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gennaio 2003

unione musicale

Quartetti per voyeur


Come tutti sanno, nel nostro paese non c'è l'abitudine di ritrovarsi tra amici o colleghi per fare musica insieme. Quella che in altri paesi è una pratica salutare, non solo per gli uomini che la svolgono, ma anche per il benessere generale della vita musicale, qui da noi è considerata quasi un vezzo da snob, un passatempo antiquato, che dopo l'avvento di radio e dischi ha più o meno la stessa ragione di esistere delle lampade a olio o delle lettere scritte a mano. Il risultato è che la musica da camera è diventata materia esclusiva dei professionisti, e di conseguenza il suo luogo di fruizione si è sempre più spostato dalla sala domestica alla sala da concerto.
Ora, non è il caso di addentrarsi in un'analisi sociologica del fenomeno, ma è un fatto che gran parte del repertorio cameristico che noi oggi conosciamo attraverso l'esecuzione pubblica, in origine - e questo vale in special modo per il repertorio classico - non era stato affatto pensato per questo scopo; anzi, in molti casi non prevedeva nemmeno un uditorio, ma era scritto per l'esclusivo piacere dei pochi fortunati che lo eseguivano. Oggi a noi pare impossibile, ma il nostro sguardo è distorto - ah, la société du spectacle! - al punto che persino il canto gregoriano, musica riservata per eccellenza, è diventato materia da concerto.
Quando però andiamo a sentire un quartetto d'archi ci accorgiamo subito che qualcosa non va. Così autonoma e autosufficiente, così richiusa nel lessico familiare dei suoi gesti, la musica per quartetto è il distillato della classicità e davanti a questa forma d'arte ci sentiamo tutti dei guardoni nostro malgrado. Qualunque persona sensibile sarà costretta ad ammettere che dalla platea non si riesce ad afferrare l'essenziale e che in realtà tutto sembra svolgersi tra quei quattro strumenti; insomma, chi dovrebbe in realtà pagare il biglietto è chi suona e non chi sta ad ascoltare. Così da perfetti voyeur, non potendo avere l'oggetto del desiderio, ci si accontenta di contemplarlo con distacco, come in una teca da museo, e a concerto ostentiamo quella reverenza di chi si sente fuori luogo, un po' come il neoclassico Winckelmann, che preferiva ammirare le statue degli antichi nel loro divino biancore, piuttosto che immaginarsele animate dai colori del mondo, come in realtà le vedevano i Greci che le avevano fatte.
Da alcuni anni, per ridare un po' di colorito a questi concerti, si sono mobilitate diverse formazioni che hanno battuto prevalentemente due strade, contrapposte ma complementari.
Da un lato i progressisti, per esempio il Quartetto Arditti o il Kronos, che hanno fatto di tutto - riuscendoci - per riproporre il quartetto d'archi come forma viva, come terreno d'elezione per le sperimentazioni e le contaminazioni della musica d'oggi. Dall'altro i più silenziosi cultori degli strumenti d'epoca e delle esecuzioni filologiche, tra cui spicca da più di dieci anni l'italianissimo Quartetto Le Ricordanze.
Specializzati nel repertorio di fine Settecento, grazie a un fraseggio libero e al timbro raccolto e poco appariscente delle corde di budello, riescono in modo mirabile a ricreare attorno a sé lo spirito autentico di queste opere, e non c'è mezzo migliore per riscoprire la naturalezza e il piacere del fare musica insieme. (a.b.)

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lunedì 20 gennaio
Conservatorio - ore 21
serie L'altro suono
Quartetto Le Ricordanze
Musiche di Boccherini, Haydn, Mozart