e sforzo che non semplicemente andare al concerto e buttare giù le proprie impressioni istintive, ma è quello che distingue il critico professionista dal musicofilo dilettante.
Il problema filosofico, invece, ha a che fare con la percezione e con l'interpretazione del linguaggio compositivo. Il complesso clima compositivo odierno è molto diverso da quello barocco o classico in cui i musicisti si affidavano a un lessico comune. Oggi i compositori si sentono liberi di utilizzare ogni tipo di tecnica, tonale, atonale, microtonale e così via, ma i critici sono spesso guidati da un rigido atteggiamento ideologico che li porta a giudicare le scelte stilistiche come istanze di tipo ideologico e non tecnico. Così finisce che l'utilizzo nello stesso pezzo di scrittura dodecafonica e tonale possa essere visto come un conflitto stilistico che richiede uno sforzo esegetico da parte del critico. Insomma il contrasto tra tensione e abbandono, consonanza e dissonanza diventa una questione politica più che musicale, mentre un critico responsabile dovrebbe valutare esclusivamente il valore tecnico di una partitura.
John Corigliano

Caro John,
le tue parole pungono, soprattutto perché la parte del mio lavoro che preferisco è proprio l'ascoltare e il reagire a musica nuova.
Certo, in un mondo ideale tutti i critici saprebbero leggere agevolmente una partitura e tutte le opere nuove godrebbero della giusta preparazione tecnica. Ma nella realtà la seconda condizione ideale non si avvera quasi mai mentre la prima è per lo più rispettata. Quasi tutti i critici che conosco sanno leggere la musica; il settore è affollato di pianisti, suonatori di tuba o musicologi mancati (come tu sai, io stesso ho studiato composizione). Quanto bene conoscano la scrittura musicale è un'altra questione: non ti stai chiedendo se sappiamo leggere Per Elisa, ma se siamo in grado di districarci lungo i trenta pentagrammi di una pagina orchestrale in cui un pianissimo di contrabbassi emerge da mormoranti armonici degli archi. Sappiamo bene quanto sia laborioso orientarsi in una partitura orchestrale e, come accade per compositori e direttori d'orchestra, alcuni di noi se la cavano bene mentre altri riescono appena a capire quando è il momento di voltare pagina. Dici poi che un critico, prima di osare una sola parola di scoraggiamento, dovrebbe avere ascoltato la nuova opera più di una volta. Ma prova a chiedere che cosa ne pensano i tuoi amici direttori d'orchestra, che in genere sono terrorizzati dall'idea che un critico assista alle turbolente prove finali invece di presentarsi alla fulgente perfezione della "prima mondiale". Forse dovremmo ascoltare le esecuzioni del giovedì e del venerdì della Filarmonica di New York e scrivere la recensione per il lunedì invece che per il sabato, ma questo non soddisfa le esigenze di tempestività di un quotidiano.
Per quanto riguarda la questione filosofica: è forse più nobile per un critico lasciare da parte le sue preferenze e redigere giudizi indulgenti su musiche scritte in stili che egli non tollera? Perché mettere da parte le ideologie?
Sul finire del XIX secolo il mondo musicale tedesco era diviso in due opposti schieramenti sulla questione se fosse Brahms o Wagner il compositore più proiettato verso il futuro: non era semplice rivalità tra pochi recensori stizzosi, perché i due stili rappresentavano effettivamente aspetti molto diversi dell'identità culturale tedesca. Era una diatriba legittima, non credi?
Dati tutti questi limiti, dovrebbe forse il critico astenersi dal recensire la musica del proprio tempo limitandosi a valutare le esecuzioni classiche? Sarebbe come se il critico cinematografico si dedicasse esclusivamente al commento del restauro di Casablanca. (1. continua)
Justin Davidson

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Traduzione di Agnese Fornaris
Per gentile concessione di andante.com