Il
norvegese Leif Ove Andsnes si sta affermando come uno dei giovani pianisti
di riferimento nel panorama internazionale. È richiestissimo ovunque.
Inseguendolo tra Olanda, Danimarca e Stati Uniti, l'abbiamo finalmente raggiunto
al telefono nell'Illinois per fargli alcune domande, in vista del suo primo
concerto da solista nella nostra città.
Maestro Andsnes, lei è spesso impegnato negli USA, dove è
molto apprezzato. Per i musicisti che vanno in tournée oltreoceano
c'è una meta che rappresenta insieme un traguardo e un nuovo inizio:
la Carnegie Hall di New York. Lei vi debuttò molto giovane. Come
fu quell'esperienza?
"Suonare per la prima volta alla Carnegie Hall è qualcosa
di unico. Sia per la sala, che è enorme ma acusticamente perfetta,
sia per l'importanza che un debutto in questo posto ha per la carriera
di un musicista. Quando vi suonai nel 1999 tutti i tremila posti erano
stati venduti e sentivo addosso una pressione molto forte. Ciononostante
fui molto soddisfatto del concerto e riuscii a godermi la magica atmosfera.
Tra poco vi suonerò nuovamente e spero di essere più rilassato
così da divertirmi ancora di più".
Girando il mondo, lei ha avuto modo di suonare con le più grandi
orchestre sinfoniche. Ce n'è una in particolare con cui ha stabilito
una relazione privilegiata?
"Non posso fare a meno di nominare i Berliner Philharmoniker, con
i quali negli ultimi tempi ho avuto la fortuna di collaborare in modo
sempre più intenso. Ho appena registrato i Concerti di Grieg e
Schumann con Mariss Jansons e con i Berliner ho eseguito anche il Secondo
di Bartók: sul podio c'era Pierre Boulez, un musicista esigente
ma che ho trovato molto disponibile e amichevole".
La sua collaborazione con Ian Bostridge, che è uno specialista
di Lieder schubertiani, l'ha in qualche modo incoraggiata ad aggiungere
i lavori pianistici di Schubert nel suo repertorio?
"Ho sempre nutrito un amore speciale per la musica di Schubert, ma
è solo in questi ultimi tre anni che mi sono sentito all'altezza
di proporla in pubblico. Con Ian c'è un'intesa artistica unica
e tutto viene fuori molto naturalmente. L'idea che abbiamo avuto insieme
è quella di proporre, in concerto o in disco, le Sonate e i Lieder
in un'unica occasione di ascolto. Un'esperienza molto stimolante".
Nel suo repertorio figurano anche i poco battuti Concerti per pianoforte
di Haydn
"Sì, Haydn è uno dei miei autori preferiti. Già
da studente ne suonavo spesso le Sonate sotto la guida del mio maestro.
Ho sempre considerato la sua musica come la più fresca, quella
capace di mettermi di buon umore la mattina. Rispetto a Mozart, che è
più ambiguo e metafisico, Haydn è legato alla terra; è
concreto, ma sempre molto raffinato".
Un
altro autore che lei esegue molto è Grieg. I suoi Pezzi lirici,
però non riescono ancora a far parte del repertorio classico al
pari dei pezzi brevi di Schumann o di Brahms. Lei ha una spiegazione?
"Credo che la forma sempre uguale di questi pezzi (A-B-A), li faccia
sembrare in apparenza troppo semplici. In realtà ognuno di questi
lavori ha una sua idea, una sua atmosfera e delle armonie speciali. I
Pezzi lirici di Grieg sono una sorta di diario musicale e ne ho avuto
la prova quando ho inciso questi brani suonandoli sul pianoforte di Grieg
stesso: il timbro sempre caldo, il registro medio così avvolgente
dello strumento erano perfetti nel restituire il loro carattere intimo
e nostalgico".
Il programma del concerto per l'Unione Musicale è molto originale:
Chopin, Grieg, Debussy, Miyoshi e poi di nuovo Chopin. Ci può dire
qualcosa su queste scelte?
"I pezzi in programma si parlano l'un l'altro. Ad esempio, l'ultimo
pezzo di Grieg è ispirato al suono delle campane, le cui impressioni
sonore vengono riprese dal pezzo di Debussy, lo studio sulle sonorità
contrapposte. Il brano di Miyoshi ha molto di francese e impressionistico,
pur essendo tonalmente molto libero. Lo suono da dieci anni, da quando,
ascoltatolo per la prima volta, me ne sono innamorato. Ha una scrittura
pianistica perfetta e, eseguito prima della Sonata di Chopin, crea un
effetto di contrasto che mi piace molto".
A proposito di programmazione, lei dirige anche un suo festival musicale
in Norvegia. Con quale spirito affronta questa attività?
"Lo faccio da dieci anni e mi dà molte soddisfazioni. Il Festival
dura una settimana, con venti concerti. L'idea è che i musicisti
coinvolti, circa una trentina, sono invitati a rimanere per tutto il tempo
della manifestazione, così da offrire al pubblico concerti con
un organico molto variabile e in modo da creare uno spirito di comunità
tra gli esecutori. È per questo che gli artisti fanno a gara per
parteciparvi".
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