L’opera
di Beaumarchais vive oggi assai più per le sue trasposizioni operistiche
(ovviamente con in primo piano Mozart e Rossini) che non di per sé,
mentre lo scrittore come personaggio pubblico continua a rivelare sorprese,
come recentemente è avvenuto in occasione dell’ultima biografia
di Mademoiselle D’Eon, il più <clamoroso caso di crossdressing
del Settecento. Le nozze di Figaro sono il secondo tassello della celebre
trilogia iniziata con Il barbiere di Siviglia e compiuta da quella pièce
larmoyante, squisitamente di mezzo carattere, che reca il titolo La madre
colpevole, generalmente assai meno amata e la cui fruizione è affidata
agli studiosi. Note sono le vicende che resero complessa la rappresentazione
della pièce, nata, a quanto pare, da una sfida lanciata all’autore
dal Principe di Conti, che aveva affermato che questi non sarebbe stato
capace di moltiplicare gli intrecci dell’indiavolata narrazione
del Barbiere, come invece puntualmente accade nello sfrenato e quasi orientale
moltiplicarsi dei travestimenti e delle agnizioni. La pièce, adorata
immediatamente dagli attori della Comédie Française, suscitò
invece immediatamente brividi a Versailles, dove si volle censurarla e
si pretesero vari cambiamenti, tra cui in primo luogo uno spostamento
dell’ambientazione dalla Francia alla Spagna. Irritavano proprio
quegli aspetti eversivi che tra l’altro furono messi in luce dai
diretti responsabili della imminente Rivoluzione, come Danton, che esclamava:
«Figaro ha ucciso la nobiltà» o Napoleone che definiva
l’opera «un moto già in atto». Moltissime sono
le pagine critiche spese per chiarire se Beaumarchais fosse o no consapevole
delle potenzialità del suo lavoro (uno dei campioni della seconda
interpretazione è notoriamente Saint-Beuve), ma infine in arte
le intenzioni contano meno dei risultati, che senz’altro dettero
a questo titolo immediata e strepitosa notorietà, se perfino Caterina
di Russia, di passaggio a Parigi nel 1782, ne pretese una lettura privata.
Mozart, appassionato degli esiti più significativi del rinnovamento
teatrale del suo tempo (basti pensare all’attrazione esercitata
su di lui dal goldoniano Il servitore di due padroni), colse immediatamente
le possibilità del testo, vietato sulle scene di prosa viennesi
per decreto regio. Lorenzo Da Ponte parla estesamente del progetto, inizialmente
contrastato, nelle incantevoli Memorie, scritte a New York per discolparsi
da un passato troppo libertino agli occhi dei suoi puritani allievi di
lingua e letteratura italiana; peraltro egli si attribuisce il merito
di aver convinto il riottoso imperatore ad accettare l’idea. Il
risultato, come ognun sa, è uno dei più perfetti della storia
del melodramma, summa sublime di slanci visionari in avanti e generi in
corso, tutti riuniti in una dinamica scenica a orologeria, in cui poeta
e compositore si confrontano alla pari. Dal tempo della Mozart Renaissance
austrotedesca nella Fin de siècle ottocentesca, questo capolavoro
ha dato adito infatti alle più diverse interpretazioni, che hanno
di volta in volta puntato a illuminare un aspetto o l’altro, mettendo
in evidenza le premonizioni politiche, l’intrigo sentimentale o
la perfezione del meccanismo narrativo, guardando la vicenda quindi con
gli occhi di Figaro, o con quelli di Cherubino, che permea di stupore
una vertiginosa presa di coscienza della realtà o anche con quelli
della Contessa, intenta a esprimere il rimpianto per l’amore tradito
e per la posizione equivoca in cui la pone il Conte gonnelliere, che ha,
a sua volta, la possibilità di indirizzare la visione, come ben
dimostrava tra l’altro una controversa edizione softcore degli anni
Sessanta ispirata a Boucher in cui trionfava un esplicito ammiccamento
erotico. Rubando a Franco Moretti una definizione da lui felicemente usata
per la storia della forma-romanzo, Le nozze di Figaro sono quindi un’“opera-mondo”,
che riassume in sé tensioni opposte, tra simmetrie della passione
e sussulti di ragione, di ossimoro in ossimoro, fino alla perfezione.
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