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Operetta.
Sa un po' di antico. Però, a pensarci bene, non è
tutto così inattuale. La qualità necessaria per la
musica è l'equilibrio, il dosaggio perfetto degli elementi
costitutivi. E nell'operetta, sia quella francese di Offenbach,
quella viennese e austroungarica degli Strauss, Lenner, Lehár,
quella inglese di Gilbert & Sullivan, quel poco di italiana
che ricordiamo, l'arte dell'equilibrio è notevole, la trama
ad esempio deve combinare sogni, sorrisi, drammi di non troppo conto,
però anche un poco condivisibili. E la musica deve essere
scorrevole, però con arie e canzoni che si ricordino, che
abbiano quella attrattiva in più per cui le si vorrebbe riascoltare,
e quindi deve essere scritta con estrema sapienza anche nel colore,
nell'impasto dei timbri che devono rispecchiare il fasto degli ambienti
e dei cuori, e nel ritmo che deve sempre catturare l'attenzione.
Se no tutto diventa banale, noioso, trascurabile. Funzionava, a
tal punto che per la forma del primo pezzo dodecafonico Arnold Schoenberg
scelse un valzer e trascrisse con Berg e Webern quelli degli Strauss,
come musica moderna. Funziona ancora, della Parigi di Proust, della
Vienna di Sigmund Freud, Arthur Schnitzler (e qui se volete pensate
al prodigio di equilibrio che ha composto Stanley Kubrick ricomponendo
in Eyes Wide Shut il suo "doppio sogno"), Ludwig Wittgenstein
e Walter Gropius noi facciamo ancora uso. Da lì, con la Grande
Guerra, l'operetta lasciò l'Europa. Ma rinascendo negli Stati
Uniti col nome di musical e presto dal teatro al cinema. Dove, fateci
caso, ci cattura ancora adesso: non è operetta Cenerentola
di Walt Disney? E i film di Woody Allen? E i sentieri, i posti al
sole, le combinazioni dinastiche del petrolio e della moda, la televisione
in fondo non ce li racconta come operette? Senza la musica, però.
Così che, quando la ritroviamo, è molto meglio.
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