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Che
preparazione deve avere un critico che giudica musica contemporanea?
Ne discutono il compositore John Corigliano e il critico di "Newsday"
Justin Davidson, entrambi Premi "Pulitzer". Questo è
il primo round.
Caro Justin,
recensire un lavoro musicale nuovo è decisamente più
complicato e impegnativo che non valutare una composizione che si
conosce già; e anche la posta in gioco è molto più
alta, perché il compositore impiega mesi o anni per creare
una musica il cui destino è determinato dalla prima reazione
del critico.
Ora, ci sono almeno due aspetti da prendere in considerazione
quando si ha a che fare con una nuova composizione: uno è
tecnico, l'altro filosofico.
Come un capolavoro del repertorio classico può risultare
danneggiato da un'esecuzione scadente, così un'opera
nuova può incappare nello stesso problema. E, se risulta
relativamente facile separare il valore di una composizione già
nota da quello della sua esecuzione, è spesso impossibile
farlo nel caso di un'opera al suo debutto. In questo caso, a meno
di stonature evidenti, la responsabilità di un pessimo risultato
ricade inevitabilmente sulle spalle del compositore. Mi è
accaduto di assistere a esecuzioni di artisti malpreparati nelle
quali una mia composizione risultava pressoché irriconoscibile,
e mai che un critico se ne rendesse conto! Ecco perché ritengo
indispensabile che il critico sappia leggere agevolmente una partitura
e che prima di recensire un'opera abbia l'opportunità di
ascoltarla con i pentagrammi sotto il naso, seguendo una delle prove
finali, per poi riascoltarla alla prima esecuzione ufficiale.
Questo richiede più tempo e sforzo che non semplicemente
andare al concerto e buttare giù le proprie impressioni istintive,
ma è quello che distingue il critico professionista dal musicofilo
dilettante.
Il problema filosofico, invece, ha a che fare con la percezione
e con l'interpretazione del linguaggio compositivo. Il complesso
clima compositivo odierno è molto diverso da quello barocco
o classico in cui i musicisti si affidavano a un lessico comune.
Oggi i compositori si sentono liberi di utilizzare ogni tipo
di tecnica, tonale, atonale, microtonale e così via, ma i
critici sono spesso guidati da un rigido atteggiamento ideologico
che li porta a giudicare le scelte stilistiche come istanze di tipo
ideologico e non tecnico. Così finisce che l'utilizzo nello
stesso pezzo di scrittura dodecafonica e tonale possa essere visto
come un conflitto stilistico che richiede uno sforzo esegetico da
parte del critico. Insomma il contrasto tra tensione e abbandono,
consonanza e dissonanza diventa una questione politica più
che musicale, mentre un critico responsabile dovrebbe valutare esclusivamente
il valore tecnico di una partitura.
John Corigliano
Caro
John,
le tue parole pungono, soprattutto perché la parte del mio
lavoro che preferisco è proprio l'ascoltare e il reagire
a musica nuova.
Certo, in un mondo ideale tutti i critici saprebbero leggere agevolmente
una partitura e tutte le opere nuove godrebbero della giusta preparazione
tecnica. Ma nella realtà la seconda condizione ideale non
si avvera quasi mai mentre la prima è per lo più rispettata.
Quasi tutti i critici che conosco sanno leggere la musica;
il settore è affollato di pianisti, suonatori di tuba o musicologi
mancati (come tu sai, io stesso ho studiato composizione). Quanto
bene conoscano la scrittura musicale è un'altra questione:
non ti stai chiedendo se sappiamo leggere Per Elisa, ma se siamo
in grado di districarci lungo i trenta pentagrammi di una pagina
orchestrale in cui un pianissimo di contrabbassi emerge da mormoranti
armonici degli archi. Sappiamo bene quanto sia laborioso orientarsi
in una partitura orchestrale e, come accade per compositori e direttori
d'orchestra, alcuni di noi se la cavano bene mentre altri riescono
appena a capire quando è il momento di voltare pagina. Dici
poi che un critico, prima di osare una sola parola di scoraggiamento,
dovrebbe avere ascoltato la nuova opera più di una volta.
Ma prova a chiedere che cosa ne pensano i tuoi amici direttori
d'orchestra, che in genere sono terrorizzati dall'idea che un
critico assista alle turbolente prove finali invece di presentarsi
alla fulgente perfezione della "prima mondiale". Forse
dovremmo ascoltare le esecuzioni del giovedì e del venerdì
della Filarmonica di New York e scrivere la recensione per il lunedì
invece che per il sabato, ma questo non soddisfa le esigenze di
tempestività di un quotidiano.
Per quanto riguarda la questione filosofica: è forse più
nobile per un critico lasciare da parte le sue preferenze e redigere
giudizi indulgenti su musiche scritte in stili che egli non tollera?
Perché mettere da parte le ideologie?
Sul finire del XIX secolo il mondo musicale tedesco era diviso in
due opposti schieramenti sulla questione se fosse Brahms
o Wagner il compositore più proiettato verso il futuro:
non era semplice rivalità tra pochi recensori stizzosi, perché
i due stili rappresentavano effettivamente aspetti molto diversi
dell'identità culturale tedesca. Era una diatriba legittima,
non credi?
Dati tutti questi limiti, dovrebbe forse il critico astenersi dal
recensire la musica del proprio tempo limitandosi a valutare le
esecuzioni classiche? Sarebbe come se il critico cinematografico
si dedicasse esclusivamente al commento del restauro di Casablanca.
(1. continua)
Justin Davidson
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