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| RAI nuova musica 2004 |
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| Viaggio all’interno
del suono È vero, oggi quasi più nessuno sa leggersi o suonicchiarsi al piano le musiche che ama. Intanto però i ragazzini si inventano in un fiat suonerie individualizzate per i loro cellulari, quando siedono al computer copiano, incollano, arrangiano, inventano, manipolano... Come le signorine del tardo Settecento suonavano sui loro nuovi pianoforti dei deprecabili arrangiamenti di pagine di Haendel che forse mai avevano o avrebbero udito nella loro veste originale, così i ragazzini d’oggi giocano inconsapevoli con un pezzo fondamentale della storia della musica, quell’arte della manipolazione del suono che lega in un arco ininterrotto l’intonarumori con cui il futurista Russolo novant’anni fa produceva e modificava ululati e ronzìi alle sofisticatissime rielaborazioni informatiche digitali di veri templi della ricerca quali il celebre Ircam di Parigi o, in Italia, Tempo Reale, centro fondato da Luciano Berio dove la creatività si affianca al meritorio lavoro di restauro e riedizione di opere storiche di musica elettroacustica analogica. «Più il tempo passa – scriveva Luciano Berio – più facile diventa rintracciare le radici storiche del divenire musicale e constatare la priorità e la forza anticipatrice delle idee sui mezzi e sulle tecnologie». È il contrario di quel che fanno i ragazzini, che senza la consapevolezza culturale, hanno la consuetudine della sapienza spicciola e sanno che passiamo gran parte del nostro tempo dentro a un suono inventato e manipolato. Ma vale la pena forse, ricordando le parole di Berio, di provare ad ascoltare con le orecchie “da concerto” il paesaggio sonoro quotidiano. E viceversa. (g.v.) American Fast Music La complessità degli scambi culturali tra Europa e America in quest’ultimo secolo è spesso ridotta alla consueta contrapposizione tra vecchio e nuovo continente, anche se non sempre il nuovo è arrivato da oltreoceano, anzi… È un dato di fatto che in questo gli americani sono molto più cool degli europei: per limitarsi all’arte, basti pensare alla facilità con cui nella pittura si è passati di colpo dall’oleografia dei tempi del New Deal, all’Espressionismo astratto di Pollock e di qui all’edonismo della Pop Art, il tutto senza particolari drammi o scossoni esistenziali. Questa capacità di vivere le rivoluzioni col sorriso sulle labbra e questa leggerezza, la vecchia Europa le ha sotto sotto sempre invidiate all’America, accogliendo spesso con sollievo l’arrivo di questo corroborante vento dell’Ovest. Per cui sono bastati i sassofoni stonati delle prime orchestrine jazz a mandare per sempre in soffitta l’Ottocento o i dadi di Cage a sventare la “soluzione finale” del serialismo generalizzato. Sull’altro versante, un compositore come il newyorchese Carter, vissuto a contatto con la musica degli ultra-modernists, quel gruppetto di solitari supereroi proiettati nel futuro formato da Cowell, Ruth Crawford, Nancarrow, Ives e lo stesso Varèse, dovette compiere il rituale pellegrinaggio a Parigi da Nadia Boulanger, prima di trovare a quarant’anni suonati il proprio stile. Oggigiorno, con il predominio del modello americano queste differenze sono meno marcate, anche se va detto che le nuove generazioni di compositori americani maneggiano la Storia con disinvoltura e si muovono tra Bruckner, John Coltrane, Berio e Led Zeppelin con un’agilità che noi lenti europei possiamo solo sognarci. (a.b.) Sentimental Strings Potreste pensare alla morte di Violetta, o a quella di Isotta, senza il suono dei violini? Violino come amore e passione, come gioia e come dolore, come incarnazione comunque di sentimenti. Di poche cose il Novecento, e la sua musica, hanno avuto paura come di farsi carico di dare voce e suono al sentimento; ragionevolmente, poiché quella capacità di esprimere meglio delle parole era stato cavallo di battaglia del Romanticismo e poi sapiente pratica industriale del cinema. Così, un secolo intero di ricerca musicale ha cercato di far fare altro ai violini, frammentandone le linee, facendoli grattare, usandoli come percussioni, manipolandone e distorcendone il suono, ma soprattutto togliendo loro il fiato, il legato, il canto, il vibrato. Ma nel suono di un’orchestra d’archi, è chiaro, c’è una parte ineludibile della nostra storia della musica con la quale è necessario forse, piacevole