Dare
forma compiuta all'ispirazione che detta dal profondo è un'impresa
ardua quanto quella di dare forma alla propria vita. Conferire alla musica
senso e direzione ascoltando le voci interiori che così spesso si
contraddicono è la migliore metafora di quanto ogni giorno siamo
chiamati a fare su noi stessi, mediando tra dubbi, paure e passioni per
condurre felicemente in porto le nostre esistenze. È per questo che
per capire quali forze minacciassero le coscienze di fine Ottocento non
c'è mezzo migliore che ascoltare le musiche che di quel travaglio
sono state lo specchio fedele, in bilico tra la necessità di ostentare
salute e vigore e l'ossessione morbosa per i propri fantasmi interiori.
Anche qui, come nella vita, sono poi i singoli a fare la differenza.
Quando scrisse il suo secondo Sestetto per archi, Brahms stava attraversando
uno dei periodi più bui della sua vita, segnato dalla scomparsa della
madre. Nel Sestetto però non si coglie nessuna traccia della disperazione
o del dramma vissuto: è un'elegia controllata, senza turbolenze né
gorghi di passione. Lo stile è già quello del Brahms maturo,
capace di guardare alle cose umane con quello sguardo dall'alto, ad ampio
raggio e fuori dal tempo, che la sua cultura e il suo amore per i classici
gli permettevano.
Tutt'altro caso quello del Concerto op. 21 di Chausson per violino,
pianoforte e quartetto d'archi, scritto quasi trent'anni dopo. L'inizio
è tutto volontà e dominio, con un tema che sembra solido quanto
la facciata di un tempio dorico; ma, fatto qualche passo, ci ritroviamo
in un ambiente infido, pieno di crepe, dove più di una volta si sprofonda
senza saper più risalire. La musica sembra compiacersi di se stessa,
invischiandosi in particolari e perdendo di vista il tutto. Si fa fatica
a procedere in linea retta: ogni sbuffo è una minaccia alla saldezza
del nostro io. È il fascino della Decadenza. Quel fascino che il
Novecento con le sue guerre e i suoi massacri ha fatto in fretta ad archiviare.
(a.b.) |