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gennaio 2003

accademia corale stefano tempia

L'operetta, da Offenbach alle soap
di Michele Mannucci


Operetta. Sa un po' di antico. Però, a pensarci bene, non è tutto così inattuale. La qualità necessaria per la musica è l'equilibrio, il dosaggio perfetto degli elementi costitutivi. E nell'operetta, sia quella francese di Offenbach, quella viennese e austroungarica degli Strauss, Lenner, Lehár, quella inglese di Gilbert & Sullivan, quel poco di italiana che ricordiamo, l'arte dell'equilibrio è notevole, la trama ad esempio deve combinare sogni, sorrisi, drammi di non troppo conto, però anche un poco condivisibili. E la musica deve essere scorrevole, però con arie e canzoni che si ricordino, che abbiano quella attrattiva in più per cui le si vorrebbe riascoltare, e quindi deve essere scritta con estrema sapienza anche nel colore, nell'impasto dei timbri che devono rispecchiare il fasto degli ambienti e dei cuori, e nel ritmo che deve sempre catturare l'attenzione. Se no tutto diventa banale, noioso, trascurabile. Funzionava, a tal punto che per la forma del primo pezzo dodecafonico Arnold Schoenberg scelse un valzer e trascrisse con Berg e Webern quelli degli Strauss, come musica moderna. Funziona ancora, della Parigi di Proust, della Vienna di Sigmund Freud, Arthur Schnitzler (e qui se volete pensate al prodigio di equilibrio che ha composto Stanley Kubrick ricomponendo in Eyes Wide Shut il suo "doppio sogno"), Ludwig Wittgenstein e Walter Gropius noi facciamo ancora uso. Da lì, con la Grande Guerra, l'operetta lasciò l'Europa. Ma rinascendo negli Stati Uniti col nome di musical e presto dal teatro al cinema. Dove, fateci caso, ci cattura ancora adesso: non è operetta Cenerentola di Walt Disney? E i film di Woody Allen? E i sentieri, i posti al sole, le combinazioni dinastiche del petrolio e della moda, la televisione in fondo non ce li racconta come operette? Senza la musica, però. Così che, quando la ritroviamo, è molto meglio.

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Il valzer e l'operetta