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Siamo
poco abituati a sentir cantar di Dio, e così a lungo, ma
chissà se, in fondo all'anima, non ne abbiamo ancora un gran
bisogno. La quasi totalità della musica che risuona in questi
tempi nelle nostre chiese non eleva da terra, anzi cerca continuità
con il clima canzonettistico che echeggia nei bar che si affacciano
appena fuori del sagrato, ritmata da un grattare triste di chitarre
che vorrebbe attrarre al culto gli indifferenti per mezzo di suoni
familiari. Con il risultato frequente di lasciare oltre il portone
i sensibili. Non sembra condivisa la necessità di offrire
un paesaggio sonoro "altro" rispetto a quello del mondo,
dove il tempo ordinario sia sospeso e uno nuovo si spieghi. Per
fortuna la musica rappresenta un luogo di culto a sé, che
non risponde a confessioni, non si piega a dettami conciliari: la
bellezza dell'arte sta nel lasciare ciascuno libero di inseguire
un'idea di Dio che, tra le maglie di un tessuto narrativo perfetto,
serbi intatto un sentimento di vago mistero, sta nel saper immergere
l'individuo in un milieu corale senza mortificare la sua unicità.
La Messa in si minore di Johann Sebastian Bach è un buon
esempio di tutto questo. L'opera, scritta a più riprese in
un arco di quindici anni e risultato dell'accostamento di molto
materiale di riuso, non è per cattolici né per protestanti,
non è utile per alcun ufficio liturgico, non serve quindi
per reclutare nuovi adepti: chi vorrà ascoltare questa lunga
dissertazione non si sentirà imporre alcun'idea dogmatica
della trascendenza, ma solo un'esperienza temporale mistica. Alla
fine del concerto non ci capaciteremo di quante ore saranno trascorse,
perché non ci sono secondi, minuti, ma solo un susseguirsi
di creature transitorie che nascono, si muovono e spirano e in ognuna
si troverà un movimento dominante che è anche nostro
e insieme è più armonioso del nostro; si coglierà
uno stato d'animo tra quelli vissuti, descritto nei suoi tratti
più universali, quelli che avremmo voluto, invano, compatire
con i nostri prossimi; troveremo inflessioni intonative che abbiamo
usato per raccontarci di passioni e di dolori, ma disposte secondo
un ritmo sul quale tutti si possono sincronizzare, anche gli dei;
l'inseguirsi di voci e strumenti nei frequenti episodi fugati accumulerà
tensione drammatica, ma in bell'ordine, senza il caos con il quale
si affastellano i temi delle nostre vite. Anche Bach si serve di
modelli stilistici cortigiani allora in voga, ma li sacralizza con
il rigore del gusto, li filtra attraverso il crivello della sua
solida fede personale: adatta Cantate che inneggiano con profano
vitalismo, utilizza corni da caccia per impastare di colore jus
de tabac la voce del basso nel Quoniam o l'oboe d'amore nel Kyrie,
per ornare gli affetti con scie di calore cortese; lascia che siano
due soprani a invocare pietà al Christe-Homo con operistici,
luminosi arabeschi e un contralto, nel Gloria, a lodare Iddio con
seducenti virtuosismi effusivi rinforzati dal violino solista, che
le semina intorno gesti rapidi e incisivi come formule magiche.
Non mancano sfavillii barocchi di trombe e trionfi di timpani in
tonalità brillanti in onore di un magniloquente potere temporale
piuttosto che spirituale. Ma momenti più alti sono quelli
che cantano la pochezza dell'uomo. La chiave di volta del corpus
architettonico è il Credo, un racconto teso ed emotivamente
sorprendente, che serba il suo momento più intenso per un
disegno a cuspide rovesciata verso il basso, discendente lungo coni
d'ombra e povertà. Bach affida questo quadro contemplativo
di mestizia e stupore a un coro a cinque voci compresso attorno
a un incedere di violini faticoso e greve per sottolineare l'incarnazione,
mistero più enigmatico di quello della risurrezione: il divino
che si fa nulla. In una poesiola nel quaderno di cembalo della moglie
Anna Magdalena, Bach scrive della sua amata pipa come "creatura
impastata di terra fangosa e altra acqua, e a null'altro destinata
che a spezzarsi a terra prima o poi e a terra ritornare". Anche
la musica di quest'uomo nei suoi momenti più alti non fa
che parlare di come l'essere sia terra e del suo unico modo per
elevarsi: produrre bellissimi anelli di fumo.
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