Zeitgeist
è una parola un po' ponderosa per iniziare un discorso, ma contiene
un concetto essenziale per parlare del Concerto in re maggiore op. 35a
per violino e orchestra di Ferruccio Busoni. Zeitgeist significa spirito
del tempo, ma più in specifico vuol dire lo spirito di "quel"
tempo e di "quel" luogo. L'epoca del Concerto per violino
di Busoni è compresa negli ultimissimi anni dell'Ottocento e il luogo
è la Germania, dove il compositore trentenne aveva deciso d'insediarsi
dopo un decennio di sfolgoranti successi artistici nel vecchio e nel nuovo
mondo, soprattutto in veste di pianista. L'intensa mole di lavoro dell'esecutore
non lasciava molto spazio per il compositore, ma la personalità di
Busoni non poteva tener scisso l'un aspetto dall'altro in mdo radicale.
Come esecutore, Busoni trascriveva nel proprio mondo la creazione altrui;
come compositore, rileggeva nella propria opera gli autori di cui si nutriva
come interprete, in un dialogo ininterrotto e intenso con la storia della
musica che non fu mai lasciato cadere.
Il Concerto per violino è un caso evidentissimo di quanto profondo
fosse lo scambio tra Busoni e la tradizione di un secolo di musica tedesca,
che affiora in ogni pagina della sua partitura come un'orlatura di scogli
accompagna il profilo della costa. Gli spettatori della prima esecuzione
del Concerto a Berlino, l'8 ottobre 1897, con il compositore sul
podio e il violinista olandese Henri Petri come solista, non avranno potuto
fare a meno di notare nel trattamento della parte principale una certa somiglianza,
un'aria di famiglia per così dire, con i grandi monumenti del genere,
in particolare con il violino dei Concerti di Beethoven, di Mendelssohn
e di Brahms.
Qualche ascoltatore un po' più avvertito avrà anche colto
il riferimento al modello formale del concerto lisztiano, che fonde il flusso
musicale in un unico blocco senza interruzioni, articolato al suo interno
secondo la classica scansione in tre movimenti veloce - lento - veloce.
Eppure, malgrado le varie e numerose corrispondenze, a nessuno sarà
venuto in mente di tacciare l'opera come il lavoro di un qualunque epigono
senza valore. Il senso di questo rispecchiamento nella tradizione era chiaramente
diverso e poneva al suo tempo, al mondo di fine Ottocento, un quesito essenziale
per la musica degli anni immediatamente successivi: quale significato possono
avere ancora le forme della tradizione, oggi (ossia, allora) che senza il
minimo dubbio siamo arrivati alla fine di un'epoca?
La questione posta da Busoni era la tipica domanda di una fase di transizione,
in attesa che il tempo spostasse altrove l'attenzione e l'urgenza di una
strada nuova diventasse più forte e chiara dentro di sé. Forse
per questa natura per certi versi ambigua, irrisolta, il Concerto per
violino non è mai diventato popolare, nonostante che grazie alla
scrittura brillante del solista, efficace soprattutto nella parte finale,
più d'un violinista di prim'ordine avesse in repertorio il pezzo
nei primi decenni del secolo. Oggi rappresenta un'autentica rarità
nelle sale da concerto e la sua esecuzione è in un certo senso più
preziosa proprio per questo, perché ci consente di ascoltare con
mente fresca quella domanda capitale di Busoni, alla quale un secolo intero
ha cercato di dare una risposta, senza peraltro riuscirci fino in fondo.
(o.b.) |