Omaggio
al quadrato. Quasi un secolo fa, nel 1904, Lorenzo Perosi componeva lo Stabat
Mater con dedica all'Accademia "Stefano Tempia". Oggi l'Accademia
rende omaggio al compositore tortonese mettendo in cartellone quell'opera
e la Suite n. 7 per orchestra, entrambe in prima esecuzione a Torino. I
primi decenni del Novecento per la cultura musicale italiana sono travagliati,
percorsi da una vibrante febbre nazionalistica alla ricerca di glorie antiche,
radici auliche e miti solari ai quali appellarsi, ma anche ansiosi di europeismo,
fra simbologie trascinanti e comuni esperimenti formali. All'incrocio con
letteratura e politica, i musicisti si appropriavano di appendici del Verismo
o di una variopinta renaissance: gregoriano, Rinascimento, Barocco per opporsi
a ingerenze wagneriane e d'oltralpe. Perosi, maestro di cappella in San
Marco, poi presso la Cappella Sistina dal 1898, percorreva una terza strada,
ispirandosi a un'arte spontanea, istintiva e semplice, che al dettato filologico
dell'Editio vaticana rendeva un contenuto ossequio. Un'arte tutta italiana,
che si dipana attraverso un flusso melodico continuo, non avulso da motivi
conduttori, ma privo di pretese intellettualistiche. Valori che faticano
a emergere agli onori della cronaca. Sarà compito del Coro e dell'Orchestra
dell'Accademia "Stefano Tempia" e insieme a loro del soprano Francesca
Rotondo, apprezzata la scorsa stagione nel cast del Nano di Zemlinsky con
Ahronovich al Regio di Torino, del mezzosoprano russo, Galia Tchernova,
del tenore italo-australiano Aldo Di Toro, interprete nel Ballo in maschera
con Gergiev al Teatro Regio di Parma nel 2001, e del basso piemontese, ma
di carriera internazionale, Carlo De Bortoli. (m.l.) |