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Se
la metafora del "viaggio musicale" può apparire
sempre suggestiva ma piuttosto abusata e quindi consunta, nessuno
può smentire il fatto che sia Paolo Fresu sia Dhafer Youssef
siano due musicisti "viaggiatori", che hanno fatto del
"viaggio" la loro condizione di vita reale e ideale. Entrambi,
al termine del loro apprendistato musicale - Youssef inizia a cantare
nel suo paese, Teboulba, in Tunisia, all'età di cinque anni,
sotto la guida del muezzin, mentre Fresu inizia a suonare la tromba
seguendo il corso della Banda Musicale di Berchidda, nella sua isola,
la Sardegna - decidono di cercar fortuna altrove, attraversano mari
e confini e, come sempre accade a tutti i veri viaggiatori, iniziano
a fare incontri "straordinari" lungo il loro cammino.
Per Fresu illuminanti saranno i primi ascolti della tromba del grande
Miles Davis e dell'irrequieto Chet Baker. Ma incontri più
umanamente reali saranno quelli con i tanti musicisti con cui collaborerà
in anni di lavoro intenso, che lo vedono attivo nelle principali
scene jazzistiche europee e non. Basterà dare una rapida
occhiata alla sua biografia per avere un'idea di quella che può
essere la bildung, la formazione di un artista dei nostri giorni
che come Fresu sia pervaso, posseduto da uno spirito così
vorace, onnivoro nei confronti delle "musiche" ubique
e contemporanee. Determinante per Youssef, dopo l'apprendistato
tradizionale che gli consente di acquisire padronanza dell'oud e
della complessità del maqamat (il sistema dei modi alla base
della musica araba), sarà il confronto, una volta giunto
a Vienna, dove risiede ormai da molti anni, con alcune delle personalità
più vitali della musica improvvisata europea, come la "sciamana"
tuvita Sainkho Namchylak, il chitarrista Christian Muthspiel, la
violinista Iva Bittova, quell'incredibile re-inventore del tamburello
che è il nostro Carlo Rizzo, il violoncellista (purtroppo
recentemente scomparso) Tom Cora, Markus Stockhausen, il vietnamita
Nguyên Lê, e tanti altri ancora. Inevitabile prima o
poi, anche per via di frequentazioni comuni, l'incontro, e anche,
sulla base di alcune affinità elettive (che vanno oltre la
comune appartenenza alla koinè mediterranea), il "piacersi",
da cui la (per noi) provvidenziale decisione di fare un pezzo di
strada assieme. Possiamo dire subito ciò che Fresu e Youssef
possono sicuramente condividere: una qual certa diffidenza verso
lo stereotipo e la pratica indotta di una world music troppo spesso
pianificata a tavolino, secondo accorte strategie di marketing,
dalle etichette discografiche. Musica artificiale che nasce dall'incontro
altrettanto artificioso tra ingredienti musicali di origine esotica,
opportunamente denaturati, sterilizzati, predigeriti, per renderli
gradevoli a tutti i palati (altro che "contaminazione"!).
Ma sicuramente li accomuna il gusto dell'avventura, non tanto fine
a se stessa, quanto intesa come il perseguimento di un progetto
comune, di una visione non preconcetta ma che prende forma, si mette
a fuoco durante il percorso, stabilendo sì il punto di partenza
ma lasciando incerta la meta, per non precludersi deviazioni, sorprese,
incantamenti. I due padroneggiano lingue diverse, alcune condivise,
altre no, ma si intendono perfettamente esprimendosi con il comune
gergo dell'improvvisazione (la cui pratica estensiva caratterizza
tanto il jazz quanto la musica tradizionale araba). Il rischio è
quello di "perdersi" (che a volte, anche se non lo si
vuole confessare, invece è lo scopo del viaggio), ma come
disse un maestro dell'esplorazione musicale - Terry Riley - "ogni
nota rappresenta un pericolo". Ascoltando Fresu e Youssef viene
il sospetto che un certo paesaggio scabro, caratterizzato da ampi
spazi e orizzonti, sia qualcosa che li renda simili, pur nelle differenze.
Quel senso dello spazio introiettato li rende permeabili alla rarefatta
poesia del silenzio (tutti gli strumenti possono essere "poetici",
certo, ma forse la tromba e l'oud lo sono in modo assai particolare).
Le rocce scabre modellate dal vento possono condurre a una certa
visceralità, molto sarda ma anche molto maghrebina (dove
assai più diffusi sono i deserti rocciosi anziché
sabbiosi), che porta la voce, il "canto" a incupirsi,
a farsi urlo, anche feroce, strozzato
A volte viene davvero
da chiedersi se sia, o sia mai stato vero che il paesaggio influisce
sulla musica, o comunque la modula, la plasma. Se non è vero,
è comunque bello pensarlo, anche se i luoghi comuni abbondano,
ma pur sempre di "luoghi" si parla. Lo skyline deve in
qualche modo offrire un modello alla linea melodica (che si fa soundscape,
secondo il felice neologismo coniato da Murray Schafer). Così
è facile dire che Fresu e Youssef sono musicisti "mediterranei".
Questo perché sia la Sardegna (che oltretutto è un'isola)
sia la Tunisia sono intrise di questo mare mitico, ingombrante liquida
presenza evocata, sviscerata, cantata, teorizzata a partire da Omero
su su fino a Braudel e Matvejevic. Bella forza, certo che è
così, e lo stesso vale per una molteplicità errante
o stanziale di altri musicisti (ma anche scrittori, cineasti, ecc.).
E "quel" mare è anche il grembo della nostra storia,
delle nostre civiltà (e mai più, speriamo, mare nostrum
in senso imperiale-coloniale), solcato da una molteplicità
di rotte e correnti che ripercorse musicalmente possono condurre
a molti "mediterranei" possibili. Ma non è tanto
il mero dato anagrafico che conta, quanto la forma mentis, fatta
sia di radici che si incrociano e annodano in profondità,
sia di quell'irrequietezza che conduce al nostos, al viaggio, alla
scoperta, all'esplorazione di nuovi territori, spesso dentro di
noi.
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IN MUSICA |
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Un
sito dedicato al trombettista Paolo Fresu |
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Dhafer
Youssef: un profilo dell'artista (in inglese) |
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Il
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Christian
Muthspiel:
il sito ufficiale |
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Il
sito della violinista Iva Bittova |
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