Come
vi siete incontrati e com’è nato il Sestetto?
«In cinque ci siamo incontrati a Lugano dove frequentavamo corsi
post-diploma: io [Carlotta Conrado, primo violino, nata a Torino nel 1978],
ho studiato con Massimo Quarta. Marlene Prodigo di Roma, [classe 1979,
secondo violino], sta ancora studiando con Carlo Chiarappa. La prima viola
è Ilaria Negrotti, di Parma [del 1974] allieva di Wolfram Christ
che era la spalla dei Berliner. La violoncellista Silvia Longauerova,
nata a Bratislava nel 1978, sta studiando con Robert Cohen, e Nico Prinz
[di Losanna del 1976] ha studiato con Yamashita, che era il primo violoncello
dell’Orchestra della Radio di Lugano e poi con Demenga a Losanna.
La seconda viola, Stefano Rossi [bergamasco del 1973] viene da fuori,
perché nella classe di viola del conservatorio c’erano pochissimi
iscritti ed è stato impossibile trovarne uno. Il Sestetto è
nato dall’idea di fare Verklärte Nacht di Schoenberg. Il progetto
è partito dal fatto che in Conservatorio a Lugano esiste una stagione
di concerti che si chiama Novecento passato e presente e che trasmette
alcuni appuntamenti alla radio svizzera: noi per questa rassegna abbiamo
voluto presentare Verklärte Nacht. Ci siamo buttati su questa idea,
una scommessa che abbiamo fatto con noi stessi perché è
un pezzo molto bello e davvero difficile, sia per l’intonazione
sia tecnicamente, ed eseguito senza direttore, in sestetto, anziché
con l’orchestra da camera, lo è ancora di più».
Che tipo di repertorio esiste per sestetto d’archi? Non
è una formazione molto comune.
«In effetti non mi è mai successo di ascoltare un concerto
soltanto di sestetto: avevo sentito per la prima volta Verklärte
Nacht nei concerti di musica da camera della stagione dell’Unione
Musicale e per me è stata una rivelazione. Per altro non è
facilissimo trovare musica per questa formazione: ci sono dei Sestetti
di Brahms molto belli che però io non conosco bene. Dal sestetto
comunque è facile passare all’ottetto aggiungendo due archi
e fare pezzi come l’Ottetto di Mendelssohn».
Oltre a Verklärte Nacht di Schoenberg, cos’altro suonerete
al Lingotto?
«Per la prima parte abbiamo pensato di fare qualcosa di Sollima
in quintetto o in quartetto, in modo che fosse un po’ più
facile provare, perché da quando molti di noi hanno finito la scuola
a Lugano è sempre più difficile trovarci tutti. Suoneremo
alcuni estratti dal Viaggio in Italia, un pezzo che non si sente spesso
e di cui abbiamo dovuto prendere a noleggio le parti perché non
esistono edizioni in stampa. Per il bis dobbiamo ancora sentire il pezzo
che un giovane compositore ha scritto per noi».
Pensate che il vostro progetto andrà avanti?
«Speriamo di poter suonare ancora Sollima e Schoenberg da qualche
altra parte. Abbiamo mandato in molti posti i curricula per proporre il
nostro programma cui teniamo molto e che ci sembra originale e interessante,
ma c’è sempre più concorrenza e naturalmente è
più facile che i teatri chiamino chi ha già un nome. Se
non sei ancora nessuno è davvero dura trovare spazi. I miei compagni
sono tutti molto bravi, ma si cerca di campare suonando in orchestra poi
se viene un concerto di musica da camera facciamo di tutto per prepararci
al meglio.
È difficile tenere insieme un sestetto: in effetti non ci sono
molti sestetti stabili, e noi non pensiamo di diventare un sestetto stabile.
La grande difficoltà è trovarci tutti, soprattutto adesso
che ognuno di noi è tornato nella sua città e lavora da
altre parti. Potremmo magari rimanere in trio o in quartetto, perché
lavoriamo bene insieme. Vedremo».
Ma il vostro sogno qual è?
«I nostri sogni e aspirazioni sono gli stessi: fare musica da camera.
Ma è un desiderio che difficilmente si potrà realizzare.
La violista Negrotti lavora in orchestra e suona alla radio svizzera,
ma ogni volta che ci troviamo mi dice, “Ah finalmente un po’
di bella musica da camera!”; ma come si fa? Io ho anche già
suonato in quartetto, per un anno abbiamo deciso di non preoccuparci di
soldi o di lavorare ma abbiamo pensato a suonare e basta: un’esperienza
meravigliosa che mi ha dato tantissimo, è stato l’anno in
cui ho imparato di più, anche musicalmente. Sì, davvero,
potessi vivere di concerti di musica da camera sarei felice». (a.f.)
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