senz’altro continuare a misurarsi; sia esso il barocco, che Roberta Vacca richiama nel titolo del suo nuovo pezzo, o il melodramma, cui rimanda Lorenzo Ferrero, che non ha avuto paura di tornare a far cantare archi e voci anche quando farlo era ben poco à la page. Sia ancora il tabù dei tabù, il sentimento sentimentale per eccellenza, quella Melanconia, che un compositore che certo non corre rischio di esser considerato leggero e commerciale quale Aldo Clementi sceglie come titolo per il suo nuovo pezzo per otto violini. (g.v.) La via italiana alla Nuova Musica Struttura e costruzione Raccontare una storia? Oppure lavorare sui pieni e sui vuoti, su simmetrie e rimandi di un’architettura formale ricevuta dalla tradizione? Il Novecento ha senz’altro immesso nel mondo della composizione musicale nuovi paradigmi. Se un certosino lavorìo attorno a un materiale musicale semplice è pratica antica in musica, nuova è l’irruzione sfrontata del casuale, dell’irregolare, dell’aleatorio, spinta all’estremo, come accade nella musica di Cage ma anche d’altri, fra cui per esempio il giovane Donatoni. E non è un caso che tanto spesso, parlando di musica contemporanea, ricorrano parole come spirali, caleidoscopio, rifrazioni. Possono evocare durezze o freddezze, e invece no: è materia viva, pulsante, calda, quella che la scienza studia ogni giorno, come quella sonora cui i compositori ogni giorno rimettono mano. È nella materia stessa che si genera l’impulso che muove l’invenzione raffinatissima e sapiente di Marco Stroppa, in un’alchimia personalissima fra orchestrazione tradizionale e un’immaginazione sonora formata dall’elettronica. Ed è caleidoscopico il modo in cui, nelle cinque miniature orchestrali di Yan Maresz suggestivamente intitolate Zigzag Etudes, il ritmo genera gioco e piacere. (g.v.) Cinque, numero fortunato Quattro, ovviamente, è l’ideale; sei o otto permettono di formare coppie... Ma cinque! Combinazione sghemba, il quintetto di fiati, che non per nulla sembra avere maggior fortuna negli interstizi, ai margini: se Beethoven scrive per sei e per otto fiati, sono due suoi contemporanei, Antonín Reicha e Franz Danzi, a far propriamente nascere il quintetto per fiati. Ma la fortuna arriva nel Novecento. E allora, quanto si può inventare con quella combinazione sghemba, che mette assieme lo scintillio brunito dell’unico ottone, il corno, la vertigine del flauto, la nasalità antica e cantabile dell’oboe, la duttilità tecnica ed espressiva del clarinetto, il suono pastoso del fagotto. Da Hindemith a Ligeti, da Schoenberg a Carter, sono davvero molti i compositori che si sono cimentati con questa formazione, chi giocando sull’echeggiare forme e stili del passato, chi scommettendo tutto sull’alchimia dei timbri. E chi alla finezza della scrittura ha mescolato lo spirito di quello che un tempo avrebbe potuto esser chiamato, anziché “Quintetto”, “Divertimento per fiati”: in Opus Number Zoo Luciano Berio ha chiesto a ciascun esecutore di alternare il ruolo di musicista a quello di voce narrante e per chi ascolta il divertimento è assicurato. (g.v.) Due giganti del Novecento Schoenberg o Stravinskij Per qualche decennio, il dibattito è stato serrato, ma nel nuovo millennio sembra piuttosto facile dire, senza nulla togliere a Schoenberg, che Stravinskij, uomo e musica, pensieri e note, incarna compiutamente il secolo che si è chiuso. Né il tedesco, ma oramai un po’ italiano, Hans Werner Henze, né il finlandese Einojuhani Rautavaara possono essere detti allievi, seguaci, epigoni di Stravinskij, né si riconoscono in medesimi filoni o scuole. Ma ciascuno dei due ha viaggiato attraverso stili apparentemente tanto distanti da parere incompatibili; ciascuno non ha temuto di scontentare magari qualche ascoltatore già conquistato cambiando bruscamente o imprevedibilmente strada. C’è un’onestà profonda d’artista, in questo nomadismo, che nulla ha a che fare con l’eclettismo di una musica scritta solo per compiacere e che invece unisce i pur diversi Henze e Rautavaare nell’esser propriamente eredi di quell’incapacità di accasarsi una volta per tutte in una dimora musicale, di quell’erranza che non è l’opportunismo del farfallone, ma che è un innamorarsi fino in fondo ogni volta, ogni volta mettersi in gioco completamente, sapendo però che domani o fra un anno si potrebbe ripartire, perché far musica è continuare a cercare. (g.v.) |
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