Sistema Musica dicembre 2004
editoriale
  Speriamo che ci rubino la musica
Nicola Campogrande
una foto di Nicola CampograndeMi hanno rubato un pezzo. E dire che sono un tipo prudente: avevo mandato tempestivamente la partitura al mio editore e il deposito alla Siae era stato fatto con urgenza. Eppure la sera della prima esecuzione arrivo in sala e mi accorgo che la mia musica era stata rubata. Dall’interprete. Il quale, poi, ha suonato piuttosto bene un brano che assomigliava a quello che avevo composto; ma non ha certo eseguito il pezzo che gli avevo fatto avere.
Nei camerini, dopo il concerto, faccio le mie rimostranze. E lui mi dice: «Guarda che il pezzo non è più tuo». «Come? – faccio io – L’ho pensato, l’ho scritto, l’ho firmato, e adesso non è più mio?» «No – mi spiega con grande garbo – ora il pezzo è di chi lo suona».
Subito ci sono rimasto un po’ male. Poi mi sono abituato all’idea, complice il fatto che quell’interprete è un musicista meraviglioso con il quale abbiamo poi a lungo ragionato sulla partitura, tanto che presumo che la prossima esecuzione sarà diversa… E adesso, a freddo, devo dire che aveva ragione lui. E che, anzi, spero che questo genere di furti prenda piede.
Mi spiego. Per contrastare l’impegnativo tardoromanticismo e i suoi interpreti-demiurghi che arrivavano a stravolgere le partiture del repertorio per adeguarle ai propri gusti (si pensi alle grandiose riorchestrazioni di Stokowsky), ci siamo inventati la filologia. Prima la si è applicata al Barocco. Poi al Rinascimento (per quanto lì si possa ricostruire senza inventare…). E poi, da qualche tempo, sono rispettosissime e filologiche anche le interpretazioni del Classicismo, del Romanticismo, della musica del primo Novecento. Se si parla con giovani interpreti intelligenti ci si trova regolarmente di fronte ad affermazioni come «Sono ritornato al testo» o «Ho ripulito la partitura dalle stratificazioni interpretative» e così via. Posizioni sacrosante. Dalle quali, però, credo che oggi si debba tornare a fuggire.
Uno dei motivi per i quali la musica classica incontra qualche difficoltà è la mancanza di star. Di star globali, planetarie, riconosciute come tali per la forza e l’originalità delle loro interpretazioni. Non che manchino interpreti d’eccellenza: anzi, viviamo un momento molto felice per la qualità delle esecuzioni. Ma scarseggiano le figure che possano legittimamente “rubare” una partitura, nuova o di repertorio, e proclamarsi coautori in quanto “interpreti” in senso stretto.
Lo so, è una questione antica, questa. E la storia procede a cicli. Beh, se posso dire, a me sembra venuto il momento di tornare a osare. Il momento in cui un interprete si debba portar via il Beethoven (o il Berio) che conosciamo per restituirci qualcosa d’altro.
Che cosa ne pensate?
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