Vulcanico
e travolgente, deciso ed entusiasta, Luca Francesconi è uno dei protagonisti
della nuova musica italiana. È quello che si dice “un compositore
di successo”, giustamente fiero di esserlo e attento a specificare
la propria unicità in ogni occasione. Anche in questa intervista.
La scelta di scrivere un Concerto per violoncello e orchestra
è sua o del committente?
«Era un mio desiderio. Il violoncello è uno strumento bellissimo
e crudele; un camaleonte che possiede un livello di autosufficienza pari
se non superiore al pianoforte. Da tempo si pensava con Anssi Karttunen
di realizzare un progetto insieme: ora, con la commissione dell’Orchestra
Nazionale della Rai, si è presentata un’occasione importante».
Che cosa si è detto prima di cominciare a scrivere? Quali
sono i parametri che ha preso in considerazione? Ha pensato a riferimenti
storico-tecnici del passato?
«Sì, ho pensato al repertorio esistente, ma con molte cautele.
Non trovo che esista un concerto per violoncello veramente riuscito: anche
i grandissimi hanno avuto dubbi e difficoltà. Mi sono chiesto perché,
qual era l’arcano. E forse si tratta proprio di questa indipendenza
dello strumento, di un isolamento, di una superiorità quasi ostentata.
Che obbliga a un approfondimento spietato dei propri intendimenti; altrimenti
i cliché più scontati della letteratura passata ti aggrediscono.
Naturalmente questi problemi sono diretta conseguenza delle caratteristiche
fisiche e costruttive dello strumento stesso. Lo spettro su cui può
intervenire è vastissimo, e questa è una delle differenze
principali con il violino, che in quanto a complessi di superiorità
non scherza... Mi sono chiesto, per esempio: come mai questa diversità
di scrittura fra le Suite per violoncello di Bach e le Partite e Sonate
per violino? Mentre nelle partiture violinistiche si utilizza una scrittura
polifonica, fatta di corde doppie e accordi, la potenza armonica del cello
si dispiega totalmente in “orizzontale”, come lungo linee
infinite. E ancora, ragionando sulle differenze, viene quasi da dire che
il violino manca delle “fondamentali” degli spettri e lavora
sulle formanti acute – ecco perché “passa” senza
problemi – mentre il violoncello viene facilmente sopraffatto dall’orchestra.
Il noto caso del Concerto di Schumann è tutt’altro che un’eccezione.
Certo, il cello come vox humana dalla cantabilità struggente, anche
acutissima, esiste, ma è solo uno dei mille volti di questo strumento.
Nella mia partitura ho voluto fare un’operazione di restauro: andare
a cercare la primitiva potenza ed energia di questo straordinario strumento,
pulendo e rimuovendo secoli di superfetazioni storico-semantiche, per
farle riemergere con rinnovata emozione. E per trovare un rapporto efficace
con la popolosa e rumorosa compagine orchestrale è assolutamente
necessario avere una strategia chiara, che metta a fuoco ruoli assai precisi.
Grosso modo il mio lavoro è una forma di Rondò, con il ritorno
ciclico di un elemento acuto riconoscibile ma sempre illuminato diversamente
e dunque circolare, contrapposto a una materia scura che emerge gradualmente
trasformandosi continuamente. Entrambi vengono a fuoco sempre più,
per poi ritornare verso la fine in uno stato indefinito, più astratto;
e rovesciato: l’elemento A nel grave, il B nell’acuto».
Quando scrive, racconta una storia? E come compone? Al pianoforte,
al computer, al tavolino?
«Io racconto sempre una storia. Musicale, ma è una storia,
è teatro.
Il computer è un utilissimo elettrodomestico e come tale lo uso.
Ma la parte più difficoltosa e, posso dirlo, dolorosa, è
l’elaborazione della struttura del pezzo. Se poi uso la matita,
il pianoforte o il Macintosh, l’utensile più prezioso sta
sempre all’interno della scatola cranica. E, mi lasci dire anche
questo, senza cuore nulla serve».
Si sente un solitario o ritrova parenti, cugini, affini in giro
per il mondo?
«A parole ho molti parenti e amici. Nei risultati… Ma è
già molto. A parte alcune enclaves di integralisti – sia
eufonici sia cacofonici – spero che ormai tutti si rendano conto
che per dire cose profonde e forti è necessario un linguaggio forte
e articolato; e che per comunicare non basta fornire scatolette preconfezionate:
per questo si possono scaricare i midi files direttamente dalla rete.
D’altra parte non serve riempire una pagina di note complicatissime
per avere la garanzia di dire qualcosa di intelligente: spesso è
vero il contrario. In ogni caso la trasparenza è la vera complessità:
e tutto ciò che è bello è complesso: una rosa, un
volto, una nuvola. Una fuga di Bach. Ma raggiungerla è difficile!»
Qual è la sua virtù compositiva più importante?
«Direi che ho imparato a essere umile. Solo con il duro lavoro si
ottengono dei risultati. Anche se poi sembrano freschi e intuitivi. Non
cascateci! C’è tanto lavoro dietro!»
|