|
|
Quando
si parla di rapporto tra la musica e il mondo degli affetti domina
in genere una serie di fraintendimenti e di confusioni. Cosa significa
sottolineare tale rapporto: che il compositore "esprime"
nella musica da lui creata il proprio mondo affettivo? Che la musica
incorpora dei significati inerenti al mondo degli affetti e delle
emozioni? Che chi ascolta la musica trova una rispondenza con il
proprio mondo affettivo e che quindi prova emozioni? O ancora che
la musica denota o connota o forse imita gli affetti? O forse tutto
questo insieme?
A monte di questi interrogativi c'è un problema più
vasto sorto, forse non a caso, nel secolo XVIII: la musica è
un linguaggio? E quali rapporti ha con il linguaggio verbale? E
quali tratti specifici rivela rispetto a quest'ultimo? E se è
un linguaggio anche se sui generis quali sono gli oggetti a cui
rimanda?
A partire dal Settecento si afferma genericamente che la musica
è imitazione o espressione dei sentimenti e delle emozioni
e si vuole affermare con ciò che la musica ha un rapporto
privilegiato con il nostro mondo emotivo piuttosto che con la ragione
e i concetti: è su questa base che si è impostata
tutta la futura estetica musicale e, partendo da qui, per due secoli,
ci si è confrontati sul "se" e sul "come"
la musica potesse essere un linguaggio, con frequenti tentativi
di separarla e distinguerla dal linguaggio.
Si pensi al formalismo: a partire dal secolo XIX si fonda su una
premessa fondamentale: l'esistenza di un universo "semanticamente
chiuso". L'esigenza fondamentale è quella di salvare
la specificità del linguaggio musicale, eppure dalle sue
tesi emerge sempre la sensazione che vi sia una carenza di fondo
nelle sue affermazioni. Il formalismo radicalizzato porta a un assurdo
logico, cioè all'esistenza di un linguaggio sprovvisto delle
caratteristiche più elementari di ogni linguaggio: le capacità
di denotare. Il "simbolo presentativi", o il "simbolo
opaco" o ancora tante altre definizioni che compaiono nelle
teorie formalistiche sulla musica rivelano sempre al fondo l'esigenza
di recuperare in qualche modo il rapporto con il nostro mondo emotivo
e affettivo altrimenti negato. Anche il formalismo più radicale,
come quello di Stravinskij, recupera poi alla fine l'espressività
della musica quando afferma che la musica è espressione e
simbolo di un'unità di ordine superiore. E anche se ci rivolgiamo
al capostipite del formalismo musicale, cioè a Hanslick,
si può notare come sia presente nel suo Il bello musicale
un'ansia di recuperare un qualche rapporto con la vita affettiva,
così energicamente negata, nella ben nota affermazione che
la musica esprime, imita, riproduce, ricorda la dinamica dei sentimenti.
Si direbbe che il formalismo avverta sempre il suo limite e voglia
in qualche modo correggersi dei suoi eccessi.
La confutazione più radicale del formalismo è la constatazione
che della musica si parla, si può parlare, mentre se quello
dei suoni fosse veramente un sistema "semanticamente chiuso"
sarebbe impossibile ogni tentativo di fare un discorso sulla musica
che non si limitasse a spiegare, a illustrare la forma del sistema.
Degli affetti, di cui la musica sarebbe in qualche modo espressione,
in realtà si parla sempre e la critica in generale cerca
proprio di esplicitare questo misterioso rapporto tra la musica
e il mondo degli affetti.
Nel farlo, si è notato che la musica sarebbe strettamente
legata al linguaggio e anzi rappresenta forse una parte dello stesso
linguaggio. Non tutto nel linguaggio infatti è ordine e sintassi,
non tutto è calcolo e riflessione; una parte del linguaggio
è suono, è musica, è immagine del sentimento
allo stato puro. Potremmo dire, secondo una formula più attuale,
che, secondo Rousseau, la musica rappresenta l'elemento prelinguistico
presente nel linguaggio stesso, in ogni linguaggio costituito. Rappresenta
il sentimento, come slancio espressivo, non mediato ancora da strutture
schematizzate e sclerotizzate, come forza primigenia.
Dunque ciò che distingue radicalmente la musica dal linguaggio
verbale è proprio il suo particolare rapporto con il mondo
degli affetti. Con il linguaggio verbale si possono indicare tutti
gli affetti possibili, mediante parole che non hanno nulla a che
fare con gli affetti connotati; si tratta perciò di un rapporto
del tutto convenzionale. Nella musica invece la frase musicale assomiglia,
ha una relazione intrinseca con l'affetto che denota o che esprime
o a cui allude o ancora che suscita nell'ascoltatore. Potremmo avanzare
l'ipotesi che vi sia una sorta di isomorfismo tra l'espressione
musicale e gli affetti: la musica porta alla luce, mette in evidenza,
sottolinea e fa emergere ciò che nel linguaggio è
soffocato o rimane allo stato latente. Ma può operare in
tal senso proprio perché vi è questa parentela originaria
tra il suono della musica e il suono della parola: anche quando
si rende autonomo, il linguaggio dei suoni conserva ancora il ricordo
di un rimando per lo meno al mondo degli affetti e delle emozioni,
anche se "polisemico", anche se incerto e a volte ambiguo.
|
 |
| CALENDARIO
SETTIMANALE |
 |
1
/18 gennaio |
 |
19/25
gennaio |
 |
26
/31 gennaio |
|