Sistema Musica aprile 2003
unione musicale
  Brahms & Chausson, elegia e volontà
mercoledì 2 aprile
Conservatorio ore 21
serie verde

Incontri con la musica da camera (terzo concerto)
Progetto artistico di Mario Brunello e Andrea Lucchesini
Musiche di Chausson, Brahms

Prove aperte
lunedì 31 marzo
martedì 1 aprile
Conservatorio ore 19.30-22.30
Ingresso libero

NAVIGARE IN MUSICA
  Un sito dedicato al compositore Johannes Brahms (in inglese)
  Ernest Chausson: la vita, l'opera cameristica, opere principali, photo gallery
Johannes BrahmsDare forma compiuta all'ispirazione che detta dal profondo è un'impresa ardua quanto quella di dare forma alla propria vita. Conferire alla musica senso e direzione ascoltando le voci interiori che così spesso si contraddicono è la migliore metafora di quanto ogni giorno siamo chiamati a fare su noi stessi, mediando tra dubbi, paure e passioni per condurre felicemente in porto le nostre esistenze. È per questo che per capire quali forze minacciassero le coscienze di fine Ottocento non c'è mezzo migliore che ascoltare le musiche che di quel travaglio sono state lo specchio fedele, in bilico tra la necessità di ostentare salute e vigore e l'ossessione morbosa per i propri fantasmi interiori. Anche qui, come nella vita, sono poi i singoli a fare la differenza.
Quando scrisse il suo secondo Sestetto per archi, Brahms stava attraversando uno dei periodi più bui della sua vita, segnato dalla scomparsa della madre. Nel Sestetto però non si coglie nessuna traccia della disperazione o del dramma vissuto: è un'elegia controllata, senza turbolenze né gorghi di passione. Lo stile è già quello del Brahms maturo, capace di guardare alle cose umane con quello sguardo dall'alto, ad ampio raggio e fuori dal tempo, che la sua cultura e il suo amore per i classici gli permettevano.
Tutt'altro caso quello del Concerto op. 21 di Chausson per violino, pianoforte e quartetto d'archi, scritto quasi trent'anni dopo. L'inizio è tutto volontà e dominio, con un tema che sembra solido quanto la facciata di un tempio dorico; ma, fatto qualche passo, ci ritroviamo in un ambiente infido, pieno di crepe, dove più di una volta si sprofonda senza saper più risalire. La musica sembra compiacersi di se stessa, invischiandosi in particolari e perdendo di vista il tutto. Si fa fatica a procedere in linea retta: ogni sbuffo è una minaccia alla saldezza del nostro io. È il fascino della Decadenza. Quel fascino che il Novecento con le sue guerre e i suoi massacri ha fatto in fretta ad archiviare. (a.b.)
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