Sistema Musica febbraio 2004
orch. sinf. della RAI
  Luca Francesconi: "Sentite l'energia del violoncello"
di Nicola Campogrande
appuntamenti
giovedì 5 febbraio
ore 20.30
venerdì 6 febbraio
ore 21
Auditorium del Lingotto
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Jukka-Pekka Saraste direttore
Anssi Karttunen violoncello
Musiche di Francesconi, Shostakovich

domenica musica
domenica 1 febbraio
Sermig
Arsenale della Pace
piazza Borgo Dora, 61 - ore 11
Strumentisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Roberto Ranfaldi concertatore e primo violino
Elvio Di Martino fagotto solista
Musiche di Mozart, Villa-Lobos, Rossini

NAVIGARE IN MUSICA
  Il sito del violoncellista Anssi Karttunen
Luca FrancesconiVulcanico e travolgente, deciso ed entusiasta, Luca Francesconi è uno dei protagonisti della nuova musica italiana. È quello che si dice “un compositore di successo”, giustamente fiero di esserlo e attento a specificare la propria unicità in ogni occasione. Anche in questa intervista.

La scelta di scrivere un Concerto per violoncello e orchestra è sua o del committente?
«Era un mio desiderio. Il violoncello è uno strumento bellissimo e crudele; un camaleonte che possiede un livello di autosufficienza pari se non superiore al pianoforte. Da tempo si pensava con Anssi Karttunen di realizzare un progetto insieme: ora, con la commissione dell’Orchestra Nazionale della Rai, si è presentata un’occasione importante».

Che cosa si è detto prima di cominciare a scrivere? Quali sono i parametri che ha preso in considerazione? Ha pensato a riferimenti storico-tecnici del passato?
«Sì, ho pensato al repertorio esistente, ma con molte cautele. Non trovo che esista un concerto per violoncello veramente riuscito: anche i grandissimi hanno avuto dubbi e difficoltà. Mi sono chiesto perché, qual era l’arcano. E forse si tratta proprio di questa indipendenza dello strumento, di un isolamento, di una superiorità quasi ostentata. Che obbliga a un approfondimento spietato dei propri intendimenti; altrimenti i cliché più scontati della letteratura passata ti aggrediscono. Naturalmente questi problemi sono diretta conseguenza delle caratteristiche fisiche e costruttive dello strumento stesso. Lo spettro su cui può intervenire è vastissimo, e questa è una delle differenze principali con il violino, che in quanto a complessi di superiorità non scherza... Mi sono chiesto, per esempio: come mai questa diversità di scrittura fra le Suite per violoncello di Bach e le Partite e Sonate per violino? Mentre nelle partiture violinistiche si utilizza una scrittura polifonica, fatta di corde doppie e accordi, la potenza armonica del cello si dispiega totalmente in “orizzontale”, come lungo linee infinite. E ancora, ragionando sulle differenze, viene quasi da dire che il violino manca delle “fondamentali” degli spettri e lavora sulle formanti acute – ecco perché “passa” senza problemi – mentre il violoncello viene facilmente sopraffatto dall’orchestra. Il noto caso del Concerto di Schumann è tutt’altro che un’eccezione. Certo, il cello come vox humana dalla cantabilità struggente, anche acutissima, esiste, ma è solo uno dei mille volti di questo strumento. Nella mia partitura ho voluto fare un’operazione di restauro: andare a cercare la primitiva potenza ed energia di questo straordinario strumento, pulendo e rimuovendo secoli di superfetazioni storico-semantiche, per farle riemergere con rinnovata emozione. E per trovare un rapporto efficace con la popolosa e rumorosa compagine orchestrale è assolutamente necessario avere una strategia chiara, che metta a fuoco ruoli assai precisi. Grosso modo il mio lavoro è una forma di Rondò, con il ritorno ciclico di un elemento acuto riconoscibile ma sempre illuminato diversamente e dunque circolare, contrapposto a una materia scura che emerge gradualmente trasformandosi continuamente. Entrambi vengono a fuoco sempre più, per poi ritornare verso la fine in uno stato indefinito, più astratto; e rovesciato: l’elemento A nel grave, il B nell’acuto».

Quando scrive, racconta una storia? E come compone? Al pianoforte, al computer, al tavolino?
«Io racconto sempre una storia. Musicale, ma è una storia, è teatro.
Il computer è un utilissimo elettrodomestico e come tale lo uso. Ma la parte più difficoltosa e, posso dirlo, dolorosa, è l’elaborazione della struttura del pezzo. Se poi uso la matita, il pianoforte o il Macintosh, l’utensile più prezioso sta sempre all’interno della scatola cranica. E, mi lasci dire anche questo, senza cuore nulla serve».

Si sente un solitario o ritrova parenti, cugini, affini in giro per il mondo?
«A parole ho molti parenti e amici. Nei risultati… Ma è già molto. A parte alcune enclaves di integralisti – sia eufonici sia cacofonici – spero che ormai tutti si rendano conto che per dire cose profonde e forti è necessario un linguaggio forte e articolato; e che per comunicare non basta fornire scatolette preconfezionate: per questo si possono scaricare i midi files direttamente dalla rete. D’altra parte non serve riempire una pagina di note complicatissime per avere la garanzia di dire qualcosa di intelligente: spesso è vero il contrario. In ogni caso la trasparenza è la vera complessità: e tutto ciò che è bello è complesso: una rosa, un volto, una nuvola. Una fuga di Bach. Ma raggiungerla è difficile!»

Qual è la sua virtù compositiva più importante?
«Direi che ho imparato a essere umile. Solo con il duro lavoro si ottengono dei risultati. Anche se poi sembrano freschi e intuitivi. Non cascateci! C’è tanto lavoro dietro!»

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