Sistema Musica settembre 2003
unione musicale
  Esiste musica per i giovani?
di Stefano Catucci
stagione 2003-2004

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NAVIGARE IN MUSICA
  Il sito ufficiale di Frank Zappa

MarizaDa tempo le società di concerti sono alle prese con un problema cruciale: il rinnovamento del pubblico o, detto altrimenti, un ricambio generazionale che raggiunga una fascia giovanile i cui interessi sembrano essere sempre più distanti dalle proposte dei cartelloni classici. Non è un problema solo italiano. In tutto il mondo si sono moltiplicati, negli ultimi anni, tentativi molto simili di ampliare l’offerta musicale di istituzioni grandi e piccole. Si è parlato di “allargare i confini” fra i generi musicali; di “abbattere i muri” che fino a oggi hanno tenuto rigorosamente separati gli universi della musica classica, jazz, popolare e così via; di “contaminare” esperienze diverse in programmi che attraversano linguaggi differenti (cross over). Questo tipo di metafore, ormai piuttosto trite, si ritrova più o meno identico a tutte le latitudini. E sullo sfondo ci sono da un lato la crisi del rapporto fra il pubblico e la musica contemporanea di area colta, particolarmente sensibile a partire dalla metà degli anni Settanta, dall’altro i caratteri generali di un’epoca che si caratterizza più per le ibridazioni e le mescolanze che non per la rigidità degli steccati, sempre se non si vuole evocare il “postmoderno” come epiteto di una fase culturale di lungo periodo o come termine passe-partout. In Italia, la questione è resa ancora più difficile da alcune condizioni squisitamente locali: la carenza di cultura musicale nei giovani, la latitanza cronica della scuola, la sconsolante chiusura mentale dei Conservatori, nei quali di solito viene alimentata una pregiudiziale diffidenza verso tutte le esperienze musicali che esorbitano dai solchi della tradizione, con il risultato di far crescere strani e anacronistici animali umani che conoscono magari bene Sibelius (magari!), ma tremano di paura quando si nominano il rock o il rap, oppure “scoprono” musicisti come Frank Zappa solo quando a sdoganarli è gente come Pierre Boulez. Una prova di questa ristrettezza di orizzonti si può vedere, simmetricamente, nel fatto che le pratiche musicali pur sempre di area colta, ma sviluppatesi per lo più fuori dai Conservatori, per esempio l’interpretazione di musica antica e barocca, non va incontro agli stessi limiti: sebbene questi tipi di musica richiedano un’altissima specializzazione, i “barocchisti” di solito ascoltano dischi di ottimo rock, non disdegnano il jazz e sono ripagati dal pubblico giovane che in genere, oggi, è più attratto dai loro concerti che non da proposte più schiettamente classiche. Forse, però, la ragione non sta solo nei difetti dei nostri Conservatori, ma va ricercata nel fatto che quella musica richiede di essere educati all’improvvisazione, non conosce rigide esclusioni nei confronti dell’espressione popolare, è storicamente aperta alle influenze di culture “altre”, in particolare di quella araba. Fino a pochi anni fa, le stagioni musicali italiane di maggior peso e tradizione proponevano solo occasionalmente concerti che si consideravano “atipici” e che avevano appunto lo scopo di attirare anche un pubblico giovane: world-music, come si usa dire, oppure jazz o musicisti aperti a esperienze non riducibili a una precisa classificazione di genere. Oggi, però, il panorama sta cambiando ancora. Non solo perché vari tipi di musica hanno conquistato legittimo e regolare accesso alle sale da concerto. Ma anche perché la produzione contemporanea colta ha ormai dismesso antiche barriere ideologiche e ha preso a battere strade meno isolazioniste. Gli esempi, in realtà, non mancavano neppure nel recente passato per avviarsi lungo questa strada. Basti pensare a Luciano Berio, alle sue composizioni e soprattutto al suo tipo di “sguardo” musicale, nemico di ogni pregiudizio e aperto alla qualità di ogni provenienza, senza bisogno di etichette o di marchi d’origine. E basti pensare a un allievo di Berio, come Louis Andriessen, o a una serie di compositori più giovani che si sono avvicinati a settori sempre meno condizionati dalle regole dei Conservatori. Non sappiamo se tutto questo servirà ad avvicinare il pubblico giovane alle sale da concerto. Di certo, pur pagando l’inevitabile dazio alle mode, questa tendenza rispecchia una maggiore apertura nei confronti “delle” musiche, di tutte le musiche, e spinge a considerare che l’unico criterio sempre valido sia quello della qualità, che il confine vero, insomma, sia quello fra buona e cattiva musica – come diceva un certo Giuseppe Verdi…
Stroscio e Sanlucar7 dei 51 concerti in programma nel cartellone 2003-2004 dell’Unione Musicale di Torino sono, in effetti, a loro volta una buona sintesi di questa tendenza. Manolo Sanlúcar, la cui Locura de brisa y trino, su testo di Federico García Lorca, verrà eseguita il 30 novembre, è uno dei protagonisti della nuova scena del flamenco contemporaneo, chitarrista e compositore che sta rinnovando il gusto della musica e della drammaturgia tradizionale con la creazione di vere e proprie storie per musica, “opere”, si potrebbe dire, che tuttavia conservano elementi proverbialmente legati al flamenco, quali il virtuosismo e la passionalità. Il 10 dicembre, il gruppo Taraf della Metropolitana sarà interprete di Patrim, una fiaba zingara che racconta le migrazioni del popolo rom, con la voce narrante dell’attore Beppe Rosso e con in primo piano la fisarmonica di Miki Paunkovic?, che si aggiunge al quartetto formato dal violino di Adrian Bilteanu, dal cimbalo di Marian Serban, dall’altra fisarmonica di Albert Mihai e dal contrabbasso a tre corde di Petrika Namol. Il 6 febbraio, la giovane cantante e attrice Cristina Zavalloni, una delle interpreti oggi più versatili e originali per un orizzonte di repertorio estremamente ampio, propone un Cristina ZavalloniOmaggio a Cathy Berberian, l’indimenticabile artista alla cui vocalità e al cui carattere di studiosa e ricercatrice la Zavalloni esplicitamente si ispira. L’8 febbraio sarà la volta di un’altra cantante, Mariza, giovanissima interprete del fado portoghese, accompagnata dalla formazione più “classica” per questa musica, con due chitarre e contrabbasso. Il 28 febbraio si vira verso l’Argentina e verso il Rio de la Plata con il Trio Esquina, nel quale milita uno dei più accreditati eredi di Astor Piazzolla: Cesar Stroscio, grandissimo interprete del bandonéon. Con lui saranno Claudio Enriquez alla chitarra e Hubert Tissier al contrabbasso, per un concerto dedicato a danze di tradizione e contemporanee come la milonga, il candombe e il tango. La Missa Mexicana che chiude questa sorta di ciclo “parallelo”, interpretata il 10 maggio da The Harp Consort, diretto da Andrew Lawrence-King, ritorna significativamente alla matrice antica e barocca, proponendo un collage di musiche del XVI e XVII secolo nelle quali, nel Nuovo Mondo, già si fondevano e prendevano corpo insieme le esperienze del canto gregoriano e del Rinascimento europeo, le tradizioni autoctone e i primi impulsi della musica nera. Una sorta di proto-contaminazione, per così dire, a ricordare che nella musica ibridazioni e migrazioni sono state sempre un valore aggiunto, e che ogni difesa di valori “incontaminati” ha sempre portato con sé, all’inverso, la chiusura nel provincialismo o nell’autismo.

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