|
|
Come
tutti sanno, nel nostro paese non c'è l'abitudine di ritrovarsi
tra amici o colleghi per fare musica insieme. Quella che in altri
paesi è una pratica salutare, non solo per gli uomini che
la svolgono, ma anche per il benessere generale della vita musicale,
qui da noi è considerata quasi un vezzo da snob, un passatempo
antiquato, che dopo l'avvento di radio e dischi ha più o
meno la stessa ragione di esistere delle lampade a olio o delle
lettere scritte a mano. Il risultato è che la musica da camera
è diventata materia esclusiva dei professionisti, e di conseguenza
il suo luogo di fruizione si è sempre più spostato
dalla sala domestica alla sala da concerto.
Ora, non è il caso di addentrarsi in un'analisi sociologica
del fenomeno, ma è un fatto che gran parte del repertorio
cameristico che noi oggi conosciamo attraverso l'esecuzione pubblica,
in origine - e questo vale in special modo per il repertorio classico
- non era stato affatto pensato per questo scopo; anzi, in molti
casi non prevedeva nemmeno un uditorio, ma era scritto per l'esclusivo
piacere dei pochi fortunati che lo eseguivano. Oggi a noi pare impossibile,
ma il nostro sguardo è distorto - ah, la société
du spectacle! - al punto che persino il canto gregoriano, musica
riservata per eccellenza, è diventato materia da concerto.
Quando però andiamo a sentire un quartetto d'archi ci accorgiamo
subito che qualcosa non va. Così autonoma e autosufficiente,
così richiusa nel lessico familiare dei suoi gesti, la musica
per quartetto è il distillato della classicità e davanti
a questa forma d'arte ci sentiamo tutti dei guardoni nostro malgrado.
Qualunque persona sensibile sarà costretta ad ammettere che
dalla platea non si riesce ad afferrare l'essenziale e che in realtà
tutto sembra svolgersi tra quei quattro strumenti; insomma, chi
dovrebbe in realtà pagare il biglietto è chi suona
e non chi sta ad ascoltare. Così da perfetti voyeur, non
potendo avere l'oggetto del desiderio, ci si accontenta di contemplarlo
con distacco, come in una teca da museo, e a concerto ostentiamo
quella reverenza di chi si sente fuori luogo, un po' come il neoclassico
Winckelmann, che preferiva ammirare le statue degli antichi nel
loro divino biancore, piuttosto che immaginarsele animate dai colori
del mondo, come in realtà le vedevano i Greci che le avevano
fatte.
Da alcuni anni, per ridare un po' di colorito a questi concerti,
si sono mobilitate diverse formazioni che hanno battuto prevalentemente
due strade, contrapposte ma complementari.
Da un lato i progressisti, per esempio il Quartetto Arditti o il
Kronos, che hanno fatto di tutto - riuscendoci - per riproporre
il quartetto d'archi come forma viva, come terreno d'elezione per
le sperimentazioni e le contaminazioni della musica d'oggi. Dall'altro
i più silenziosi cultori degli strumenti d'epoca e delle
esecuzioni filologiche, tra cui spicca da più di dieci anni
l'italianissimo Quartetto Le Ricordanze.
Specializzati nel repertorio di fine Settecento, grazie a un fraseggio
libero e al timbro raccolto e poco appariscente delle corde di budello,
riescono in modo mirabile a ricreare attorno a sé lo spirito
autentico di queste opere, e non c'è mezzo migliore per riscoprire
la naturalezza e il piacere del fare musica insieme. (a.b.)
|
| NAVIGARE
IN MUSICA |
 |
Il
sito del Quartetto Arditti |
 |
La
scheda del concerto |
 |
| CALENDARIO
SETTIMANALE |
 |
1
/18 gennaio |
 |
19/25
gennaio |
 |
26
/31 gennaio |
|