È mia convinzione
che una buona orchestra debba avere un "suo" suono, uno stile
riconoscibile, una personalità propria, a prescindere da chi la dirige.
Con questi requisiti il direttore che l'avrà di fronte si troverà
a lavorare con uno "strumento" ben equilibrato, colto, artisticamente
disciplinato e facilmente plasmabile. Nell'intento di raggiungere questo
risultato, da alcuni anni l'Orchestra Filarmonica di Torino studia e suona,
periodicamente ma con regolarità, anche senza direttore. Si tratta
di un'esperienza possibile anche perché l'organico del gruppo solo
in alcuni rari casi supera i 35-40 elementi e il mio compito di primo violino
si arricchisce così di quella esperienza che nei secoli XVII e XVIII
era una prassi: quella di condurre l'orchestra, sia durante le prove che
nel concerto, senza l'uso della bacchetta ma partecipando attivamente -
strumento in mano - all'esecuzione.
Questo entusiasmante lavoro richiede una profonda conoscenza della partitura
e una lettura interpretativa che, priva dell'aiuto e dell'ispirazione evocata
dalla gestualità del direttore, deve scaturire dalla sensibilità
di ogni singolo musicista. Ciascuno di loro deve suonare ascoltando ciò
che gli sta intorno, fraseggiare in modo appropriato, "vivere"
la pulsazione ritmica in sincronia con gli altri, dosare i timbri e la dinamica:
è insomma un'occasione unica per i musicisti dell'orchestra di partecipare
all'esecuzione in modo ancor più attivo e responsabile di quanto
non si faccia al cospetto di un direttore.
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