Certo,
lo sappiamo: quando scompare un grande artista ci rimangono, almeno, le
sue opere. E non è poco. Il punto è che tra le opere non ci
sono solo i testi (le partiture, per i compositori) ma anche i progetti,
le azioni. Tra le “opere” di Schumann, di Mahler e di molti
altri ci sono anche le mille iniziative per diffondere la musica, i nuovi
autori (quanto deve Brahms a Schumann? e Dvorák a Brahms), i capolavori
da riscoprire (come Mendelssohon ha fatto a Berlino nel 1829 con la Passione
secondo San Matteo) e gli appunti, gli studi, l’insegnamento, le intuizioni
(vengono subito in mente Busoni, Varèse, Schoenberg) e perfino le
conversazioni private. Se le partiture restano svanisce, però, la
straordinaria forza dell’azione. Berio ripeteva spesso (citiamo a
memoria) che «Si può far musica in molti modi: suonando, componendo
ma anche organizzando eventi musicali, diffondendo la conoscenza della musica,
insegnando». Berio ha fatto musica in tutti questi modi, e in altri.
In questo senso è certamente un’opera di Berio (e delle più
riuscite) C’è musica & musica, il programma televisivo
della Rai del 1972. Vedendolo non si può non rimanere colpiti dalla
sua “musicalità”, dal giuoco della costruzione, il contrappunto,
le sorprese (Stockhausen infatti suggeriva di farne una partitura). Ma era
proprio il modo di pensare di Berio a essere, prima di tutto, “musicale”,
un processo di composizione. Da qui la famosa passione per l’“artigianato”,
che persino la critica più indolente ha sempre ammirato. Per Berio
questo senso di appartenenza critica era importante. Dal comporre colonne
sonore al ripassare un passo difficile con un giovane interprete a spostare
– servisse – pianoforti e leggii nulla, del far musica, gli
sembrava estraneo o troppo umile. «Sí» sentivi dirgli
«Tizio è bravo, ma sai, “non è un musicista”…»
E questo dialogo continuo, con la musica e i suoi personaggi di ieri e di
oggi, si ritrova nelle partiture. Schubert, Bach, Mahler, Verdi, Falla,
Monteverdi, Boccherini, Brahms erano compagni di strada con i quali confrontarsi,
guardarsi negli occhi, amarsi e, all’occorrenza, litigare. Questo
essere integralmente musicista non gli ha impedito (anzi: il contrario)
di essere totalmente al centro del dibattito intellettuale più vasto,
cosmopolita. Questa capacità di far sentire la voce della musica
nel grande polifonia del pensiero contemporaneo è una delle tante
lezioni che gli dobbiamo. Un’Arte, quella di Berio, che si apriva
al confronto, allo scontro, al mondo (dell’arte, della scienza ma
anche della politica e del potere) senza rifugiarsi nel laboratorio. Ma
il senso di perdita, che la morte di Berio provoca è anche tangibile,
fisico. Non solo, come si diceva, per lo strepitoso effluvio di idee e di
progetti innovativi in cui, generosamente, coinvolgeva tanti giovani e collaboratori
ma anche per il rigore con il quale ne vigilava la realizzazione. Da questo
punto di vista era anche un vero e proprio antibiotico per la società
musicale (e non). Approssimazione e dilettantismo erano tenuti severamente
a bada. Berio “componeva” le cose come le note. L’autorevolezza
che consentiva tanto non è merce comune e oggi sembra difficile individuare
chi possa raccogliere una simile eredità. Più facile, piuttosto,
tentare di condividerne i frutti. Alla parte più consapevole della
collettività (anche a quella che gli era ostile) il compito di dividersi
queste responsabilità: tenere saldamente la musica ancorata al dibattito
culturale internazionale, puntare alla qualità del confronto, sfornare
e condividere idee e progetti, aprire la porta ai giovani, guardarsi intorno
con curiosità, ironia, rigore e libertà di pensiero senza
cedere alla routine e i luoghi comuni. Spendersi con generosità.
Che, oltre a tutto ciò, si debba a Berio una serie di capolavori
che fanno la storia della musica è cosa nota e forse è inutile,
qui, tornarci sopra. Ma dobbiamo queste opere alla stessa impressionante
capacità di vedere cose, di intuire possibilità, di percepire
collegamenti e relazioni tra classi di materiali apparentemente diverse
che, con la musica, interpretano la complessità dell’oggi.
Se Stravinskij rimane, Berio è vivo più che mai. |