Sistema Musica aprile 2004
editoriale
  La musica affina la sensibilità?
di Nicola Campogrande
Il divertente articolo di Steven Isserlis che pubblichiamo sulla quarta di copertina parla, in fondo, di sensibilità. Di come sappiamo ascoltare chi ci sta di fronte, della percezione che abbiamo dello spazio che occupiamo, della capacità di prevedere le reazioni che i nostri gesti possono generare.
Chiamiamo sensibilità la nostra abilità nel confrontarci con le cose del mondo: chi non ne possiede si perde un mucchio di emozioni; chi ne possiede troppa si entusiasma e si deprime per ogni piccolezza (ma se sa raccontarlo è un poeta).
Ora, l’ascolto della musica di tradizione classica sviluppa una sensibilità?
E se sì, quale?
Io sarei per una risposta positiva e direi che una prima sensibilità che si sviluppa è quella acustica. Se vi capita di ascoltare un quartetto di Mozart insieme a persone non abituate a questo genere di musica, non vi trovate di fronte a difficoltà di ascolto o a noia o a incredulità (che possono esserci, ma non necessariamente): la costante è la non sensibilità nei confronti dei rumori della sala, degli scricchiolii delle sedie, dei passi di chi si alza e se ne va, dei commenti a mezza voce che sono tutt’altro che sussurri, delle caramelle scartate senza pudore. Chi è abituato ad ascoltare un quartetto d’archi sa invece che la sua potenza sonora non è tale da coprire i rumori del pubblico, e che quindi agitarsi in platea significa influire sull’esecuzione (che può anche andare bene – Cage lo avrebbe apprezzato – ma questo è un altro discorso); dunque sta in silenzio, perché è consapevole che altrimenti pregiudica un po’ il piacere proprio e altrui: quella è una forma di sensibilità.
Ma poi in molti sviluppano una sensibilità più specifica, legata alla natura linguistica della musica classica e, a forza di ascoltarla, si rendono conto delle relazioni sulle quali è costruita. Imparano cioè a rendersi conto di temi, frasi, timbri, ritmi, andamenti, forme; e si accorgono che il piacere acustico è sorretto (e generato) da una serie di rapporti tra note e pause, da simmetrie e asimmetrie, da pieni e vuoti. Come in un quadro di Botticelli o in un’architettura di Renzo Piano, dove, però, la materia è visibile e dunque sembra – sembra – più facilmente comprensibile.
Questo genere di sensibilità, l’abilità nel comprendere o nell’intuire rapporti e relazioni, è tipica di chi frequenta musica classica. Non mette al riparo da nulla: raffinatissimi ascoltatori detestano la raccolta differenziata, sono evasori fiscali e picchiano la moglie. Però, secondo me, aiuta: se non altro sviluppa qualcosa che assomiglia all’intelligenza politica (anche lì si tratta di intrecciare e governare relazioni), affina il palato gastronomico (non a caso molti musicisti sono buongustai) e probabilmente dà una mano nella soluzione delle parole crociate.
Che cosa ne pensate?
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