Con l’appuntamento
di febbraio Andrea Lucchesini suggella, riprendendo dall’inizio, la
propria partecipazione al Progetto Beethoven: lo fa con il Concerto n. 1
op. 15 (che poi non è il primo ma cronologicamente il secondo), opera
adeguatissima, nelle sue lucide linee pianistiche, a mettere in rilievo
quel suono netto e fragrante, lontano da Clementi ma da lui ispirato, che
sembra il terreno ideale d’incontro tra il pianista e il compositore.
D’altro canto lo stesso Progetto nel suo insieme, pur avendo assunto
l’impianto fortemente sinfonico destinato a concludersi ad aprile
con la Nona, nasce direttamente dalla prospettiva beethoveniana che gli
Amici della Musica di Firenze e l’Unione Musicale hanno disegnato
attorno a Lucchesini: a Torino l’approccio con Beethoven è
remotissimo, addirittura del 1984 e addirittura con l’op. 106; poi
c’è stato l’avvio del duo con Mario Brunello e le due
integrali dedicate a Beethoven (1990 e 1996), il proseguire dell’esplorazione
delle ultime Sonate (109, 110 e 101, tra il 1991 e il 1994), ancora musica
da camera con il Trio dell’Arciduca (1994, con Brunello e Carmignola)
e quindi l’integrale delle Sonate per pianoforte (1999-2001). Il gruppo
dei 5 Concerti per pianoforte, più la Fantasia e il Triplo, era necessario,
e ha poi tirato con sé dentro al progetto, grazie a Umberto Benedetti
Michelangeli e all’Orchestra di Mantova, anche tutte le Sinfonie.
Non ha forse senso proporre consuntivi, in ambito artistico; ma che la prospettiva
dei concerti appaia analoga a quella tracciata all’epoca delle Sonate
costituisce una importante conferma. Manca, nei concerti, un parallelo con
le Sonate ultime, con quella straordinaria sperimentazione che intona l’inno
alla poesia dell’intelligenza. Ma nelle prime opere, sonate o concerti
che siano, ci si poteva in qualche modo aspettare (anche se non in questo
modo) che così ben a fuoco fosse quel suono netto e mai meccanico,
posto in continua relazione di differenza con la scrittura di Mozart, di
Haydn o di Clementi, poiché per li rami della grande scuola di Maria
Tipo in Lucchesini questa virtù da tempo era discesa. Credo pochi
si sarebbero aspettati, per il Beethoven centrale (quello più noto,
antonomastico, drammatico nel Terzo, idealmente composto nel Quarto, grandiosamente
olimpico nel Quinto concerto), che tanto fuoco covasse sotto le ceneri della
tecnica, dell’intelligenza, dell’esperienza e della preparazione.
* direttore artistico dell’Unione Musicale |