Il poeta irruppe
una sera nella casa dello scienziato, le vesti a brandelli e i tratti
del volto alterati, e gli disse:
« Non credo più nell’arte, insegnami la scienza!»
« D’accordo» lo scienziato disse «resta con me».
Il poeta rimase. Egli apprendeva con zelo, con gioia lo scienziato gli
insegnava. […]
Il poeta faceva da assistente, e si stupiva del lavoro dello scienziato.
Ma un giorno accadde qualcosa di straordinario. Lo scienziato sorprese
il poeta a leggere in laboratorio.
« Che cosa leggi?» gli domandò prima ancora d’indagare
sul contenuto del libro. Erano poesie. […]
« Maestro, da quando mi hai iniziato alla scienza – rispose
il poeta – io credo di nuovo nell’arte! Addio!»
E il poeta, il libro sotto il braccio, se ne andò.
Géza Csáth
Immaginiamo
un luogo in mezzo all’Europa centrale, ai confini tra Oriente e
Occidente. Immaginiamo che vi sia un fiume che segna quei confini, chiamiamolo
il Tisza e, sulla riva occidentale di questo affluente del Danubio, immaginiamo
una città, Kanizsa. Siamo in Vojvodina, una provincia della Repubblica
di Serbia e del Montenegro, a qualche chilometro dalla frontiera con l’Ungheria
a Nord e da quella con la Romania a Est. È una zona che, per oscure
ragioni legate certamente alla storia, si chiama “l’angolo
delle tempeste”…
Josef Nadj è nato là, come i suoi genitori e i suoi nonni,
nella cittadina di Kanizsa, i cui abitanti sono per la maggior parte ungheresi
e che, nel corso di due generazioni, hanno cambiato per quattro volte
“identità nazionale”. Là è cresciuto,
nella tradizione di un’arte oratoria peculiare, in cui si mescolano
riso e dolore, dramma e derisione, e che è anche “un certo
atteggiamento, un certo sguardo sul mondo”. L’opera di Josef
Nadj, quest’universo che egli dispiega e mette in dubbio pezzo per
pezzo, affonda le sue radici qui, nel bel mezzo dell’Europa Centrale,
in una regione dove, come dice Claudio Magris, s’impara a “pensare
multietnico”. Divenuto adulto Nadj se n’è andato da
Kanizsa, senza però mai lasciarla, portandone ovunque con sé
i ricordi e le leggende. Se per definire le sue coreografie si parla di
“teatro” di Nadj, è perché, in realtà,
il suo linguaggio scenico si colloca a metà strada tra questi due
modi d’esprimersi. Vi entra però a pieno titolo anche la
musica quale elemento della composizione. La musica è un elemento
che contribuisce alla particolare colorazione del suo teatro, e spesso
trova le sue fonti nella regione natale del coreografo. Si tratta per
lo più di composizioni originali, elaborate parallelamente alla
creazione degli spettacoli e spesso eseguite sulla scena, come nel caso
di Temps du repli.
Infine l’immagine, nel senso ampio del termine, unifica tutta l’opera
di Josef Nadj ed esercita su essa il suo influsso anche se non ne rappresenta
l’orizzonte. Il discorso, il pensiero di Nadj sono interamente contenuti
nella produzione e nella disposizione delle immagini – simboli,
metafore, raffigurazioni bi o tridimensionali – “liberamente”
associate.
Lontano da Kanizsa, Il n’y a plus de firmament è invece il
primo spettacolo nel quale Nadj non danza. La sua presenza (la sua parte
più intima) vi si fa più discreta, e perciò, forse,
la scrittura è più serena, il clima è come placato.
Tuttavia anche questo spettacolo è tratto da un episodio della
sua vita: l’incontro e le conversazioni con Balthus. Incontro, conversazioni
che l’hanno portato verso Artaud.
Tra pittura, letteratura e teatro, là dove i segni e i concetti
si scambiano, dove i limiti tra i generi si dissolvono e i linguaggi si
congiungono. Là dove la conoscenza si unisce all’esperienza.
In questo campo di forze, in questa zona di tensioni dove si svolge tutta
l’arte di Josef Nadj.
Traduzione e adattamento di Elda Negri Monateri
La citazione della poesia di Géza Csáth compare in esergo sul volume pubblicato da Torinodanza 2003 in occasione di questo Focus
|